GINO LUGGI, Fantasie costruttive. L'aspetto ludico della geometria

GINO LUGGI, Fantasie costruttive. L'aspetto ludico della geometria

Titolo

GINO LUGGI, Fantasie costruttive. L'aspetto ludico della geometria

Inaugura

Venerdì, 16 Dicembre, 2016 - 18:30

A cura di

Paola Silvia Ubiali

Artisti partecipanti

Gino Luggi. Nota biografica:

Gino Luggi nasce nel 1935 a Bisenti, Teramo. Negli anni Cinquanta studia pittura e scultura tra Roma e Parigi e in seguito vive tra Parma, Mantova e Milano. Sin dal 1964 espone a diverse rassegne in Italia e all’estero affrancandosi da matrici surrealiste per avviare una ricerca sull’astrazione che lo condurrà a realizzare sin dalla metà degli anni Sessanta opere inoggettuali. Nel 1970 viene invitato al Salon d’Automne al Grand Palais di Parigi, dove tornerà nel 1977 e nel 2000. Negli anni Ottanta lavora sulla partitura geometrica del foglio e comincia ad operare sulla sezione aurea del quadrato, sperimentando anche supporti diversi da carta e tela in funzione della risposta alle differenti sollecitazioni di superfici rigide. La conseguenza di tale percorso è lo sconfinamento nella tridimensionalità, l’adozione di forme poligonali, l’articolazione spaziale dell’oggetto. Oltre alla sempre maggiore definizione del rigore mentale e attitudinale cui l’artista sottopone le sue opere, vi è anche l’indagine sulla texture e l’uso del colore; infatti l’adozione dei colori primari e complementari lascia successivamente il campo alla predilezione dei polari bianco-nero, con qualche incursione di acceso cromatismo funzionale all’esaltazione dei nodi tensiostrutturali dell’opera. L’interesse per la costruzione di rilievi mobili si manifesta nei coplanales che agiscono sull’ambiente circostante, esplicano le potenzialità delle dinamiche relazionali dei piani differentemente tagliati, piegati, sovrapposti secondo direttrici lineari sempre variate, mai inerti. L’oggetto stesso è un sistema di relazioni che si sottrae all’universo chiuso e monodico dell’opera per coinvolgere lo spazio e il referente visivo. Il lavoro sul binario positivo-negativo delle superfici e del doppio registro cromatico assicura l’alternanza dialettica e insieme la sintesi dinamica della struttura creata. Nel 1995 aderisce al Movimento Madi Internazionale e da questa data partecipa a tutte le manifestazioni dedicate al raggruppamento artistico in Italia e all’estero. Muore a Milano nel 2015.

Presso

Galleria Marelia
Via Torretta 4, Bergamo

Comunicato Stampa

Come molti altri artisti della sua generazione, Gino Luggi (Bisenti 1935 – Milano 2015) si affranca rapidamente dall’iniziale formazione di matrice figurativa per indirizzarsi verso una tendenza aniconica, cementata nel 1995 dall’adesione al Movimento Internazionale Madi. Tra i numerosi membri di questo ampio raggruppamento artistico, Luggi è probabilmente quello che più di tutti è riuscito ad interpretarne la vocazione ludica, già proposta come fondamentale nella filosofia del movimento, dal fondatore Carmelo Arden Quin.
L’opera di Luggi infatti si articola sostanzialmente su principi di idea, forma, gioco, luce. Se pensiamo alle idee come a istintive raffigurazioni della mente che, tramite il vissuto e le esperienze, conducono l’individuo alla successiva elaborazione progettuale, ci si rende conto di come esse stiano logicamente alla base di ogni tipo di espressione artistica. Ciò che distingue il lavoro di Luggi (e degli artisti Madi in genere) rispetto a quello di altri che operano entro il perimetro dell’arte non aniconica con qualsiasi mezzo fotografico, pittorico, scultoreo o quant’altro, è il venir meno del concetto di riproduzione o interpretazione delle cose del mondo, in quanto nulla, di ciò che ci circonda, è in questi lavori, neppur lontanamente riconoscibile.
Come ben ne scrive Claudio Cerritelli nel 2016: “Si tratta di strutture aperte che aleggiano evocando energie che si proiettano lontano dal senso di stabilità rassicurante, per sprigionare magnetismi tra spazi circoscritti e forze cosmiche traiettorie che captano mondi sconosciuti, vibrazioni collegate a luoghi ignoti, dimensioni imponderabili del visibile”.

Non si tratta quindi del completamento decorativo di una superficie, sia essa parete, tela, tavola, foglio; nel lavoro di Luggi infatti il supporto non può essere separato dall’opera stessa in quanto manca la presenza di un gesto che vada a sovrapporsi a un qualcosa. Alla base della filosofia del Movimento Madi vi è l’assunto che l’opera d’arte debba essere un “oggetto” indipendente, con una valenza in sé, che rappresenti il puro “prodotto” dell’intelletto e delle capacità immaginative dell’artista. Un oggetto che non abbia alcuna utilità funzionale, come potrebbe essere un’opera di design, ma porti invece una sua utilità intellettualistica e, che come ogni opera d’arte degna di questo nome, possa elevare spiritualmente il fruitore, affrancandolo, anche solo temporaneamente, dalle contingenze della vita quotidiana. L’opera di Luggi, originale interprete del pensiero Madi, a suo modo lo permette, sia tramite il gioco di superfici che invitano al tatto e di forme che guidano la percezione, sia attraverso fluorescenze, ombre e trasparenze che provocando curiosità, liberano la fantasia e stimolano la sfera ludica dell’individuo, importantissima a qualunque età.
La mostra si divide in due sezioni: nella prima sono presentati alcuni lavori scelti del periodo pre-Madi a partire dagli anni Sessanta; mentre la seconda approfondisce l’attività di Luggi all’interno del Movimento, e cioè dagli anni Novanta agli anni Duemila.

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