Carne al Piccolo Teatro Del Giullare

Carne al Piccolo Teatro Del Giullare

Titolo

Carne al Piccolo Teatro Del Giullare

Inaugura

Domenica, 26 Febbraio, 2017 - 18:30

A cura di

L.A.A.V. Officina Teatrale

Artisti partecipanti

Annamaria Palomba

Presso

Piccolo Teatro Del Giullare
trav.incagliati/via Vernieri, Salerno

Comunicato Stampa

OUT OF
3OUNDS
drammaturgie fuori confine

presenta

CARNE

una produzione Esposti Teatro

con Annamaria Palomba

elementi di scena Monica Costigliola e Angelo De Tommaso

assistente alla regia Ciro Esposito

regia e drammaturgia Valentina Carbonara

con il sostegno di NCT – coordinamento campano

La casa non è più di marzapane, la foresta è una città sventrata dalla guerra.
Fuori, forse, non c’è più nessuno.
Le bombe hanno smesso di cadere. La fame è tutto quello che resta.
Se non sei cacciatore sei preda.

“Zompa, guarda, accire. No. Zompa, accire, guarda. Sì.”

Solo la Carne alla fine della favola.

Piccolo Teatro del Giullare
Domenica 26 Febbraio ore 18.30

trav. Incagliati/via Vernieri
SALERNO

prenotazioni: 377 99 69 033
ingresso euro 10

la Direzione avvisa il gentile pubblico che lo spettacolo
non è adatto a spettatori di età inferiore ai 14 anni

promo video ed eventi FB
https://www.youtube.com/watch?v=IofW7VFUlAw
https://www.facebook.com/events/1335748379871955/
https://www.facebook.com/events/119624571888394/

Il presente spettacolo sarà preceduto dal laboratorio per attori dal titolo APOCALYPSIS
a cura di Valentina Carbonara e Ciro Esposito/Esposti Teatro
che si terrà nei giorni 24/25 febbraio
presso la sede centrale di L.A.A.V. Officina Teatrale in Salerno
via Sant'Alferio 10/12

per informazioni rivolgersi ai numeri 377 99 69 033 - 346 59 06 033

IL TESTO

L’accoppiata preferita nei racconti di mia nonna è sempre stata quella composta da guerra e cibo. Dal tedesco che le ha regalato lo zucchero ringraziandola della sua collaborazione senza sapere che lei stava nascondendo svariate persone in soffitta, all’immancabile pane e salame da portare tassativamente con sé nel rifugio durante i bombardamenti, alla bottiglia d’olio regalata da un altro tedesco per la sua perfetta conoscenza della lingua.
L’idea di scrivere “Carne” nasce da queste suggestioni.
Mi è capitato spesso di chiedermi cosa accadrebbe se, davvero, non ci fosse più speranza, se l’uomo occidentale dovesse trovare il modo di sopravvivere dopo che la guerra ha distrutto e contaminato tutto.
Nella favola di “Hansel e Gretel” succede qualcosa di simile: durante la grande carestia si sopravvive come si può, abbandonando i figli nel bosco o adescando ragazzini golosi per poi cuocerli nel forno. In “Carne”, però, non è la crudele vecchina della casa di marzapane a scegliere di andare avanti nel modo più barbarico e animale, ma è la stessa Gretel.
È lei a raccontare la felicità prima della guerra, la guerra stessa, la carestia, la soluzione trovata dagli uomini per sopravvivere.
La quotidianità, lentamente, si riduce al mangiare o essere mangiati e non c’è tempo per i sentimenti. Tranne, forse, quelli per il fratello, unico legame con il suo passato da “essere umano”.             
La scelta di utilizzare la lingua napoletana nasce dal suo essere, per Gretel, lingua madre, più viscerale dell’italiano imparato a scuola e, quindi, più naturale. Da una bocca ormai abituata a masticare carne cruda i suoni nascono ancora più sporchi, quasi animali.
“Carne” è una favola di quelle che fanno paura, che lasciano un brivido, e proprio per questo fanno venire voglia di vedere come andrà a finire.

NOTE DI REGIA

Cosa resta dell’uomo quando l’umanità non c’è più?
Dopo la guerra, le bombe, la distruzione di tutto ciò che di familiare ha intorno a sé.
Dopo la perdita degli affetti e dei mezzi di sussistenza.
Quando non è più necessario parlare. E forse nemmeno pensare.
Cosa resta?
“Carne” parte da questa domanda.
Andando a grattare via tutti gli strati che rendono l’uomo quello che definiamo tale non restano che gli istinti più animali: nutrirsi, riprodursi, sopravvivere.
Gretel è l’esemplare di una nuova evoluzione della specie.
Il corpo cambia, la posizione eretta non gli appartiene più.
Anche la voce non è più la stessa. I suoni vengono fuori rotti, stonati, le parole sono masticate e vomitate riempiendo la bocca e lo spazio. Pronunciarle è una scoperta continua. Gretel si racconta, forse per sentirsi ancora umana, per ricordarsi cosa è successo prima della fine della favola.
In scena tante sedie, diverse e smembrate, con le quali è possibile provare a ricostruire un lontano focolare domestico. Ma la sedia è propria dell’essere umano e, nonostante lotti con tutte le forze che le restano, Gretel non vi si potrà sedere.
Non ci sono mezze misure in “Carne”, non c’è delicatezza, è uno spettacolo crudo, senza fronzoli. E può scandalizzare o spaventare perché affronta il tabù del cannibalismo nella cornice di un futuro verosimile.
Eppure, da qualche parte, la bellezza sta rinascendo, anche se Gretel non è più capace di riconoscerla. E così la favola ha un solo finale possibile.

Immagini

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