EPIDERMIDE | Le chiese di Taranto

EPIDERMIDE | Le chiese di Taranto

Titolo

EPIDERMIDE | Le chiese di Taranto

Inaugura

Sabato, 21 Giugno, 2014 - 18:00

A cura di

Angelo Raffaele Villani | ROSSOCONTEMPORANEO, testi di Amelì Liana Lasaponara

Artisti partecipanti

Silvio Giordano

Max Papeschi

Gino Sabatini Odoardi

Presso

Duomo di S. Cataldo, Chiesa di S. Domenico, Chiesa del Carmine
Via Duomo, Taranto | Piazza Papa Giovanni XXIII, Taranto

Comunicato Stampa

In occasione della Notte della Cultura, organizzata dal Comune di Taranto, per la notte tra sabato 21 giugno e domenica 22 giugno 2014, la galleria ROSSOCONTEMPORANEO programma EPIDERMIDE | Le chiese di Taranto, un percorso artistico multisensoriale di video art con tre artisti a confronto in tre chiese diverse, le più importanti per l’immaginario collettivo della città, ma non solo.

EPIDERMIDE celebrerà la contemporaneità pungente di Gino Sabatini Odoardi, Max Papeschi e Silvio Giordano, rispettivamente nella Cattedrale di San Cataldo e nelle chiese di San Domenico e del Carmine.

Tre chiese, inizio e fine, di un percorso artistico tra città a confronto: il Borgo e l’Isola.

Linguaggi espressivi che rivelano la rappresentazione nella storia dell’arte.

Dall’abbandono della tradizione pittorica, quale unico mezzo espressivo pre-tecnologico, all’evoluzione fotografica di fine ‘800, fino ad arrivare alla video art di fine anni sessanta con Nam June Paik, artista statunitense di origini sudcoreane.

Epidermide è una pelle in continua mutazione, un’opera dinamica che sottolinea la trasformazione del fare arte attraverso la multicanalità contemporanea.

Un momento di confronto e di interazione sensoriale, dove le emozioni si mescolano attraverso l’uso, e quindi la percezione, di linguaggi differenti, lungo un raccordo narrativo video che si svolgerà sulle superfici interne delle chiese simulando il concetto contemporaneo di affresco.

La novità è qui: riproporre il mezzo artistico come narrazione, tra Bellezza e Spiritualità dei luoghi. Le pareti, il soffitto, le concavità dell’intradosso delle volte, sono elementi architettonici di chiusura e di delimitazione di uno spazio, una pelle, una membrana viva, nella quale si concentrano le energie dinamiche di spinte e pesi del costruito. Un luogo fisico dinamico, concentrato di tensioni, ansie, speranze, racconti, palesati dalla figurazione che si muove e che trascende verso l’alto.

La volta è il cielo.

L’EPIDERMIDE, come lo strato più esterno e delicato della pelle, diventa limite tra terra e firmamento, tra ciò che è materia e ciò che trasuda spiritualità. Limite impalpabile tra uomo e ultraterreno, tra sentimento e sublimazione.

La pelle quale confine che definisce ogni essere come marchio indelebile della propria unità ed unicità. Unicità amplificata dal tatuaggio che il tempo imprime su di essa illustrando, ogni giorno che passa, le proprie imprese. Le impronte digitali, le cicatrici, le rughe sono l’opera unica del nostro essere. Epidermide è l’identità, rappresentazione di un IO possibilista, capace di cambiare. 

Spogliarsi della propria pelle significa dunque rinunciare alla propria identità. Ma è anche un atto liberatorio che può servire ad ampliare la propria coscienza per raggiungere uno stato comparabile a quello divino. E’ ciò che rappresenta il mito di Marsia: il satiro che aveva osato sfidare in musica Apollo. Ovviamente sconfitto, Marsia viene legato ad un albero e scorticato dal dio delle Muse. Lo scorticamento subito dal fauno è dolore, ma anche catarsi poiché egli, privato della propria pelle,  trasmigra dalla condizione terrena ad uno stato di coscienza infinito per raggiungere l’ascesi divina.

