Dream & Fairy Tales

Dream & Fairy Tales

Titolo

Dream & Fairy Tales

Inaugura

Giovedì, 12 Dicembre, 2013 - 19:00

A cura di

Antonio Maiorino

Artisti partecipanti

Simon Brann Thorpe, Rori Palazzo

Presso

Galleria PrimoPiano
Via Foria 118, Napoli

Comunicato Stampa

Rori Palazzo       Simon Brann Thorpe
Dream#               Fairy Tales

 

La galleria PrimoPiano e il Premio Arte Laguna presentano la doppia personale di Rori Palazzo vincitore del Premio Speciale Galleria PrimoPiano Arte Laguna edizione 2013 e Simon Brann Thorpe vincitore del Premio Speciale Galleria PrimoPiano Arte Laguna edizione 2012

Vernissage: giovedì 12 dicembre 2013 _ ore 19
Galleria PrimoPiano Via Foria 118  Napoli
Orari di visita: fino all’ 8 gennaio 2014: mar.  mer.  gio. dalle 16:00 alle 20:00
dal 9 gennaio al 6 febbraio 2014 solo su appuntamento  3394158641

Le opere di Simon Brann Thorpe e di Rori Palazzo giocano apertamente con la realtà sapendo dell’impossibilità di compiutezza o totalità, rinunciando all’organicità, all’arbitrarietà del realismo. È un mondo intermedio, che pendola tra la dimensione falsamente rassicurante del quotidiano e gli stati visionari, frantumando effimeri equilibri.
In maniera carsica e misteriosa i due artisti hanno una comune necessità: indagare la Parola che è prima delle parole, quella che ha smarrito la sua efficacia o che è divenuta menzogna, avvalendosi del loro linguaggio, la fotografia. Il rapporto magico con la realtà e la ricerca della Parola tradita esigono l’espressione nello spazio, condizione primaria che riesce a destare l’attenzione di tutti come in un esorcismo, dove è la parola ad essere stata posseduta dalla diabolica banalità e dove l’arte ha il compito di scacciare il maleficio dell’ovvio.

Le favole che Simon Brann Thorpe ci propone non sono inversioni o vendette ma quanto fu altamente probabile. Una visione che non vuole snaturare il racconto piuttosto cogliere un pensiero che la parola delittuosamente edulcora per scopi morali e di controllo sociale. V’è del grottesco nell’umano tentativo di seppellire la vita con atti consolatori, del comico senza ingenuità direi.
Le scene all’ombra di ben curati e educati bonsai, posti in case finalmente disadorne, disorientano perché sono la vita stessa in ciò che ha d’irrappresentabile. L’artista britannico ha il piglio del Dickens che svelava l’ipocrisia della società vittoriana e quello stesso spirito che ebbe Charles Dodgson (Lewis Carroll) nel tentativo di liberare la femminilità del peso insostenibile esercitato dal perbenismo della buona società inglese. Osservando le opere di Simon Thorpe non si può non avvertire questo precipitato di Gran Bretagna, la sua è la rivolta all’imperitura cultura calvinista che ha come pilastro fondamentale il principio del peccato originale. Thorpe si beffa di quel principio calvinista con una Eva/Alice che alla domanda di un Adamo/Bill “What do you think we should do?” risponde “Fuck!”

Ancora la Parola che è prima delle parole l’affascinante solco sul quale muove il progetto fotografico di Rori Palazzo. La non rappresentabilità del sogno, la volontà di non lasciare intervenire la logica psichica che fagocita con innumerevoli interpretazioni la magia che esso possiede. Il compito che l’artista palermitana si dà è quello di organizzare il sogno degli altri rintracciando quella Parola primordiale.
Il processo è lo stesso di quello descritto da Freud: “I pensieri sono trasformati in immagini – soprattutto visuali – e le rappresentazioni di parole sono ricondotte alle rappresentazioni di cose corrispondenti, proprio come se l’intero processo fosse dominato da una sola preoccupazione: l’attitudine alla messa in scena.”
Rori Palazzo estende quel linguaggio psichico in un tentativo di decifrare un geroglifico, con un’organizzazione che si abbandona all’intuizione pura o anche al probabile e forse auspicabile, caos. Le sue mises en scène hanno gli stessi strumenti e lo stesso linguaggio che hanno i sogni, le immagini visive che diventano deciframento di una scrittura figurativa.
Palazzo fa irradiare e trionfare sulla scena ciò che, citando Artaud, appartiene all’illegibilità e alla fascinazione magnetica dei sogni.

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