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   Venerdi, 03 Settembre 2010



VI. MORFEMA, INRI

ritratto di Spleen
A-Poesia
Alcune geometrie,
e mosche disperse - riproduzione di luce diaccia, insonnolita. Un vociare spaccato e sordo.
Fissavo la semplicità di quei chiodi sospesi, impalliditi nell'aria secca, quando comparve: nel mio compendio di pieghe giostrava una di loro, della cricca alata, dorso in carbone e vetriolo romano, piglio spiccio e migliorato. Cabrava piccoli voli tra i peli di estremità inesauste, mai voltandosi verso occhi inevoluti, alta nelle rive di pelle, ora nei valloni più scuri, ora incocciando alture scabre, l'orchestra di rapina dalla sua scatola di zampe. Riuscivo a fissarla solo per qualche secondo: qua e là sputate due ovaie dall'esagonale trama, scollate da una solare spiegazione del mondo.

Anche tu ubriaca di illusioni,
toccami con un ricamo di aghi.
Straniera sazia di materia sconosciuta,
con una definizione richiesta per solcare la scelta, officiante di seminterrati tattili:
dalla tazza dove siedo, bevi comoda: son verità.
Volta a volta due notti in me non una, a dure raffiche di notturno,
toccami,
attendere, ex-spectare: guardare.
E' un punto gelido che ora disabito.


L'amore per il suggere da vestigia efficenti distolse l'INRI di quei peduli schifosi. Dove s'era posata? In che modo si fermava. Dov'era la sua origine, quando lo scheletro scoppiò per più nobili intenti? Convincerla che tutti i veleni hanno un padre e una madre fu semplice, poi un piccolo volo scortese: mi squadra storto, la mia barba cresce - segno che ho molto da nascondere - nel cesso dell'agenzia roccaforte. Veloce s'umetta le forcipi delle zampe: andare sui pori, ciascuno produceva un gelo. Avevamo molto da dirci - pensai - e conoscevamo cose simili - Fuori, ove osassi pensarci, la gente s'innamorava, calcolava, consumava istanti da levatrice. Fuori dimenticavo come gli occhi sfocavano : tipacci tosti dilatavano membrane abbraccianti, e distruzioni a prezzo onesto. Fuori l'affisso ovarico e la radice di suoni ruffiani. Ficcato a freddo in fuochi non miei : l'esplosione dei fiori rossi, il dispendio sottile in questa città del sole, cibi sboccianti nei processi vitali del tipo più semplice e salutare. In questa città arnesi di generazione episodicamente umidi. Che altro raccontava? Percorreva.

L'ho fatto ancora. Di nuovo un corpo umano, rifugio che traverso un cenno varca il limite del sesso entrando nel segno meno, negli elettroni della carne. A sei zampe: giù nel tepore, ora nel sozzo, un passo nello baluginare dell'algebra umana, nelle fanghiglie primordiali dell'indifferenza, col dettaglio del piombo: anche se la strada è inflitta dalle circostanze, ho l'illusione di scegliermela. Ordire a festa se voglio, scandire due membrane un battito, tracciare l'ultimo spazio e non sentirsi mai parte di di esso, significa diventare spazio, uno scettro di pietra sterile, un affatturamento di bestiame scalciante: qui faccio a dispetto mio, la fame son pezzi d'aria nera colti da questa superficie cannibale, e tuttora devo andare. Un'oncia di vita eccola, questo spettacolo è penombra, lasciami marcire nello splendore se ti è più facile disobbedirti, il tuo brano di carne continuerò a descrivere...


Sfrigola la mano
nel serrarsi.


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