I COLORI DEL DESERTO - Dipinti aborigeni contemporanei

I COLORI DEL DESERTO - Dipinti aborigeni contemporanei

Titolo

I COLORI DEL DESERTO - Dipinti aborigeni contemporanei

Inaugura

Giovedì, 9 Maggio, 2013 - 18:00

A cura di

Francesco Porzio e Isabella Tribolati

Artisti partecipanti

Betty Mbitjana (Mpetyane) Biddee Baadjo Dorothy Napangardi George Ward Tjungurrayi Ian Rictor Jimmy Baker Lennard Walker Maisie Campbell Maureen Nampijinpa Hudson Ningura Napurrula Nyuju Stumpy Brown Rosie Goodjie Thomas Tjapaltjarri Walangkura Napanangka

Presso

Isarte

Comunicato Stampa

Una mostra di dipinti aborigeni contemporanei è sempre un evento. Questo straordinario movimento artistico, fra i più interessanti degli ultimi decenni, non finisce di stupire per la sua inesauribile vitalità. Le crescenti acquisizioni dei musei e le grandi mostre tenute nelle maggiori capitali dell’arte (come la recente Aux sources de la peinture aborigène, chiusa a Parigi nel gennaio scorso) ne confermano la costante ascesa.
In Italia e a Milano la Galleria Isarte è un punto di riferimento del settore. A partire dal 2006, ha organizzato con successo diverse esposizioni dedicate a questo importante e ancora non abbastanza conosciuto settore dell’arte contemporanea. La filosofia di Isarte è di puntare sulla qualità per contrastare la tendenza, purtroppo diffusa anche in Italia, a presentare questa forma d’arte attraverso la sua produzione “turistica” o minore.
La mostra I COLORI DEL DESERTO presenta un’accurata selezione di circa venti dipinti di qualità provenienti dal deserto australiano, eseguiti da quattordici artisti indigeni (di cui nove donne e cinque uomini) appartenenti a diverse comunità. La rassegna, infatti, offre una panoramica mirata degli ultimi dieci anni di produzione di alcuni fra i più interessanti centri artistici, come Yuendumu, Mt Allen (Yuelamu Artists), Wangkatjungka, Utopia e Spinifex. Fra gli artisti presenti nella mostra segnaliamo Jimmy Baker, George Ward Tjungurrayi, Dorothy Napangardi, Ningura Napurrula, Maureen Nampitjinpa, Nyuju Stumpy Brown, Thomas Tjapaltjarri.
Il pubblico potrà apprezzare la spiccata personalità degli artisti, l’eccezionale varietà delle forme elaborate nelle diverse scuole artistiche e la ricchezza dei contenuti mitici e spirituali dei Dreamings raffigurati nei dipinti.
 
ISARTE e la Pittura Aborigena
Dopo anni di crescita nella valutazione della critica e del mercato, culminata con la consacrazione nel Museo Quai Branly di Parigi che le ha dedicato un'importante sezione, la pittura aborigena è considerata ormai uno dei maggiori movimenti artistici sulla scena mondiale.
La galleria di Isarte in Corso Garibaldi – 2 (interno), situata nello storico atelier del pittore chiarista Francesco De Rocchi, è stata la prima in Italia a offrire un’ampia sezione permanente dedicata alla pittura aborigena di qualità museale, fondendola in modo originale con l’attività antiquariale avviata nel 1997.
L’obiettivo è quello di riuscire a portare e diffondere in Italia, come già è successo nel resto d’Europa e prima ancora negli Stati Uniti, i risultati migliori di questa straordinaria espressione artistica che, da noi, in larga parte è conosciuta attraverso una produzione di livello turistico-commerciale.
Con anni di esperienza maturata attraverso numerosi viaggi in Australia e una profonda e rispettosa conoscenza della vita e della cultura delle comunità aborigene, nel 2006 Isarte idea e promuove Dirrmu: dipinti aborigeni per una collezione (Milano, catalogo Skira) una fra le più importanti mostre di pittura aborigena organizzate da una galleria privata italiana.
Nel maggio 2008 organizza Arte Agli Antipodi, mostra costituita da una ventina di dipinti molti dei quali mai esposti in Italia, tra cui spiccano opere di alcuni tra gli artisti più noti della pittura aborigena contemporanea.
In entrambi i casi si è trattato di una selezione della migliore pittura aborigena, quella che nella consuetudine del mercato internazionale viene definita Fine Aboriginal Painting, per distinguerla dalla produzione artigianale seriale e da quella, non sempre selezionata e talvolta soggetta a un forte scadimento ripetitivo, proveniente anche dalle comunità aborigene più note. Può sembrare strano che Isabella Tribolati nella sua galleria milanese riesca a far coesistere, egregiamente, due campi così lontani come l’arte antica occidentale e la produzione aborigena contemporanea.
In realtà a garantire la qualità della scelta è soprattutto la sensibilità del conoscitore, anzi, la consuetudine con i panneggi dell’arte antica può affinare l’occhio per cogliere i ritmi ancestrali delle forme aborigene.
E’ proprio questa conoscenza e l’esperienza maturata nell’arte occidentale che l’hanno spinta a concentrarsi sulla produzione più elevata, in cui la lettura accurata dell’opera ha un peso determinante.
 
