SUBLIME

SUBLIME CARAVAGGIO

di Dario Lodi

 

C'è un tale Michelangelo da Caravaggio che a Roma fa cose notevoli [...] costui s'è conquistato con le sue opere fama, onore e rinomanza. [...] egli è uno che non tiene in gran conto le opere di alcun maestro, senza d'altronde lodare apertamente le proprie. [...] Ora egli è un misto di grano e di pula; infatti non si consacra di continuo allo studio, ma quando ha lavorato un paio di settimane, se ne va a spasso per un mese o due con lo spadone al fianco e un servo di dietro, e gira da un gioco di palla all'altro, molto incline a duellare e a far baruffe, cosicché è raro che lo si possa frequentare. (Karel van Mander, poeta e critico fiammingo della stessa epoca di Caravaggio)

Si esercitò da giovine nell'arte di murare e portò lo schifo della calce nelle fabbriche [...] s'incontrò a far le colle ad alcuni pittori che dipingevano a fresco, e tirato dalla voglia di usare i colori accompagnossi con loro, applicandosi tutto alla pittura. [...] Dopo, essendo egli d'ingegno torbido e contenzioso, per alcune discordie fuggitosene da Milano giunse in Venezia, ove si compiacque tanto del colorito di Giorgione che se lo propose per iscorta nell'imitazione. [...] Condottosi a Roma vi dimorò senza ricapito e senza provvedimento [...] sichè dalla necessità costretto, andò a servire il cavaliere Giuseppe d'Arpino, da cui fu applicato a dipinger fiori e frutti sì bene contrafatti che da lui vennero a frequentarsi a quella maggior vaghezza che tanto oggi diletta. [...] Ma esercitandosi egli di mala voglia in queste cose, e sentendo gran rammarico di vedersi tolto alle figure, incontrò l'occasione di Prospero, pittore di grottesche, e uscì di casa di Giuseppe per contrastargli la gloria del pennello. [...] ...era solito usare drappi e velluti nobili per adornarsi; ma quando poi si era messo un abito, mai lo tralasciava finché non gli cadeva in cenci [...] ...era negligentissimo nel pulirsi; mangiò molti anni sopra la tela di un ritratto, servendosene per tovaglio mattina e sera. (Giovanni Pietro Bellori, storico dell’arte del ‘600)

A Poussin, nulla piaceva del Caravaggio, secondo lui venuto al mondo per distruggere la pittura. Né ci si deve meravigliare di una tale insofferenza, perché se Poussin cercava il decoro nelle proprie composizioni, il Caravaggio si lasciava trascinare dal vero naturale così come gli appariva: erano ai poli opposti. Tuttavia, a considerare l'essenza reale della pittura, che consiste nell'imitare ciò che si vede, bisogna ammettere che il Caravaggio la possedeva a fondo [...] ha imitato così perfettamente il soggetto che null'altro può desiderarsi. (André Félibien, architetto e storico dell’arte francese del ‘600)

... ha dipinto con uguale elevatezza ritratti, scene sacre e di genere, fiori e frutti. Naturalista sempre, le sue pitture hanno uno straordinario plasticismo e spesso una suggestiva grandezza che fa perdonare al loro autore ogni mancanza di distinzione nella scelta delle forme, l'esagerazione dei gesti e le tinte scure senza trasparenza. (Frédéric Villot, pittore e storico francese dell’800)

... cancella il valore disegnativo dato alla forma dai fiorentini, rifugge dai partiti decorativi, semplifica la visione degli oggetti per mezzo di un taglio, nitido, notturno, tra luce e ombra; approfondisce e semplifica la composizione. Dalle opere giovanili, composte ad armonia di chiari colori, sotto luci bionde e velari leggieri di ombre trasparenti, alle ultime, cupe e notturne, schiarate da luci crude e costrette, l'arte del Caravaggio sempre più afferma i suoi principi fondamentali plastico-luminosi, che fanno di lui il precursore dei massimi geni del Seicento europeo: da Franz Hals e Rembrandt, al primitivo Velàzquez. ( Adolfo Venturi, storico dell’arte dell’Otto-Novecento)

Nelle pitture di Caravaggio ci sono effetti di luce. L'interruttore non so dov'è. (Bruno Munari, artista del ‘900)

 

Stralcio di un’intervista di Marcello Parilli  al prof. Alessandro Zuccoli apparsa sul Corriere della Sera del 16 dicembre 2011

Tanto per cominciare, quell'immagine di un Caravaggio «straccione», poco inserito nella società romana e quasi eretico rispetto al sentire religioso del suo tempo. «Sono semplificazioni che non corrispondono alla realtà - dice Zuccari -. Caravaggio aveva una sua visione religiosa, che però era lontana da quella ufficiale e "perbenista". La sua rappresentazione di poveri, anziani e malati, quel panorama umano inedito che nei suoi dipinti emergeva dal buio corrisponde invece a una sensibilità particolare, che è quella dei circoli religiosi più avveduti e avanzati del tempo come quello di San Filippo Neri, a cui del resto era vicino il suo protettore, il cardinal Del Monte. Ed è una sensibilità che con gli anni rappresenta la realtà in modo da mostrarne sempre più tutta l'evidenza drammatica, di pari passo con il complicarsi della sua vita».

 

Anche l'immagine del Caravaggio come pittore trasgressivo va rivista: si è detto che il Merisi dipingesse direttamente sulla tela senza disegnare, mentre le nuove tecnologie hanno fatto emergere sotto la pittura disegni precisi e di ottima mano; si è detto che non si ispirasse ai pittori del passato né studiasse le statue greche, mentre è provata una forte influenza di Michelangelo e di tutta la pittura rinascimentale sull'artista milanese. Sì, milanese (come il fratello minore Giovanni Battista, del resto) perché a Milano è stato trovato nel 2007 dal manager in pensione Vittorio Pirami il suo certificato di battesimo nella parrocchia di S. Stefano in Brolo, confortando una tesi del Calvesi di almeno due decenni prima che faceva risalire la data di nascita al 29 settembre del 1571 e non del 1573. A Caravaggio, in provincia di Bergamo, si erano solo sposati i genitori.

 

Insomma, quello che gli studiosi vanno scoprendo è un artista complesso che nelle sue opere presenta un doppio livello di lettura: quello immediato, comprensibile e tutti, e quello più colto.

 

 

 

 

 

Dario Lodi

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