A testa in su, l’osservazione di Epidermide ci avvolgerà nella sua ascesi contemporanea fatta di arte e storia immortali. Ogni tensione rappresentata si fa narrazione di istanze diverse e di microcosmi intimi.

Il concetto di “arte proiettata”, non limitata alla semplice sequenza a parete di immagini o della narrazione di una storia, la ritroviamo già nella locuzione cinema espanso (dal’inglese expanded cinema), dove l’esperienza visiva diventava totalizzante, convogliando arti differenti. E’ precisamente con Gene Youngblood, critico cinematografico statunitense, nel 1970, che si teorizzava il superamento della proiezione cinematografica tradizionale, verso una sfera visiva allargata, precorrendo l’era informatica e la realtà virtuale, sfiorando, forse inconsapevolmente, i concetti attualmente istituzionalizzati di “cyberspazio”, passando attraverso il video, l’elettronica, il laser. Una espansione sensoriale della coscienza, in cui i limiti tra arte e vita si superano in un divenire virtuale, in un processo di immaginario allargato e multisensoriale.

La sinestesia della percezione viene liberata in un continuum spaziotemporale che genera un’immagine psichedelica, di un occhio liberato dalle leggi della fisica.

[Amelì Liana Lasaponara | Angelo Raffaele Villani]

 

La video art trova spesso il proprio codice espressivo nella forzatura dei canoni tradizionali dell’audiovisivo - il cinema, la televisione, il teatro - in cui le regole sono confutate per amore della sperimentazione, della reinvenzione. Tutti campi espressivi in cui le opere affondano nel disorientamento cognitivo. E’ il cannibalismo dei media: divoro, ingoio, rimodulo, modifico, trasfiguro, rielaboro.  

Video, performance, racconti? E’ solo questione di “Pelle”, quella del DNA artistico di Max Papeschi, Silvio Giordano e Gino Sabatini Odoardi.

Max Papeschi con il suo scanzonato orrore realistico. Le icone della globalizzazione consumistica utilizzate quali simboli sociali di massa, acclamati, celebrati dal People inconsapevole vittima di un orrore collettivo. Topolino è Nazista, ma nonostante ciò diverte lo stesso. Hitler balla su una ribalta con luci, colori e musiche assordanti. Applausi e consensi al teatro della vita. Le opere di Max celebrano l’alter-ego discretamente celato dell’attuale strategia di controllo socio-economico mondiale.

Silvio Giordano, l’ossimoro di sé stesso. Celebra l’antitesi della prima percezione sensoriale evocata dalle sue opere. Mutuando la definizione da Erich Fromm, Silvio si definisce “Biofilo”, amante della vita. In una società capace di schiavizzare l’esistenza attraverso l’anaffettività del possesso, la morte emozionale ed il libero arbitrio soppresso dalle sicurezze economiche  diventano recinti di regole certe atte a controllare la vita dei “tutti”. Le sue opere nascono sotto un “ottimismo catastrofico”, capace di rigenerare ciò che è finito, terminato, consumato, celebrandone la vita.

Gino Sabatini Odoardi non è un video artist, pur vivendo l’arte come pratica di continua sperimentazione. Le proiezioni di Epidermide esaltano il silenzio delle sue opere, consapevolezza di un’opposizione concreta alla bagarre sociale contemporanea. Termoformature che si fanno codifica di una poesia temporale. Pochissimi secondi per creare col calore ciò che sarà per sempre. E’ il suo personalissimo ostruzionismo temporale, che stimola la riflessione sulla incapacità frequente di trovare risposte alla vita. L’Arte per Sabatini Odoardi non mente mai. E la sua è Bianca/Nera, Luce/Ombra, Dentro/Fuori. Essenzialmente percezione del Silenzio, creazione di una immortalità.

[Amelì Liana Lasaponara]

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