Rete Co' mar (Collettivo organizzato di Manutenzione Artistica Reciproca): Tutti fuori!

 

Rete Co' mar (Collettivo organizzato di Manutenzione Artistica Reciproca): Tutti fuori!

Silvia Romano è la voce femminile della Rete Co' mar', l'abbiamo intervistata in occasione dell'uscita discografica: Tutti fuori".

 

Cominciamo raccontando il progetto "Rete Co' mar", definirlo "solo" un progetto musicale mi sembra poco, dietro il vostro lavoro c'è una idea a tutto tondo dei linguaggi dell'arte ed anche un forte loro utilizzo sonoro e sensoriale, scenico e territoriale, analizzate problematiche globali complesse da un punto di vista semplice e periferico e fate di tutto questo impianto poesia sonora performatica fruibile da tutti.

Come è nato tutto questo? 

 

La Rete Co'mar nasce tre anni fa (2011) come laboratorio di sperimentazione teatrale e musicale (da qui il nome Co'mar, Collettivo Organizzato di Manutenzione Artistica Reciproca), impegnato nella produzione e nella diffusione dell'arte a tutto tondo. E' poi diventata una band vera e propria, accogliendo in se' le storie e i vissuti artistici dei singoli componenti e riuscendo a trovare la giusta sintesi nella forma del 'Teatro-canzone', o meglio, della 'Canzone-teatro'.

La Rete fa canzone-teatro nel senso che lascia iscritto nella sua musica testi teatrali.

Ma non e' solo questo. Nella Rete il teatro attraversa la musica, le dà la forma necessaria e insostituibile, caricandola di ulteriori significati e  nuove possibilità espressive.

Il teatro pregna la musica è da tutte le parti.

Tentiamo di presentare il lavoro "Tutti fuori" nel suo complesso, partiamo proprio dal titolo che mi è sembrato connotare anche tutto il filone narrativo, poetico e musicale del CD, "Tutti fuori" da chi e da cosa?

Dalla "Rete Co'mar"?

Eheh (ride), sì anche, nei live la Rete è abbastanza "pazzarella".

Fuori da noi stessi ogni volta, e ogni volta in modo diverso..., ma al di là di questo,"Tutti fuori" risponde all'esigenza di "resistere", di rivoluzione, interiore e non, presente in ognuno di noi,  che resta sempre un po' "stretta" nell'incapacità di assecondarla e realizzarla a pieno.

La "tensione" tutta umana generata tra impulso a cambiare, aspettativa di rivoluzione disattesa e presa di coscienza di ciò è per la Rete una tensione sempre proficua.

Questa tensione produce "altro", un oltrepassare un limite che resta "limitato", a misura d'uomo, ma che va comunque nella direzione di una fuoriuscita cosciente dai propri spazi di comodità e di falsa sicurezza.
Tutti i testi, da quello di "Polvere leggera" che ha voluto omaggiare Felice Pignataro, l'ideatore del Carnevale di Scampia e recuperare un'immagine di Napoli che resiste e si emancipa dal degrado "a suo modo", con i colori del Carnevale, a quello simbolico ed etereo di Maya, al racconto alienato di "Dove Vai" e de "Il falso problema", tutti intendono circoscrivere realtà diversissime di "resistenza", piccole dimensioni quotidiane di rivoluzione che si spiegano con il linguaggio dell'arte e della poesia.

Se vogliamo parlare proprio di "concetto, l'intento della Rete è di mettere in scena la condizione umana, la sua 'unica' imperfezione.

La volontà stessa di superarne i limiti e soprattutto l'incapacità di riuscirci mai fino in fondo, tutto raccontato con tono ironico, stridente, coscientemente disilluso.

'Faccio finta di poterti accontentare', quello che si canta in Maya, è tutto ciò che la vita concede; ed è tutto ciò che alla fine ci facciamo bastare pur rimanendone pieni, ebbri, fortemente attratti.
Tutti fuori resta perciò la possibilita' di tutti gli uomini a tendersi oltre il gia' dato, il gia' conosciuto, sperimentarsi e trasgredire, nel movimento sinergico con natura e umanita' ridotta all'essenza.

Ciò che noi portiamo in scena alla fine, semplicemente provando a dargli una forma "giusta" nei range espressivi di musica e teatro, è una sorta di nuovo "fideismo", una specie di religione ancora più laica: credere e spingersi in avanti nel miglioramento a partire proprio da una disillusione e da un disincanto di fondo, che il miglioramento sarà sempre "parziale"  o forse nullo.

Ma non per questo rimaniamo fermi.

E' questo è nel pieno spirito di Napoli, della sua cultura, della sua intima sensibilità.

 

Con grande e surreale ironia affrontate temi profondi come la mercificazione di coscienze, identità, dignità e corpi, lo fate con la leggerezza poetica e ludica della cultura partenopea, "tutto è acquistabile e tutto e acquisibile ma non per tutti", anzi per pochissimi, questo rende il vostro lavoro non solo poetico ma anche politico, cosa vi ha spinto a sondare questa dimensione di monitoraggio critico?

Ti rispondo con due parole, e credo di farmi portavoce di tutti i retini: arte e politica, militanza, sforzo seppur a probabilità bassissima di raggiungere lo scopo, sono e saranno sempre necessariamente congiunti.

L'arte non può essere pensata fuori dalla sua stessa capacità di cambiare, sovvertire l'ordine delle cose esistente e di farsi strumento anche politico di sensibilizzazione e militanza, spesso anche in modo inconscio.

Lasciami passare il rinvio a Gramsci, la rete nasce e solo può essere costituita da musicisti "organici".

Diversamente, saremmo rimasti a casa.

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Mimmo Di Caterino

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