La vergogna di Günter Grass

Günter Grass (1927-2015) è stato l’intellettuale tedesco più impegnato nel tentativo di rimuovere il complesso di colpa della Germania post-bellica. Non ci riuscì. Nel 2006 confessò che, diciassettenne, si arruolò nelle Waffen SS. Si pensava fosse stato costretto a mettere la divisa. La confessione dimostrò che Grass seguitava ad arrovellarsi intorno all’orrore del regime nazista. Certo, lo visse ai margini, senza sapere dei campi di sterminio, della Shoah. Quando ne venne a conoscenza, cominciò a battersi per rimuovere quei tempi e per abbracciare con calore la democrazia.

 

Grass fu romanziere, poeta, scultore, pittore, saggista. Soprattutto saggista. I suoi romanzi, in fondo dei saggi, sono fondati sulla ricerca di un’etica di comportamento degna del genere umano, contengono argomentazioni fitte e appassionate sulla necessità di questa adozione. Il Nostro compie delle operazioni che contemplano la crescita della coscienza civile e democratica da parte del lettore. Il suo romanzo d’esordio, Il tamburo di latta (forse la cosa migliore da lui scritta), anno 1959, contiene già tutto il suo pensiero. Il protagonista, Oskar Matzerath, deforme ma intellettualmente eccezionale, sfoga il suo risentimento verso il sistema suonando all’impazzata un tamburo di latta. Non si sente considerato a causa della sua deformità, ma, a differenza del famoso insetto kafkiano, reagisce con forza per affermare la sua presenza. Il romanzo è una parabola della Germania che con il nazismo trovò un riferimento. Grass fa capire che esso fu una deformazione della realtà ai cui piedi finì chi voleva protezione a tutti i costi, razionalmente e irrazionalmente.

 

Il viaggio di Günter Grass nella Germania caduta nella crisi nazista viene riassunto nello scritto, Il mio secolo, anno 1999, quello del Premio Nobel, ovvero cento racconti incentrati sul tentativo di superare il passato e magari di cancellarlo come un incidente di percorso. L’annullamento è una tentazione notevole perché l’animo di Grass non tollera la macchia incivile del nazismo. Il ragionamento che sorregge l’intolleranza è semplice: come può essere accettata la brutalità di Hitler in una nazione culturalmente all’avanguardia? Questa brutalità non può essere considerata, invece, follia di pochi prevalente in un momento storico delicato?

 

Il discorso sul nazismo è complesso sino a un certo punto, per le reticenze che puntualmente si presentano chiedendo udienza a valutazione. Queste reticenze riguardano ciò che Hanna Arendt denunciò nel suo “La banalità del male”, dove viene riportato il processo a Eichmann e viene denunciata coraggiosamente, con un coraggio prima assente, la condizione mentale tedesca, e non solo tedesca, dell’epoca. La Arendt tratta Eichmann come un uomo qualunque incaricato di un lavoro che l’interessato eseguì con scrupolo, senza farsi domande. Si trattava di eliminare degli esseri umani indifesi. Per Eichmann era come se gli avessero detto di bruciare legna. Sta qui la crudeltà inaudita di persone in grado di esercitarla.

 

Il problema nazista sta nella liceità delle uccisioni. Sta nello Stato che le promuove. Sta nel potere con una morale relativa, discrezionale, razzista. Sta nel concetto, incredibile per una mente fina come quella di Grass, di “sottouomini”. Forse la realtà delle uccisioni barbare, impensabili, è tutta in una terribile questione pratica, con tre importanti diramazioni: l’eliminazione di bocche da sfamare, nella conquista di territorio russo; il furto nei confronti degli ebrei polacchi soprattutto, allontanati dalle loro case e assassinati per evitare rivendicazioni; lo schiavismo dei popoli sottomessi per avere mano d’opera a costo zero nell’industria bellica. Né va dimenticata la drammaticità della situazione tedesca: i tedeschi erano contro il mondo intero e soffrivano della sindrome dell’accerchiamento, specie dopo Stalingrado. La vita, a quei tempi, non valeva niente. In Germania, nella seconda guerra mondiale, morì oltre un decimo della popolazione per sola causa bellica. Morirono più tedeschi che ebrei.

