Dario Agrimi-Limbo

Dario Agrimi-Limbo

Titolo

Dario Agrimi-Limbo

Inaugura

Sabato, 18 Aprile, 2015 - 18:30

A cura di

Roberto Lacarbonara

Artisti partecipanti

Dario Agrimi

Presso

Nuvole Arte Contemporanea
via IV Novembre I Trav.Montesarchio

Comunicato Stampa

Dario Agrimi: “C’è una vita eterna”

Quando Cristo dice: “C’è una vita eterna”, e quando uno studente di teologia dice: “C’è una vita eterna”, entrambi dicono la stessa cosa, e non c’è maggiore deduzione, sviluppo, profondità o ricchezza di pensiero nella prima espressione che nella seconda. Entrambe le affermazioni sono giudicate esteticamente, ugualmente valide. E tuttavia c’è una differenza qualitativa eterna tra loro. Cristo, come uomo-dio, è in possesso della qualità specifica dell’autorità.1

 

 

 

“Sulla differenza tra un genio e un apostolo” si fonda tutto quanto è lecito dedurre dall’opera di Dario Agrimi. Opera che (al di là del sensazionalismo iperrealista e mortifero dei lavori recenti, capaci di riposizionare l’osservatore dal ruolo di ricettore a quello di commosso vegliante) mira ad una sorprendente speculazione nichilista sul sistema dell’arte. Il caso di “Limbo” è assai emblematico di un ragionamento ambiguo tra emersione e sommersione dell’uomo-artista (riproduzione agonizzante del volto di Agrimi) al di sopra/al di sotto della superficie abissale del petrolio. Quell’uomo che in sé stesso non ha alcuna importanza di fronte all’impotente spettacolo della storia – che affondi! che soffochi! che scompaia! – nell’opera diventa un sé, un’identità autoriferita al suo stesso demiurgo. Ecco la differenza qualitativa tra l’uomo comune (l’apostolo kierkegaardiano di una verità impersonale e di una biografia sempre giocata da dinamiche sociali, economiche e culturali a lui estranee) e il genio, l’artista, il folle, il cristo: colui che resiste allo sprofondamento, che supera, ergendosi, “ciò che è in lui più di lui stesso”, la sua sostanza spirituale e immortale, la sua infinitudine.

Tutta l’opera di Agrimi si gioca del resto su un fastidioso iato tra verità e scarto: dai ritratti minuziosi realizzati coi capelli spazzati via dai barbieri alle silhouette fatte di cocaina fino alle tassidermie di animali deformi o abietti condotti a funzione reliquiaria. E ogni volta l’opera è il pronunciamento di un atto linguistico sublimante, di una affermazione che si appropria della grammatica del sacro per risolvere il limbo della quotidianità, della superficialità, del totalmente inutile.

Artista lontanissimo dalla logica dada, nonostante la caustica ironia di molte opere, e anche dalla ricerca meramente iperrealista, pur nella ricorrente scelta di una composizione al limite della spettrale verosimiglianza, Agrimi è in realtà un divertito antieroe della contemporaneità. Preso dall’interesse per tutto quanto risulti essere normalmente urtante, Agrimi costruisce un inspiegabile, perverso godimento a partire dalla degradazione della sua stessa immagine. Il ragionamento di fondo è squisitamente freudiano, soprattutto nelle riflessioni di “Lutto e melanconia” (1915). Noi tutti – ci ricorda l’artista – investiamo su persone, animali, ideali e oggetti, delle cariche libidiche di diversa intensità e quando l’oggetto scompare dal nostro orizzonte vitale tali cariche vagano in cerca di nuova collocazione, di nuovi investimenti, di nuovi dei ed affetti, a volte retroagendo bruscamente su noi stessi con impietosi processi di autocolpevolizzazione.

E bene, caro lettore: questo popolo di apostoli privi di genialità, autorità e autosufficienza è esattamente il tuo popolo che adesso affonda. È lo stesso che ha spremuto il pianeta (il petrolio ne è più che mai indice inequivocabile) per farne energia o banconote e che adesso non può che elaborare il lutto per l’eternità, attendere alle soglie di un limbo privo di salvezza, risolvere l’incertezza teologica e spirituale nell’inquietudine sociale e comunissima della quotidianità.

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