La verità di Rodolfo Wilcock

Comunque sia, questo mondo è per te …

 

Sopra abbiamo il primo verso della poesia forse più bella di Juan Rodolfo Wilcock (1919-1978). Poeta, critico letterario, romanziere, traduttore, Wilcock era di padre inglese e di madre argentina di origine italiana, piemontese per l’esattezza. Era nato in Argentina, a Buenos Aires e studiò ingegneria. Esordì nel 1940 vincendo subito l’importante premio Martin Fierro. Nel 1945 e 46 fu editore di se stesso, pubblicando tre volumi di poesie.

Wilcock divenne amico di Borges, Adolfo Bioy Casares e Silvina Ocampo, tre glorie letterarie argentine. Con questi ultimi due fu in Italia nel 1951 e nel 1957 vi si trasferì per sempre. Nel 1979 gli fu data, postuma, la cittadinanza italiana. Ebbe un figlio adottivo, Livio Bacchi, per affinità intellettuali, a sua volta traduttore, fra gi altri, di Borges e di Virginia Woolf.

Wilcock è vissuto relativamente poco ma ha scritto molto. Fu autore di parecchie poesie, numerosi romanzi, saggi, articoli su giornali e su riviste culturali (di alcune fu anche direttore). E’ un autore raffinato, di grande capacità dialettica e di finissima ironia. A sostegno di tutto ciò vengono generalmente raccomandati almeno due libri: Il reato di scrivere e Il libro dei mostri.

Ne Il reato di scrivere, Wilcock si diverte e diverte a narrare di un mondo, quello letterario, dove troppo è abbandonato alla presunzione e all’approssimazione. Il libro dei mostri, pubblicato poco dopo la morte dell’autore, è un prodigio letterario di rara e amara bellezza. L’autore presenta personaggi persi nel problema esistenziale. Affibbia loro nomi improbabili come per sottolineare che ciò che narra non va preso troppo sul serio.   

A detta degli ammiratori di Wilcock questi due libri riassumono alla perfezione la mentalità del nostro scrittore. In effetti, l’impressione che si ricava leggendoli è quella di una sorta di testimonianza esauriente dei concetti di vivere e di essere da parte di questo grande intellettuale. (Il vero intellettuale viene emarginato dalla nostra società, viene stipato in una nicchia. Wilcock era ed è un autore di nicchia. L’editoria moderna non sa fare cultura, non ha il coraggio di rischiare, purtroppo non ha neppure le competenze, ormai, per promuovere esempi artistici e civili avanzati. Ma questi esempi non devono essere assolutamente persi di vista.)   

Wilcock si muove con dolcezza e talento fra affermazioni perentorie, rivisitate, e considerazioni problematiche risolte con ironia, mezzo sarcasmo, oppure con una sorta di teoria filosofica che alla fine accetta tutto, riservandosi il diritto all’uso di un’allegra bizzarria per giocare con questa enormità. Le regole del gioco sono sue e così il tutto deve adeguarsi, snaturandosi: il risultato è un mondo virtuale dove vanno a finire i sogni e le ambizioni. Ma attenzione, è un sognare a occhi aperti.

La questione vera sta nel senso della scrittura di Wilcock. L’autore, con le sue invenzioni esoteriche lasciate a briglia sciolta, rischia di approdare a un’ammissione d’impotenza della parola a spiegare la realtà. La parola, nei suoi scritti in prosa, assume, a un certo punto, il carattere di una sovrastruttura carica di significati inventati: come se esistesse un mondo parallelo a quello reale e l’uomo credesse, per autoconvinzione coltivata superficialmente, sia il suo quello autentico.

Il “gioco” di Wilcock si complica per l’improvvisa cripticità delle parole e quindi delle lettere: un caso particolarissimo di dislessia in quanto è una dislessia concettuale. Con tutto ciò il nostro scrittore sembra voler dire che in definitiva è l’uomo a determinare il valore di un pensiero, ovvero che il pensiero è relativo, non potrà mai avere un significato assoluto. La conseguenza è che l’uomo vive, ma non è capace di esistere, non è capace di “girare” con il mondo, però ritiene di sentire di poterlo fare: da qui la sua inquietudine, i suoi turbamenti, la sua angoscia. Il suo entusiasmo.

Così il nostro scrittore sospende il “gioco” e si concentra su ragionamenti del momento. La decisione gli evita approfondimenti forse indebiti, estenuanti e ingrati, e gli consente un sorriso bonario e intelligente sull’umanità. Vagamente nichilista, Wilcock si corregge in continuazione, sposando infine, con decisione franca, la locuzione riportata in apertura: “Comunque sia questo mondo è per te”. L’uomo lo deve accettare, magari suo malgrado. Non ha altro.   

 

 

 

 

Dario Lodi

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