A qualcuno piace lento: il futuro “slow” di Jota Castro al CSW di Varsavia

La mostra “Slow Future” in corso al Centre for Contemporary Art Ujazdowski Castle di Varsavia è un omaggio alla decrescita: ventidue artisti selezionati da Jota Castro - artista e curatore indipendente peruviano - raccontano la necessità di un'inversione di tendenza rispetto al modello economico dominante. All'insegna dell'ecologia e della riduzione controllata dei consumi, i lavori presenti in mostra giocano su un filo sottilissimo: quello tra utopia e attivismo politico, tra retorica e necessità, nonostante tutto, di portare in scena un tema forse abusato ma che nondimeno richiede attenzione.

La tesi di fondo che accomuna ogni lavoro è il degrowth (decrescita), corrente di pensiero politico, economico e sociale basata su idee anti-consumistiche e anti-capitalistiche: invitando a mettere in discussione le istituzioni socio-economiche dominanti (fondate sull'aumento compulsivo dei consumi e sulla massimizzazione dei profitti), i sostenitori del movimento auspicano ad una riduzione controllata e volontaria della produzione economica, con l'obiettivo di stabilire un equilibrio fra uomo e natura e un'equità sociale fra ogni abitante del mondo.

Partendo da queste premesse, ogni artista è stato dunque invitato a sintetizzare nel proprio lavoro la possibilità di un futuro alternativo. Dai tronchi stilizzati di David Adamo, sculture giacomettiane realizzate sottraendo volume a fusti di alberi intagliati, al video di Cinthia Marcelle O Século (2011), in cui oggetti di ogni tipo vengono lanciati sulla strada di una città ignota, creando un tappeto di detriti, scenario surreale di una rivolta statica e senza oppositori. Un chiaro riferimento all'Arte povera è invece riconoscibile nelle opere di Wilfredo Prieto o dello stesso Jota Castro, presente in mostra con Here comes the rain again (2014), farfalle poggiate sotto pezzi di carbone, a ricordare, nello straziante contrasto tra morte e bellezza, l'azione distruttiva e incurante delle società industriali e post-industriali.

Al di là della qualità delle opere, quasi tutte appositamente realizzate per l'occasione, lascia riflettere la volontà che si nasconde dietro ogni lavoro: conferire all'arte il potere di mediare ancora valori profondi e capaci di incidere nel sociale. Portando in mostra un tema simile, dalle forti posizioni anti-capitalistiche, il museo di Jota Castro diventa un luogo di scambio intellettuale, di confronto politico, di attivismo applicato alla realtà. Non è un caso che gran parte degli artisti provenga da paesi in via di sviluppo: Brazile (Cinthia Marcelle), Cuba (Tania Bruguera), Perù (Fernando Bryce), Sud Africa (Bianca Bondi), realtà in crescita e pertanto chiamate a proporre modelli culturali ed economici alternativi in risposta alle conseguenze disastrose del modello consumistico dominante.

Allo stesso modo sembra emblematico che Jota Castro abbia scelto proprio la Polonia come luogo ideale per ospitare il progetto. Il paese rappresenta da qualche anno una delle piazze più appetitose per l'UE intera, un banchetto intorno a cui le multinazionali mondiali sono sedute pronte ad accaparrarsi fette di mercato su cui reinvestire. La pressione delle lobby è massiccia, visibile, e il radicale processo di ammodernamento sta forgiando una popolazione desiderosa di sorpassare la vecchia egemonia russa per aprirsi al sogno, fin'ora proibito, del mondo occidentale.

Per queste ragioni “Slow Future” si presenta a Varsavia come un monito, un avvertimento, nella speranza di deviare il corso di una storia che sembra comunque già scritta: dopo anni di asfissiante presenza sovietica, il modello occidentale – nel bene e nel male - rappresenta per la Polonia uno specchio per le allodole imperdibile, designando simbolicamente anche la fine di un'epoca - quella del dominio russo - e il raggiungimento di un status a cui difficilmente le nuove generazioni vorranno rinunciare.

E se spingere bellezza è un imperativo, se auspicare alla possibilità di un cambiamento è una necessità, è pur vero che rimane qualche dubbio su quanto davvero oggi il pubblico sia in grado di accogliere sfide culturali simili. Su quanto, soprattutto, sia ancora credibile l'idea che l'arte possa cambiare il modo di vivere delle persone, suggerendo soluzioni politiche alternative a quelle imposte da un modello dominante che non accetta mediazioni. Perché nei corsi e ricorsi del tempo l'insegnamento è solo uno: la storia è un cane che gira su se stesso e si morde la coda.

 

Alex Urso

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