UNO SGUARDO SULL'ESISTENZIALISMO

L’Esistenzialismo è sostanzialmente l’analisi della propria esistenza, con conseguente tentativo di chiarimento del rapporto con l’essere, con il mondo. Storicamente non si tratta di una novità assoluta, ma certo furono i protestanti a esaltarlo, timorosi di essere inadeguati a trattare con la divinità che del mondo, per la religione, è responsabile. Questa responsabilità si andò parzialmente a incrinare con la nascita della scienza moderna, con l’avvento di Razionalismo e Illuminismo e con la rivoluzione operata, a metà Settecento, dalla realizzazione della macchina industriale. Il passaggio fra uomo dipendente dalla natura a uomo padrone della stessa (per lo meno in senso utilitaristico, di sfruttamento, insomma) determinò una crisi sentimentale tesaurizzata nelle pieghe di un fenomeno tutto nuovo, il Romanticismo.

Il Romanticismo andava ad assumere ciò che era gestito dalla religione, con l’aggiunta di nuove speculazioni dovute all’umanità da tempo uscita dal Medioevo. La rapidità con cui l’industrialismo ebbe successo, causò ripercussioni psicologiche di notevole portata, costringendo l’uomo a fare i conti con la potenza umana rispetto a quella divina. È in quest’ambito che agisce la personalità di Soren Kierkegaard, danese, considerato da molti il padre dell’Esistenzialismo moderno. La sua breve vita (era alquanto fragile di salute e morì a soli 42 anni, nel 1855) fu una sorta di calvario fatto di angoscia e di disperazione per una serie di crisi mistiche che lo portavano a subire il terrore del nulla. Essenzialmente, Kierkegaard era sconfortato dal comportamento della chiesa (vuoi protestante, vuoi cattolica, vuoi ortodossa) in quanto lontana dalla grandezza spirituale, vittima del dogma irrazionale. Per lui la vera divinità era il cosiddetto spirito santo (anche se parla spesso di dio nei suoi scritti), alla quale ci si doveva inchinare grazie alla convinzione nella bontà metafisica: era la vecchia armonia greca che ritornava con una moderna presa di coscienza, avversa alle soluzioni ecclesiastiche e concentrata sulla liceità, da parte dell’uomo, di competere con un presunto sapere superiore. Alla fine, Kierkegaard opta per la soluzione kantiana, non senza aver vissuto drammaticamente la questione esistenziale ed essere stato tentato, senza volerlo ammettere, dalla nuova potenza dell’uomo. Era stato lo spirito più intimo del Romanticismo a fargli accettare l’opzione mistica, la fiducia in dio (nello spirito santo, come si diceva), martirizzandosi. Il suo fu una specie di martirio al contrario, non senza dubbi atroci, non senza perplessità profonde, tipiche del protestante fedele. Va ribadito che lui non fu religioso nei termini convenzionali, tanto è vero che rifiutò l’estrema unzione. 

La drammaticità epocale di Kierkegaard si ritrova in Henrik Ibsen, norvegese, morto quasi ottantenne nel 1906. Era un drammaturgo eccezionale, studioso e rivelatore della dimensione intima della borghesia ottocentesca, malata di apparenze, crudele nella realtà e bigotta sino al midollo. Tutto ciò a scapito di aperture mentali con cui questa borghesia avrebbe potuto allargare i propri orizzonti intellettuali. Di fatto essa riparava le tribolazioni personali e spirituali nell’alveo di una chiesa protestante che, nell’800, diede probabilmente il peggio di sé. Basti pensare al lungo periodo vittoriano, durante il quale arte e religione erano, genericamente, viste come semplice abbellimento delle conquiste materiali. Praticamente era proibito pensare seriamente al di fuori dell’orizzonte utilitaristico. Ibsen, nei suoi drammi, denunciò tutto questo, fu un autentico umanista moderno, si batté per la dignità delle donne. Fu cupo per dubbi artistici titanici, ma non si tirò indietro nella profonda consapevolezza di virtù umane paragonabili a quelle divine sbandierate, per abitudine, da secoli, senza neppure un minimo di analisi. Si dirà, ma l’analisi religiosa è dei filosofi, non dei preti. E si aggiungerà: in fondo la religione è un approdo sicuro, sebbene non si conosca per niente la riva. Infine, la religione è una disciplina dell’animo che fa l’uomo, un essere superiore, in quanto lo pone a contatto con il cielo. Ibsen sarebbe così un visionario, un eretico. La chiesa non lo amò e neppure la società del tempo, nella quale i più deboli, donne comprese, venivano emarginati.

