Era Ferragosto

Era Ferragosto

Titolo

Era Ferragosto

Inaugura

Giovedì, 4 Dicembre, 2014 - 18:00

A cura di

Ca' di Fra' - Milano

Artisti partecipanti

Carlo Orsi

Presso

Ca' di Fra' - Milano
via Carlo Farini 2, Milano

Comunicato Stampa

 

Braccia, gambe, mani, tante mani agitate a trattenere, afferrare, farsi spazio.
 E facce, visi scavati dalla fatica, pallidi di tensione, un concitato groviglio di membra e oggetti e luci e le finestre, le finestre del treno in partenza, sbucano da quelle finestre, dall’interno del treno, piedi a mezz’aria, ciabatte, borsette passate di mano in mano, pesanti valigie che sembrano volare prive di peso. Tutte queste figure appaiono in un crudo bianco e nero, il bianco e nero della fotografia, con la grana della fotografia, che rende incerti i contorni e dilata l’effetto di movimento.
E che movimento! Un movimento concitato, forsennato, nella disposizione di queste immagini, di questi corpi, si sente l’urgenza di ogni gesto, si avvertono quasi il rumore, le voci, di questo affanno.
Carlo Orsi fotografa dal 1958; le prime fotografie che ho avuto modo di vedere di Carlo erano raccolte in un libro su Milano, di grande formato, edito da Bruno Alfieri nel 1965. Quelle fotografie avevano per Carlo soprattutto un valore di cronaca; erano la registrazione, necessariamente affrettata, di un avvenimento drammatico. Volevano comunicare, documentare, quella specie di “assalto al treno” che, nelle condizioni dei trasporti di quegli anni, era un fatto di normale eccezionalità. Migliaia di persone si accalcavano nel tentativo di trovare posto, spesso in piedi, sul treno che le riportava al Sud, per le ferie, per qualche festività, per Pasqua o Natale. Erano gli “extracomunitari” di quegli anni, il più grande fenomeno d’ immigrazione interna che l’Italia abbia conosciuto. Orsi aveva intitolato questa serie di fotografie “Neorealismo”, con evidente riferimento al cinema che negli anni del dopoguerra era impegnato a non lavare in casa i panni sporchi ma cercava di documentare le contraddizioni di un Paese in trasformazione.
Ora accade che le immagini che qui sono state sottoposte a estrapolazione, estratte dal contesto del documento completo, hanno, in qualche modo, perso parte della loro connotazione realistica, documentaria. Ma allora perché Carlo, molti anni dopo lo scatto di queste fotografie, sente la necessità di ritagliare delle piccole parti? Perché rinunciare al contesto che rendeva le fotografie così significative nella descrizione dell’avvenimento? Forse il fotografo ha avvertito che la fotografia è spesso “distratta”, oppure avviene che noi guardiamo la fotografia con più attenzione al racconto di insieme; non ci soffermiamo ad analizzare di che cosa è composto quel racconto. C’è sempre in una fotografia qualcosa di centrale, qualcosa che attira particolarmente la nostra attenzione e ci induce a vedere il resto come accessorio, come ambientazione; ci induce a sottovalutare il contesto.
La fotografia è veloce e noi siamo abituati a guardarla in modo quasi altrettanto veloce. Distratta la fotografia per necessità, distratto l’osservatore per abitudine.
Ma la fotografia non è la televisione, non è immagine in movimento; la fotografia che è appunto “istantanea” vorrebbe invitarci a guardare con estrema attenzione quegli istanti. Avviene tutto lì, nella fotografia.

Credo che Carlo abbia voluto proprio questo: invitarci, aiutarci, a guardare che cosa c’è in una fotografia. Qui la “messa a fuoco” non è una tecnica di ripresa ma un dispositivo espressivo; una messa in evidenza di gesti, segni, espressioni.
Stranamente le immagini che compongono questa serie possono apparire senza tempo, senza il tempo della cronaca. Ma quello che succede in queste immagini ritagliate è estremamente interessante.

Tutte quelle mani aggrappate a una borsetta, quelle gambe che escono da un finestrino... quei corpi come attorcigliati in un immobile movimento non trovano un loro spazio... si contorcono, si abbracciano quasi, trattenuti nell’istante di una composizione un po’ sgangherata ma di estrema concitazione... quasi una battaglia, con le lance di Paolo Uccello e gli scudi del Partenone.

Tutto dentro a un rettangolo di carta riempito dei sali di argento di una fotografia.

                                                                                                       Gianfranco Pardi

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