Lucio Del Pezzo. Il gioco della metafisica. Opere 1960/1990

Lucio Del Pezzo. Il gioco della metafisica. Opere 1960/1990

Titolo

Lucio Del Pezzo. Il gioco della metafisica. Opere 1960/1990

Inaugura

Sabato, 17 Marzo, 2012 - 18:00

A cura di

Erika Rossi

Artisti partecipanti

Lucio Del Pezzo

Presso

2000&NOVECENTO Galleria d’Arte

Comunicato Stampa

Questa nuova mostra alla Galleria 2000 & NOVECENTO di Reggio Emilia presenta una serie di carte colorate di Lucio Del Pezzo, databili dal 1960 al 1990. Questo gruppo di lavori porta avanti la metafisica tipica dell’artista napoletano, che è una metafisica della forma piuttosto che una metafisica delle idee e della vita.
Ogni carta mette in atto un suo doppiogioco: tra colore piatto (china, matita, tempera, acrilico, acquarello, inchiostro, smalti) ed oggetto, tra geometria e cose (legno, corda, collage), ma soprattutto tra proposta di un enigma e la sua soluzione, tra segnaletica e purismo, tra ricorso e ricostruzione del ricordo, talora vicino al clima che porta in scena la Louise Nevelson, o le scale cromatiche di Duchamp.
E’ ovvio che nella memoria di Del Pezzo ci sia sempre il ricordo bruciante di Napoli, sua città natale e, con l’anarchia del rigattiere, raccoglie tutti i simboli e gli oggetti che nel suo lavoro diventano accumulazioni “dada” per mettere in atto l’esorcismo del rifiuto, e un peàna della gioia di vivere. Gli oggetti sono dunque il tempo perduto, il ricordo di un’infanzia autobiografica e insieme sociale.
In questo ultimo ciclo di lavori si intravvede però il segno-segnale di un nuovo ordine (si vedano opere come: Russia, Casellario 24 elementi, Ryoanij, Umebachi, Studio e Scala). Gli oggetti-forma, dai colori solari, mediterranei, dipinti talora con tecnica Pop-art, si collocano dentro casellari, grate, scale, in un ordine euclideo, o meglio platonico, dove le immagini ci appaiono al centro di un campo intatto, in uno spazio senza aria, come esempi di una ricerca in-vitro in un luogo di sperimentazioni, ma sempre legato al fantastico e al gioco dell’infanzia.
In opere posteriori come Paesaggio del 1990, Lucio Del Pezzo tenta il difficile lavoro di sgomberare l’occhio da cose inutili, ci mette davanti a un mondo di sensazioni sdrammatizzate, di spazi luminosi e rigorosi, di oggetti-simboli ridotti al rango di idea pura, vuole abituare l’occhio alla sostanza precisa delle sue enigmatiche cose, un palcoscenico (con una sua finta prospettiva) dove gli attori-icone recitano un'unica frase per tutto lo spettacolo.

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