LA CITTA' DEGLI IMMORTALI

LA CITTA' DEGLI IMMORTALI

Titolo

LA CITTA' DEGLI IMMORTALI

Inaugura

Sabato, 14 Settembre, 2013 - 18:00

A cura di

Alberto Zanchetta

Artisti partecipanti

Ettore Tripodi

Presso

Museo d'arte contemporanea
Viale Padania 6 - Lissone (MB)

Comunicato Stampa

La Città degli Immortali, titolo della micro-personale che Ettore Tripodi [Milano, 1985] ha ideato appositamente per il MAC di Lissone, è ispirata a “L’immortale” di Jorge Luis Borges. Il racconto (scritto nel 1952 e posto in esergo a L’Aleph) narra di un fiume segreto, «che purifica dalla morte gli uomini», sulle cui rive si erge la nefanda Città degli Immortali. La struttura scostante e incomprensibile di questa città sembra il frutto di una complessità insensata – eccetto per il fatto che ogni impresa è vana. Pur rifiutandosi di descriverla, il protagonista del racconto la paragona a «un caos di parole eterogenee, un corpo di tigre o di toro, nel quale pullulano mostruosamente, uniti e odiandosi, denti, organi e teste». La mostruosità di questo luogo è talmente orripilante che «il suo solo esistere e perdurare, sia pure al centro di un deserto segreto, contamina il passato e il futuro».
E non per caso Tripodi ha deciso di creare un raccordo tra i suoi lavori recenti e quelli dell’anno precedente. Le tavole che re-interpretano con fervida immaginazione la Città degli Immortali sono introdotte da due piccole tecniche miste che appartengono a Le ultime parole di Babele, ciclo di opere che l’artista aveva realizzato nel 2012. In questo modo Tripodi sembra volerci offrire una digressione, un cambio di prospettiva che riesce a svent[r]are l’univocità e la linearità di tematiche universali. Così come accadde ai Semiti, che vollero costruirsi una torre per conquistare il cielo e colonizzare le altre lingue, anche gli Immortali di Borges finiscono per smarrire la logica e l’uso della parola all’interno di un inestricabile dedalo architettonico. La Città degli Immortali condivide con la Torre di Babele il tema della molteplicità e della confusione, congiuntura che permette a Tripodi di svelarci la “versione
plurima” di una stessa storia, quella cioè di una patetica e drammatica follia che indusse i Semiti a perdere la loro identità e che costrinse gli Immortali a vivere come rozzi trogloditi.
Con la precisione di un miniaturista medievale, il tratto minuzioso dell’artista pare aderire in modo epidermico al linguaggio analitico di Borges. A dispetto dello scrittore argentino, Tripodi predilige però un ductus e un discursus non razionalizzante, tende infatti a sfuggire alle inibizioni cronologiche della narrazione per mostrarci soltanto alcuni frammenti di una storia che potrebbe non aver mai fine. Non meno importanti del disegno sono anche le cromie sature, quasi piatte, che l’artista ha usato per conferire maggiore innaturalezza ai soggetti; si vedano ad esempio le tempere azzurre che astraggono il cielo dal paesaggio, oppure i gialli intensi che connotano un deserto popolato da uomini che assomigliano sempre più a degli dèi irrazionali. Coniugando la visionarietà e vitalità onirica di Borges, le tavole di Tripodi indulgono in quella zona convulsa e incoerente che distingue l’idillio dall’incubo, rendendo concreta la città che «da nove secoli gli Immortali avevano rasa al suolo. Coi suoi resti avevano eretto, nello stesso luogo, un’insensata città […] sorta di parodia o d’inverso […]. Quella fondazione fu l’ultimo simbolo cui accondiscesero gli Immortali».
Con questa sua prima mostra in uno spazio museale, Ettore Tripodi marca in modo evidente i viraggi tonali delle sue ultime opere e complica ulteriormente il manierismo del disegno che appare gravido di memorie, suggestioni, simboli e codici estremamente diversificati. Elementi che lo connotano (per tenaci addensamenti) e lo sollecitano (verso atmosfere fantasticanti).

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