Fedor Dostoevskij (1821-1881), nato a Mosca e morto a San Pietroburgo, città da lui adorata, fu un esistenzialista puro. Fu puro nel senso che s’interrogò profondamente sulle questioni vitali e su quelle esistenziali. Lo fece senza un pregiudizio (che sarà, invece, una caratteristica di Andrè Gide e di Jean-Paul Sartre, entrambi trionfanti stoicamente, e con compiacenza, sul primato umano; entrambi privi di un’analisi pregnante sulla scelta, perciò aprioristica). La mancanza di pregiudizio si riscontra nella seria calata di Dostoevskij negli abissi dell’animo, in un mondo, quello religioso ortodosso, che imponeva l’anima. Era l’anima una cosa veramente concepibile? Dove erano i riscontri oggettivi del suo reperimento? Altro fenomeno è l’animo: è un fenomeno che per lo meno si sente come energia in se stessi, ed un’energia possente, come predicava, fra le righe, Spinoza. Ma Dostoevskij doveva fare i conti con una religione, quella ortodossa appunto, che non  si discostava molto dalla rigidità della chiesa protestante (mentre quella cattolica si accontentava di catechizzare senza vigilare, non tanto per mettere in pratica la misericordia, quanto per disinteresse sostanziale nei confronti dei fedeli). E questi conti sono pesanti. Il suo Raskol'nikov, personaggio centrale di “Delitto e castigo” è uno che, sulla base materialismo dominante – in Russia conosciuto attraverso la Francia e la Germania - , crede di potersi inventare una morale su misura. Per il delitto che compie a danno di un soggetto definito parassita del sistema, in un primo tempo ritiene valida la giustificazione della lotta per la sopravvivenza del più forte, trasformando l’essere umano in una cosa nelle mani dell’uomo che giudica se serva o no. Nel caso del no, la soppressione diviene un fatto naturale. Logicamente in tutto questo esiste una grande confusione, per carenza di un ordine morale laico pari a quello religioso. Dostoevskij cerca disperatamente una laicità significativa e di fatto condanna le soluzioni di comodo, arrivando a definirle superficiali e pericolose per qualunque uomo, per l’umanità. A questo punto, il pentimento del suo personaggio, con tanto di ripercussioni interiori assai vicine all’angoscia delirante, è un riconoscimento della vecchia e superiore morale religiosa. Il fenomeno è contorto perché le sensazioni e le idee del grande scrittore russo sono vive e si sviluppano su più piani concettuali a causa di timore d’incapacità nel valutare seriamente le cose. Il ricorso alla provvidenza non è, nel caso di Dostoevskij, un cedimento a favore della religione, bensì è un richiamo all’ordine laico di consapevolezza dei diritti di ogni individuo. Se la religione è ormai blanda nel far valere questi diritti, lo faccia la laicità! Il nostro Manzoni era della stessa idea sino a un certo punto: per il gran lombardo, la provvidenza era una cosa superiore che prima o poi equilibrava tutto quanto. L’intervento umano, secondo Manzoni, era di stampo vichiano: secondo Giambattista Vico senza la mano divina, gli uomini erano destinati alla sconfitta e a ripeterla all’infinito. A questo proposito, vale la pena rifarsi al capolavoro di Manzoni, “Storia della colonna infame”, in cui lo scrittore condanna la giustizia umana, definendola, in definitiva, ottusa e brutale.

