I sogni lucidi della fotografia di moda

riceviamo e pubblichiamo, recensione di Gabriele Bevilacqua:

SOGNI LUCIDI

Una strepitosa Lucia Giacani alla Mole Vanvitelliana di Ancona. Jesina di nascita, vive a Milano e si occupa di fotografia dal 1998.

 

Vanity Fair, Vogue, Kult, Posh, Must, Swindle Magazine. Una fotografa delle più prestigiose riviste di moda, con un’intensa attività espositiva nazionale e internazionale, è passata ad Agosto negli spazi del Lazzaretto -dove passò pure Giacomo Casanova. Qui hanno trovato residenza temporanea le sue creature, a metà tra le fanciulle in fiore di proustiana memoria e identità evolute di una Silver Factory di Warhol. Giacani indaga le potenzialità espressive, fissandole come in una trasognata still da video. Non solo un patinato prodotto pubblicitario ma un'esplorazione di alto spessore. L'artista, infatti, gioca su accostamenti paradossali. Cito a mo’ d’esempio Under my skin (2013) e Clean inside (2014). Nel primo, apparso su “Vogue”, una straniante figura femminile appare in un algido laboratorio di anatomia animale, addirittura con un'acconciatura che ricorda striature di muscoli. Nel secondo, apparso su “Ten Project”, la modella con la mano discosta l'abito ma anziché mostrare il seno, vediamo un latteo cuore incastonato nella gabbia toracica. Visione onirica alla Tim Burton, che passa da un cromatismo pop a un color pastello in voga anche nel cinema (penso a You, the Living di Roy Andersson), da figurazioni flou (Virgo per “Vogue accessory”) ai b-movie o al burtoniano Willy Wonka de La fabbrica di cioccolato. Come non menzionare i perfetti tableaux vivant di DDR, l’intelligente e severa visione filologica dello spionaggio come ne Le vite degli altri di F. H. Donnersmarck. Come Empereur, che richiama l’epopea napoleonica, DDR s’inserisce nella tendenza dell’arte attuale di misurarsi con il passato e la memoria storica.

Giacani colpisce per la grande cura del progetto e dell'esecuzione, come pure per la capacità di interagire in un complesso lavoro d’équipe. La stessa espressione dei volti, quella che Plinio chiamava argutiae vultus, rivela una cura nei minimi dettagli, in cui fotografa e truccatore si fondono in perfetta sintonia. L'applicazione, cioè lo studio attento e continuo da parte dell'artista verso il procedimento esecutivo e l'aspetto estetico (come osserviamo nel meticoloso assettamento dei soggetti in posa), è dunque frutto di un’invidiabile acribia e padronanza del mestiere.

Nondimeno, il caratteristico della giovane artista jesina, non si ferma qui. C'è di più. Chi ha visitato la mostra ha percepito non solo un'evidente agilità tecnica e formale. Anche la moda nella sua leggerezza e follia (forse aveva ragione Oscar Wilde quando affermava che essa in fondo è una forma di bruttezza così intollerabile che siamo costretti a cambiarla ogni sei mesi”) nelle mani sapienti della Giacani può rappresentare uno scorcio di senso, di attesa d’interrogazione sull'uomo. Può sembrare azzardato assimilare la fashion photography a quella che il filosofo H. G. Gadamer chiamava “l'esperienza del tu” in cui è dato ascoltare l'appello dell'altro e lasciare che questi si affermi indipendente da me. A ben vedere però le opere qui esposte sono propriamente ‘ritratti’. Non tanto “narrazioni in miniatura”, come nel caso di Joseph Koudelka ma scandaglio, ascolto, affermazione dell'altro -l'universo femminile? In questo ci ricordano le sofisticate messe in scena di un altro giovane emergente nel mondo della fotografia di moda, Mustafa Sabbag. Come pure le lolite iperreali e vintage di Francesca Tilio con il suo Holiday. Forse oggi c'è un interesse più severo nell'indagare il senso dell'uomo attraverso il suo volto: e qui potremmo allargare il discorso alla fotografia sociale di JR, con le istantanee di tutti gli abitanti di un sobborgo parigino o al lavoro di Gianfranco Baruchello con le fototessere dei ricercati dalla polizia negli anni ’30 e ‘40. Tornando alla mostra, solo uno sguardo affrettato potrebbe pensare alla celebrazione di una bellezza ridotta a narcisismo e seduzione, a un delirio del corpo in cui l'individuo è non che la sua cute. Io credo che i sogni di Lucia, memori sicuramente della lezione di maestri come R. Avedon col suo Dovima con gli elefanti, siano davvero tanto più lucidi, quanto più ci premuniscono da una simile riduzione paventata in L'uomo di superficie dallo psichiatra V. Andreoli. La fotografia di Giacani in realtà evoca un di più di senso e profondità, che procede, seppur tra paradossi figurativi e fissità straniante dei suoi soggetti, per quella chiarezza che San Tommaso definiva come una delle proprietà del Bello in cui appare e sfugge il mistero e la pienezza dell’essere.

Gabriele Bevilacqua

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