 

Grass, nel suo ultimo libro, Il giorno del gambero, anno 2002, evidenzia la catastrofe della seconda guerra mondiale, trattandola come un cedimento strutturale e generale della civiltà. Il libro parla – romanzando la vicenda – dell’affondamento, il 30 gennaio 1945 nel Baltico, di una nave da crociera tedesca, la  “Wilhelm Gustloff” (un nazista ucciso da un ebreo) per mano russa. Un’azione deliberata e soprattutto crudele. La nave era colma di tedeschi dell’est che cercavano di fuggire dall’avanzata russa, terrorizzati dalla brutalità dei soldati dell’Armata Rossa, brutalità paragonabile a quella nazista del giugno 1941, allorché Hitler scatenò l’Operazione Barbarossa, facendo, nel giro di pochi mesi, nella sua marcia verso Mosca, centinaia di migliaia di morti. Nell’affondamento, annegarono oltre diecimila fuggitivi: fu la più grande tragedia navale di tutti i tempi.

 

Grass, in fondo, tenta la carta della nefandezza russa per alleviare quella nazista. Lo scopo è far rientrare il nazismo nella sfera di una certa logica comportamentale che ha le sue radici nell’animo umano in genere e in quello capitalista in particolare. Ecco perché il nostro intellettuale sposa la democrazia e dà il suo contributo politico alla causa democratica con fervore e razionalità. Va detto però che il fervore supera il realismo e la razionalità è di tipo filosofico, con cedimenti idealistici datati, appartenenti alla storia precedente, conoscendo la quale si fa indubbiamente la storia futura, ma non certo in fotocopia o come contrasto assoluto, radicale.

 

Grass era contrario all’unificazione della Germania, temendo una sua ripresa armata, ma dimenticando i cambiamenti avvenuti, per effetto dei quali l’importanza mondiale dell’Europa, dopo la seconda guerra mondiale, fu sacrificata a favore degli Stati Uniti. Inoltre, la vecchia preminenza industriale fu sconfitta dalla finanza, in rapido cammino verso il condizionamento dell’intero mondo. Grass fu anche un oppositore di Israele, colpevole, secondo lui, di destabilizzare l’area mediorientale. La storia vera in merito non ha dubbi: l’area in questione fu destabilizzata dopo la caduta dell’impero turco e l’affidamento dei territori a Inghilterra e Francia che fecero il peggio del peggio, creando stati mai esistiti e promuovendo confronti tribali per la presenza di storie diverse, spesso antagoniste in passato, nella stessa zona. Inoltre Israele è una realtà nata dagli sforzi di Theodore Herzl (Sionismo) che riuscì a far comprare territori palestinesi dagli ebrei, con il beneplacito di Lord Balfour (il documento è del 1917). Infine, fu la Guerra Fredda a determinare il caos in Medioriente.   

 

Le opinioni di Günter Grass, reiterate in vari modi, con diverse invenzioni romanzesche, corpose e raffinate, appaiono sempre soggette alla preoccupazione di partenza – un’ossessione per lui – che è fatta di sbigottimento per l’accaduto epocale - la Shoah in primis - causato dal nazismo, sicuramente il punto d’arrivo della irrazionalità umana. Il punto di arrivo è ovviamente un’ipotesi che tuttavia Grass adotta come tesi per consolare il proprio animo (per chi scrive, modestamente, è la stessa cosa). Va salvato questo suo impegno – che prende il nazismo ad esempio della miseria umana da superare – perché sincero e rispettoso di quelle risorse che fanno dell’uomo un essere degno di vivere, e di esistere.

 

Dario Lodi

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