Non così Dostoevskij che invece confida nel progresso intellettuale umano sino alla costituzione di un ordine umano laico più rigoroso nei confronti dei diritti e dei doveri dell’individuo. Intanto, precisa, anche a costo della vita (fu davanti a un plotone d’esecuzione, che non sparò, per le sue idee liberali), che regimi cristallizzati intorno a forme consuetudinarie, con sistemi verticali accettati dalla chiesa, sono indegni verso il concetto di umanità e crudeli. Tenere sotto gli uomini con la sferza materiale dello zar e quella morale della chiesa era il residuo di una miseria razionale, salvo fortunate eccezioni (l’Umanesimo del ‘400, lì’Illuminismo settecentesco) datata mille anni. D’altra parte, la vittoria (parziale) sulla natura non doveva dare adito alla convinzione di essere giunti alla creazione di un uomo perfetto, al quale tutto poteva essere perdonato, se vincente soprattutto sui deboli. Dostoevskij si chiedeva dove stava l’errore nella morale mobile, lo trovò e lo rivelò narrando una vicenda sordida con notevole partecipazione emotiva e impegno razionale, a costo di veder dilacerato il suo sincero sentimentalismo, situato ben oltre ogni orizzonte dolciastro, ferito, sbranato dalla povera filosofia pragmatica e mal consolato dalle svenevolezze romantiche. Quando intervenne nella disputa religione-laicità, Lev Tolstoj portò un grande contributo alla seconda, battendosi per il primato morale razionale, preso dalla religione e, con consapevolezza piena e visione lungimirante, introdotto nella personalità umana, nella quale egli vide la creazione della trascendenza come limite della comprensione oggettiva: un limite finalmente superabile dalla maggiore coscienza di sé. Una tesi promossa con molta determinazione nel momento di maggiore crisi, verso la fine del secolo, del Romanticismo ottocentesco. Tolstoj fu tra i padri dell’uomo contemporaneo.

In estrema sintesi, parliamo ora di Friedric Nietzsche (1844-1900). Il filosofo tedesco fu l’ultimo rappresentante dell’Esistenzialismo moderno e il più rabbioso nei confronti della religione, da lui definita in tutto i modi negativi possibili. Nietzsche pensava all’Oltreuomo, a un essere umano sganciato dalle miserie terrestri, dopo aver eliminato le passività intellettuali che la chiesa conservava gelosamente per motivi di basso ordine sociale, molto più che per ispirazione spirituale. Vissuto in un ambiente protestante, il nostro filosofo ne colse, con vivezza particolare, la contraddizione e soprattutto una resa all’irrazionalismo. I suoi giri e rigiri nelle gore delle istituzioni religiose sono una terribile calata in una specie d’inferno che non lascia scampo al respiro laico. Immaginiamo Piranesi nelle incisioni delle sue “Carceri”, una sorta di “mise en abyme” senza luce. Per questo, Nietzsche trasmette un’indignazione palpabile nei confronti del fatto religioso, dal quale si divincola con la forza di un titano. Egli sente che manca ancora il corrispettivo umano affidabile e risolutore a favore della sola razionalità. L’Oltreuomo nicciano è incarnazione di spirito, sentimento, e ragione. E non ha paura delle cose, che infatti domina con la forza della propria personalità matura. Nietzsche, con disturbi mentali probabilmente determinati da una sensibilità straordinaria, non analizza le cose, bensì le usa, deformate dalla sua mente, come armi possenti contro altre cose che, grazie a un’intuizione libera di esprimersi, individua nelle paralisi intellettuali create dalla chiesa e imposte dalla stessa a un uomo dimezzato, costringendolo alla eterna sottomissione, alla cancellazione del proprio essere. Discorso difficile, complesso, che Nietzsche fa con molto trasporto, facendo lievitare le ingiustizie più marchiane del sistema che si basa su miti aggiornati pigramente. Il risultato delle sue incursioni nel concetto di civiltà umana responsabile e creativa secondo le autentiche prerogative  dell’uomo, quelle razionali dirette, è un incentivo a superare i tentennamenti del passato, ancora in parte coevi, e ad adottare decisamente i valori laici che Nietzsche getta al di là della contingenza e lancia verso orizzonti concreti ben più significativi delle costruzioni fantastiche religiose. Il filosofo tedesco denuncia una forte tensione sotterranea, guidata con impeti sanguigni nella direzione di un mondo che l’uomo deve fare suo. È la reazione risentita alla ripresa ottocentesca della religione, confusa (ma viva) nei riti borghesi. La passività della borghesia, che dovrebbe avere, per riconoscenza, qualche caratteristica illuministica nobile, è la chiave per comprendere il flusso inarrestabile e muscolare degli umori accesi di un pensatore mentalmente disturbato ma capace di una certa profonda lucidità, quella lucidità che s’impone a lampioni gravati di polvere pesante, incrostata.

 

Dario Lodi

(nella figura Soren Kierkegaard)

     

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