"L'urlo del Sud", Armando De Stefano al MADRE: metti Munch in Terronia

NAPOLI, 3 DICEMBRE 2011 - “Camminavo lungo la strada con due amici – quando il sole tramontò – il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue – mi fermai, mi appoggiai stanco morto ad un recinto – sul fiordo nerazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco – i miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura – e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura”. No, non siamo tra Acerra, Villaricca e Giugliano, nella zona che è stata ribattezzata “il triangolo della morte”. Le pecore morte, la mattanza – ricordate? – mostrate in Biutiful Cauntri, il fortunato documentario sullo scandalo rifiuti in Campania di Andrea D’Ambrosio, Esmeralda Calabria e Giuseppe Ruggiero: non parliamo di questo. Anche perché, fiordi da quelle parti scarseggiano. Non scarseggiavano i fiori, ma ora sono discariche abusive. Eppure il Sud urla, eccome; nello stesso silenzio del grido di Edvard Munch (1863-1944), nel gelo cremisi di Nordstrand ad Oslo, nel suo stesso cielo rosso sangue, un’arancia spremuta all’orizzonte, o un pomodoro di San Marzano marcescente e striato.

L’urlo del Sud è il titolo di un’opera di Armando De Stefano, da cui prende nome la mostra con 18 nuove tele esposte al Madre di Napoli. Classe 1926, di lui lo scrittore Domenico Rea affermò che colori ed immagini parevano “gridi”. Quella vena espressionista – un nervo scoperto, piuttosto – non è mai venuta meno, ed ancora in occasione dell’esposizione al Madre (19 novembre 2011 – 9 gennaio 2012) il curatore Mario Franco ha avuto modo di definire le figure dei dipinti di De Stefano quali “maschere senza speranza, come ritratte in un pre-inferno, in preda al terrore o ad una solitudine e ad una sofferenza espressa con definitiva convinzione”.

Il Sud che urla nell’opera di De Stefano, dunque, con le sua anime pre-infernali, purganti anche se viventi, capuzzelle loquaci ma inascoltate. Un Sud chiaramente sfregiato, finanche nel nome che dà ironicamente il titolo ad alcune opere, o fa capolino come un graffito irriverente in altre: “Terronia”. Vien allora da fare un parallelo tra il ciclo di Munch, che comprendeva anche L’urlo, dal titolo Fregio della vita; ed il controcanto di De Stefano: che verrebbe, a questo punto, da chiamare “Lo Sfregio della vita”. Biutiful Cauntri docet.

Il Fregio della vita di Munch è un ciclo di dipinti concepito con l’intento di comprendere tutti gli aspetti della vita umana: una poesia della vita, dell’amore e della morte. C’è una compresenza, nell’opera di Munch, di afflato vitale ed incombenza della morte che si legge, meglio che nella determinazione esistenziale e sbilanciatamente angosciata de L’urlo, nell’affascinante calibratura formale di un’opera che vorrei citare per due ragioni.

La prima è che aprì un ciclo nel ciclo, all’interno del Fregio della vita, ossia quello intitolato Lamore che fiorisce e passa.

La seconda è che il titolo – Madonna (1894-95) – evoca, al cospetto della materialità urgente dell’immagine femminile non religiosa – semmai, pagana – uno spirito in qualche modo affine alla religiosità meridionale, come studiata da celebri interpreti della letteratura sul tema (penso in particolare a Sud e magia di Ernesto De Martino, ma anche a Carlo Levi).

L’opera fu presentata nella mostra tenutasi a Lipsia nel 1893, documentata da una fotografia che evidenzia un dettaglio decisivo sulla cornice: essa recava incise o dipinte forme di spermatozoi o embrioni, dando al nudo femminile rappresentato un’allusione ambiguamente sospesa tra concepimento e morte. Gli embrioni, infatti, sembravano piccoli teschi: quasi le capuzzelle dei cimiteri sotterranei di Napoli. La Madonna, significativamente ribattezzata anche Donna che ama, oscilla tra veglia e sonno, tra perdersi e ritrovarsi, tra abbandono furente da baccante e floscio rilascio della santa in estasi. L’aureola rosso vivo – secondo Arne Eggum, la falce lunare di Astarte – è l’ennesimo crinale tra sacro e profano, una religione del sangue, della vita: un fregio, pardon. Nell’accensione esacerbata dei capezzoli, nella terrosità della carni affocate sull’ocraceo, nella chioma di Partenope bruna rilasciata come i tentacoli di una medusa nera, ci si sorprende a vedere nostra signora prendere lassù, nelle lande tedesche, le sembianze di una delle tante zingare o scugnizze che saranno poi rappresentate con sanguigna poesia da Vincenzo Gemito. Non già per somiglianza etnica: ma per quell’insospettabile affiorare nell’arte di Munch di un’involontaria empatia con la meridionalità più pagana, quella delle forze della natura, siano esse della distruzione o della rigenerazione, degli spermatozoi o dei teschi. La magia naturale, la chiamava Carlo Levi. La cui Bibbia è un “Fregio della vita”.

In Cristo si è fermato ad Eboli, si legge: “La ragione soltanto ha un senso univoco e, come lei, la religione e la storia. Ma il senso dell’esistenza, come quello dell’arte e del linguaggio, o dell’amore, è molteplice, all’infinito”. Appunto: la molteplicità di amore, morte, vita.

Prendiamo il quadro di De Stefano esposto al II piano del Madre, L’urlo del Sud. Non c’è narrazione, ma presentazione decomposta, aguzza, fastidiosa. Profili gibbuti e volti scavati s’intersecano nel pallore ectoplasmatico dei toni freddi trasfigurando in maschera di umanità dolente, con le note del rosso che si fanno ferite cromatiche lancinanti: ma evocano nel fiordo devitalizzato dei toni glaciali una nota di sangue. In Mani su Terronia, in basso a destra, spunta una figurina che non sarebbe sfigurata nella cornice del quadro di Munch: un teschio, che sigilla il manto cremisi di un enigmatico personaggio incappucciato. E le mani: predano, o chiedano aiuto; distruggono, o salvano; invadono, o pregano, o fornicano. Ci sono residui di una sacralità come dispersa, di una diaspora del dolore inascoltata. Tutto si fonde, nello “Sfregio della vita”, nello sfregio del sud: l’irriducibile urlo, l’irriducibile silenzio.

 

Antonio Maiorino

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