FRITTO - Dario Molinaro solo show

FRITTO - Dario Molinaro solo show

Titolo

FRITTO - Dario Molinaro solo show

Inaugura

Venerdì, 20 Maggio, 2016 - 19:00

Artisti partecipanti

Dario Molinaro

Presso

ateliermultimedia Galerie
Kinderspitalgasse 13, Wien

Comunicato Stampa

Uno sfrigolio senza posa

di Annalisa Mentana

Siedo sul bordo smangiato di una vecchia sedia di legno nello studio di Dario Molinaro. La sedia scricchiola sotto il mio peso. Un senso di instabilità mi prende.

Come se fosse possibile, per evitare quel sostenuto cigolare, cerco di trattenere dentro me il mio stesso peso, di opporre mentalmente una assurda forma di resistenza che tenga e contenga tutto, che neghi la gravità esercitata dalla mia persona, dal mio essere oggetto nello spazio, confinato in una figura, identificabile in un profilo che fende in due lo spazio alla mia destra e alla mia sinistra.

Eppure, la percezione che in questo momento ho di me e del mio esistere è di cosa fragile e priva di consistenza, che si scontorna e va fuori fuoco, si disgrega come statua di sabbia che resiste nella sua forma fino a quando qualcuno non vi poggi sopra la mano, che trascorre il tempo nell'attesa di quella mano.

Dalla mia sedia, dal mio punto di vista, osservo le pareti di questa stanza senza finestre: i nuovi lavori di Dario sono tutti schierati intorno a me, poggiati a terra, appesi al muro. Io sono qui per loro.

Dario parla, mi racconta dei suoi ultimi giorni a Milano. Gli dico che l'ultima volta che ci siamo incontrati era stato per dirmi della sua imminente partenza. Una cordiale conversazione tra persone che non si vedono da quattro anni mentre una delle due tenta di tenere a bada il cigolio della sedia che occupa.

Osservo i lavori di Dario e mi accorgo ora, mentre continuiamo a parlare e mentre il mio sguardo non riesce a staccarsi dalle tele, della necessità di compiere un ulteriore sforzo di controllo sulla mia persona. Ecco, devo buttare indietro qualcosa che non so definire se non come magone, condizione che non si addice di certo a quella circostanza, e che si sta trasformando in malcelato bisogno di piangere.

Intanto Dario racconta: "Non c'è nulla oltre ciò che vedi. Non c'è nulla che io ti possa o debba dire a proposito del ritratto di una donna che fuma su un fondo giallo o del mio autoritratto con una t-shirt appena comprata, comprata semplicemente perché mi piaceva".

Scorrendo in rassegna i dipinti che Dario ha deciso di esporre per la sua personale, per "FRITTO", un'unica banale evidenza mi sembra balenare: ciò che viene ritratto, si tratti di figure umane o siano gli elementi naturali che compongono il paesaggio stilizzato in cui esse vengono collocate, è facilmente e intuitivamente identificabile con ciò che in effetti è e vuole essere: un uomo solo - "Isolated man" - perché non ci sono altre presenze umane riconoscibili come tali accanto a lui, il ritratto di un "Uomo con anguria lontana" , la ragazza bionda seduta sul divano dello stesso colore della gonna che indossa - "Girl on the couch".

Mi sembra di poter facilmente riconoscere persino "La collera e le immaginazioni sadiche" in quelle membra umane soltanto contornate di nero, prive di carne e materia rosea, e che pure con la materia viva si intrecciano in un'orgia immaginata.

Penso, cercando paragoni con il mio di lavoro, ad un certo modo di fare cinema, all'intento di raccontare per immagini in movimento il mondo, interferendo con esso il meno possibile, lasciando che il senso del tragico e del meschino - che per la mia indole pessimistica mi sembrano sempre prevalere sul resto - sia epifania che irrompe da un muro scalcinato, dal silenzio di una parola non detta, da una solitudine che non trova conforto, dalle rughe che segnano il volto di un uomo pure giovane, apparentemente quieto.

Quelle rughe le ritrovo ne "I limiti del solfeggio", a contornare l'occhio di un uomo dai tanti capelli neri e ricci, che evidentemente custodisce un segreto indicibile o qualcosa che non trova conforto nelle parole, se privato della bocca che deve pronunciarle.

Penso a "L'ultimo grande regista" e al suo tentativo di afferrare una sua verità, la storia definitiva da raccontare, che però gli si disgrega tra le mani come materia informe ed incolore, sfuggevole e priva di significato, mentre gli unici elementi sensati restano tre semplici margherite gialle che fanno riecheggiare in me ricordi scolastici di ginestre leopardiane. Penso al mio sentirmi statua di sabbia, che attende inerme quella mano.

Credo ora di avere una spiegazione al mio magone, che ora però voglio chiamare commozione: quel moto intimo e pudico che si prova quando si riconosce un dolore, quando ci si riconosce in un altro dolore, nella medesima percezione del proprio essere costantemente in balia di una forza che disgrega.

In "FRITTO" tutto questo diventa strabordare di materia e colore, che deformano i connotati e deturpano i corpi, concedendo però ad essi, nonostante tutto, un'identità, una riconoscibilità per ciò che sono.

Ecco, Dario Molinaro ha rappresentato quello scricchiolio interiore che ora mi rendo conto di non sapere controllare, quel continuo sfrigolare che non trova mai posa, che può inglobare tutto e che, mentre sono qui seduta, cerco invano di controllare.

 

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