Rino Telaro: I "movimenti"delle avanguardie? Erano statici!

Rino Telaro: I "movimenti"delle avanguardie? Erano statici!

Rino Telaro, comincia la sua attività artistica nel 1966.

Dopo il diploma tecnico, si iscrive alla facoltà d'architettura dell'ateneo napoletano che lascia dopo il quarto anno, per dedicarsi interamente alla ricerca artistica.

L'esigenza di nuove esperienze lo porta a Parigi, nel maggio 1968, dove vive durante circa due anni partecipando attivamente ai movimenti culturali della capitale francese.

All'esperienza parigina succede la tedesca (Monaco).

Ritorna in Italia nel 1972, dove frequenta attivamente gli ambienti artistici di Roma e Milano.

Nel 1974 è in Svizzera.

Nel 1975, è invitato a partecipare alla decima quadriennale d'arte di Roma.

Nel 1976 è a Londra dove risiederà circa dodici anni. E' il periodo durante il quale frequenta artisti e critici londinesi (David Medalla, Guy Brett, Caroline Tisdall e Peter Townsend).

È membro del gruppo "artisti per la democrazia", fra cui il teorico, Guy Brett, è membro del gruppo romano "cosa mentale", teorizzato, da Maurizio Fagiolo Dell'Arco.

Nel 1991, rientra in Italia.

Nel 2000, si ferma in Belgio dove vive attualmente.

 

Rino partiamo dalle cose che ci accomunano, la tua idea dell'arte è una idea di un linguaggio che travalica certi spazi imposti dagli intermediari "addetti ai lavori", che il mercato impone come tappe obbligatorie, non solo di formazione, ma anche di consolidamento di un artista, tu ti muovi indifferentemente tra pubblico e privato al punto di fare coincidere il tuo privato con il pubblico e viceversa, mi riferisco anche a un certo tuo modo di rapportarti con le tue installazioni alla tua terra, quanto è problematico per un artista come te arrivare a trasmettere il senso del proprio lavoro e della propria ricerca a un pubblico diverso da quello convenzionale?

 

Non è mai stato problematico  far coincidere il pubblico con il privato e viceversa.

Nelle opere che espongo c’è il mio pensiero  si è sviluppato grazie alla condivisione ed ai costanti scambi culturali con le persone o con il loro pensiero tramite scritti istaurando comunque, un dialogo per evitare di cadere nella trappola mediatica del: “Lo dice l’autore di un best-seller”.
In secondo luogo, la costante ricerca di me stesso, attraverso quel bambino che ero e che per mia fortuna non ho mai abbandonato; infatti, si è rivelato utilissimo per la comprensione di quella cultura che universalmente ci accomuna e che tutti condividiamo anche se molti, non se ne rendono conto.

Ho sempre rifiutato di esprimermi con linguaggi convenzionali perché essi sono accuratamente prescelti da speculatori e manipolatori per allontanarci dalla ricerca, dall’incontro con l’altro e dalla libertà d’espressione che senza dubbio è più minacciosa.

Qualcosa nei tuoi lavori sembra sempre condurre e condurci nella tua terra d'origine, come coniughi il tuo linguaggio fortemente radicato in un contesto come quello che vivi quotidianamente in Belgio?

Le mie radici culturali sono chiaramente italiane, sono nato in Italia e vi ho trascorso la mia infanzia che per altro ricordo con amore, quindi è istintivo il mio legame con quella terra ma in generale, il mio lavoro è universale, anche quando parlo delle mie radici.

A parte per luoghi e fatti specifici, il mio lavoro è costruito più intorno a ciò che ci accomuna universalmente che nello specifico.

Non esistono usi e costumi migliori degli altri ma esiste l’amore per il creato unico e solo legante per la vita.

Le convenzioni, i formalismi etici e morali non sono altro che delle menzogne a modo.

Il Belgio è un paese tra i tanti che popolano la nostra terra e a parte gli usi e i costumi un po’ diversi, la loro idea di amore non è differente dalla nostra, per cui le barriere antropologiche-culturali possono essere facilmente superate, anche quando la mia ricerca si estende nell’ambito di un Belgio fiammingo alquanto riluttante e indipendentista dove la politica cerca di far prevalere gli usi e i costumi, ovvero, formalità e formalismi, sull’amore.

Sei un artista di movimento, che bene si relaziona a un mondo fluido e interconnesso dalle dinamiche mutevoli, attraverso il web hai anche lanciato un "Manifesto brut", cosa teorizzi, individui e proponi in rete con altri artisti, e perché connoti il tuo manifesto come "brut"?

L'aggettivo di per sé mi fa un poco pensare a Dubuffet, ma anche a una idea di manifesto, nel senso delle avanguardie storiche, non più proponibile in un contesto mutabile socialmente, politicamente ed economicamente nel nostro ordinario quotidiano...

Sono un artista in perenne movimento, e prima di lanciare il Manifesto Brut nato grazie alla collaborazione con un artista belga, Michaël Beauvent, attraverso il web (Le fauci del mostro); lo abbiamo lanciato lungo i solchi creati dalle lame dell’aratro dell’arte ortodossa e del suo spietato mercato per seminarli, con la speranza di poter far crescere ramoscelli di saggezza atti a ridare libertà all’artista e al suo operato, in una società dove l’informazione e il dialogo non sono che pure formalità.

Il Manifesto, è da intendersi nella sua accezione più ampia, cioè, informare e Brut in tutte, ma privilegiando il significato di: “Ritorno alle origini”.

Non come passo indietro, ma per recuperare quella cultura universale che ci accomuna, per poterci poi rilanciare in un nuovo futuro.

Come vedi, il termine brut non condivide nulla con quello espresso da Jean Dubuffet, termine da lui utilizzato per la prima volta nel 1945 per designare un’arte espressa da persone senza nessuna cultura artistica.

Dare pieno sfogo all’istinto è senza dubbio terapeutico cosi come lo è la passione, ma non è l’ultima tappa, né è sicuramente una, ma non ci si può fermare perché l’amore ne esige tantissime, tra cui, il costruire insieme, dialogare, informare, condividere, proporre e agire.

Solo avendo i piedi a terra, con l’aiuto di quella cultura che ci accomuna e diffidando di quella acquisita, si può raggiungere il traguardo.

Movimenti artistici ne sono esistiti e ne esisteranno ancora, quelli del passato pur essendo dei movimenti erano statici, non so cosa ne sarà di quelli futuri, ma il nostro movimento conosce questo pericolo, per cui farà il possibile affinché resti in movimento.

 

Il manifesto movimento Brut, lo si trova al sito: http://www.manifestobrut.org/

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Mimmo Di Caterino

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