LA PITTURA ABORIGENA CONTEMPORANEA
La pittura aborigena contemporanea nasce nel 1971. E’ l’anno in cui Geoffrey Bardon, un insegnante di educazione artistica di Sydney, riesce a convincere gli abitanti della piccola comunità aborigena di Papunya Tula, nel deserto dell’Australia centrale, a raffigurare i loro simboli (forse i più antichi del mondo) con le tecniche della pittura occidentale.
Il tentativo di fissare un’arte che spesso utilizzava dei supporti effimeri come la sabbia e il corpo umano era già stato fatto nel passato ma il risultato migliore, ottenuto all’inizio degli anni Quaranta dall’antropologo Charles Mountford, era stato una serie di disegni a pastello. Bardon non poteva immaginare che questa volta il successo sarebbe stato travolgente, e che un inarrestabile movimento pittorico si sarebbe propagato dal piccolo villaggio di Papunya Tula in moltissime comunità aborigene, coinvolgendo centinaia di autori di ogni età e sesso, formando persino delle “scuole” artistiche che ben si distinguono le une dalle altre.
Un aspetto caratteristico del movimento pittorico aborigeno è il forte contributo femminile. Solo all’inizio, per breve tempo, le donne sono state in secondo piano a causa della tradizione che assegnava ai maschi i segreti della conoscenza religiosa. Ma già a partire dagli anni Ottanta la loro presenza si è fatta sempre più rilevante, e sembra che il loro contributo sia destinato a crescere ancora. In alcune comunità, come Utopia, hanno avuto una partecipazione determinante e in molti casi sono proprio loro gli artisti più rappresentativi, le loro opere raggiungono lo stesso livello artistico e le stesse quotazioni economiche di quelle eseguite dagli uomini.
Come abbiamo accennato, tutto iniziò nella comunità di Papunya, dove Bardon suggerì di eseguire un dipinto sul muro esterno della scuola elementare. Più degli alunni, al progetto si mostrarono interessati sette aborigeni anziani - fra cui Kaapa Tjampitjinpa (che poi divenne uno dei leader del movimento pittorico) - che in un primo momento cominciarono l’opera (Honey Ant Dreaming) sforzandosi di usare il linguaggio figurativo occidentale.
E’ lo stesso Bardon a raccontarci come andarono le cose:
Indico la parete e dico a Kaapa: “Sarebbero queste le vere honey ants [le formiche che secondo il mito si trasformarono nelle colline intorno a Papunya] aborigene? Non voglio cose da bianchi”. Il lavoro si ferma subito e gli altri sei pittori corrono a guardare le formiche. Kaapa sembrava avere già la risposta prima ancora che gli facessi la domanda. “Non nostre - disse – vostre”. “Bene, dipingete le vostre - dico - honey ants aborigene”. Mi guarda per un secondo e se ne va. Dopo aver parlottato un po’ ritorna, prende il pennello e dipinge la figura schematica - il tipico geroglifico aborigeno - della honey ant.”
Dopo qualche indecisione iniziale, causata dalla natura segreta dei simboli religiosi, gli aborigeni presero confidenza con le nuove tecniche (all’inizio acrilici su tavola, in seguito anche ocre e acrilici su tela) e cominciarono a riversare il loro inesauribile bagaglio d’immagini mitologiche, i cosiddetti Dreamings, su un gran numero di dipinti.
Gli “artisti” della comunità di Papunya Tula, formata in tutto da poco più di 1.300 individui, in un anno e mezzo produssero spontaneamente e in piena libertà espressiva circa un migliaio di opere, molte delle quali di livello eccezionale. Negli anni seguenti vennero eseguite moltissime opere altrettanto importanti in altre comunità, con infinte variazioni nelle composizioni e nello stile. Sono quadri che stupiscono non solo per la potenza e raffinatezza, ma anche per la stupefacente assonanza con le forme astratte delle avanguardie europee.
Nei tre decenni successivi la pittura aborigena contemporanea è diventata un fenomeno artistico di portata internazionale. Importanti case d’asta, come Sotheby’s e l’australiana Lawson&Menzies, tengono periodicamente delle aste dedicate a questo settore, che ha visto una costante crescita di mercato. In Europa sono nate diverse gallerie specializzate (in Germania, Gran Bretagna, Svizzera, Paesi Bassi) e sono state formate collezioni pubbliche e private di notevole importanza, come il Museo d’Arte Aborigena di Utrecht e la collezione Essl di Vienna, che testimoniano un alto apprezzamento di quest’arte.
Essa è divenuta anche un motivo di orgoglio per la gente aborigena. Organizzata quasi sempre in cooperative, allo scopo di assicurare un adeguato compenso alle comunità, essa ha offerto a un popolo travagliato una inaspettata possibilità di riscatto economico e culturale. Forse anche per questo ha mostrato fin da subito una sorprendente vitalità, coinvolgendo un numero altissimo di artisti (un termine non del tutto appropriato per una società che in realtà non valuta l’arte in termini estetici) e generando una rete di gallerie specializzate e un sistema di valori critici e di mercato.
E’ una produzione nella quale è molto importante saper scegliere, perché spazia dall’artigianato turistico di poco prezzo ai capolavori da centinaia di migliaia di dollari contesi dai musei e dai collezionisti.
Oggi l’arte aborigena non solo è considerata la maggiore espressione dell’arte australiana moderna, ma da molti è ritenuta uno dei più interessanti movimenti pittorici della seconda metà del Novecento, da collocare con pieno diritto accanto alle migliori esperienze artistiche occidentali.
Anche se i dipinti aborigeni possono sembrarci familiari per l’eleganza decorativa e per le forme astratte vicine all’arte moderna, sarebbe un errore fermarsi a questo appagamento immediato. Sebbene impieghino tecniche e forme che si sposano facilmente con il nostro gusto, in realtà questi quadri sono il frutto di un percorso creativo, che conta almeno 40.000 anni, totalmente ignaro delle vicende artistiche occidentali.
I dipinti aborigeni, infatti, non contengono semplicemente delle forme astratte. Sono piuttosto - per usare un’espressione approssimativa - dei paesaggi schematici o delle mappe di luoghi. Luoghi formati e ancora oggi animati da eventi mitologici di esseri antichissimi (Dreamings), a cui ciascun autore è legato tramite un vincolo speciale.
Nella mitologia aborigena il Dreamtime - il tempo dei Dreamings, gli Esseri Ancestrali - non va inteso come un passato idealizzato  o come il semplice frutto di un sogno, ma come il mito dell’origine del mondo e di una conoscenza che è sentita viva tuttora. E’ l’inizio del tempo, quando gli esseri divini “nacquero dalla loro stessa eternità”. La terra era piatta, buia e silenziosa, ma gli antenati totemici - creature metamorfiche umane e vegetali (ma provviste di tutte le debolezze umane) - eruppero con forza dalle sue viscere, e fu la luce. Percorsero la terra, lasciando una rete di tracce che gli aborigeni si tramandano accuratamente da millenni (le “vie dei canti” rese celebri dal romanzo di Bruce Chatwin). E nel percorrerla  le diedero forma, creando il paesaggio e tutte le specie viventi. Talvolta i loro spiriti si trasformarono in rocce o alberi, che segnano ancora oggi il territorio australiano.  Stabilirono inoltre tutte le leggi inalterabili della società umana. Terminato il loro compito, tornarono a dormire nel sottosuolo.
La cultura aborigena si trasmette in forma orale. Tutti i maschi, dopo l’iniziazione tribale, “possiedono” un Dreaming (e con esso una spiegazione del mondo e della sua creazione) e sono i custodi delle storie, delle canzoni, dei luoghi, delle immagini e delle preziose conoscenze religiose, mediche e alimentari ad esso associate. Esse sono state trasmesse loro dagli Spiriti Ancestrali con il sacro compito di perpetuarne la memoria. Ognuno di questi Dreamings è personale, ma si intreccia con centinaia di altri, e insieme formano una immensa rete di conoscenza mitica che si sovrappone perfettamente all’immenso territorio australiano.
Per l’artista aborigeno non è tanto il dipinto che conta - né tantomeno la sua qualità estetica - quanto la testimonianza che esso offre di un potere ancestrale che rivive nei segni di un angolo di terra di cui l’autore è custode. Dipingendo il quadro egli ci mostra innanzitutto il suo Dreaming personale, una vicenda o un percorso degli esseri che diedero origine al mondo. Esso risuona ancora in quel luogo che gli è stato assegnato  in custodia fra il concepimento  e la nascita, e spesso si intreccia con altri Dreamings e altri percorsi. Dipingerlo gli consente non solo di evocarlo attraverso dei segni convenzionali, ma anche di affermare il proprio ruolo e i propri legami all’interno della collettività.
E’da questa ricchezza di significati e da questo profondo valore magico - una magia che per questi pittori risuona ancora oggi nelle aride forme del paesaggio australiano - che deriva la suggestione dei dipinti aborigeni. A dispetto della loro straordinaria bellezza, riconoscibile a tutti, essi travalicano la semplice dimensione estetica. Esprimono la fiducia in forze primordiali che operano da tempi immemorabili, tracciano la geografia spirituale e materiale di un luogo e, attraverso di esso, affermano l’identità sociale e familiare dell’autore. 

 

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