Il piacere preferito

di Dario Lodi 

Un giorno chiesero al professor Erminio quale fosse il suo piacere preferito. Era una risposta abbastanza facile per lui in quanto aveva speso tutta la sua vita sui libri.

L’aveva spesa per dovere - Il professor Erminio aveva insegnato filosofia per anni – ed alla lunga anche per piacere. Ora che era a riposo poteva scegliere i testi che più gli erano graditi e che meglio gli consentivano di cogliere i pensieri nella loro essenzialità. La cosa lo induceva a spaziare nella letteratura e nella storia, così che il sapere filosofico venisse adeguatamente corredato di motivi e di ragioni. Quanto piacere ricavava da tanto impegno? Beh, parecchio, confessava lui, citando l’appagamento dianoetico che tanto allontanava l’uomo dall’animalità. La mente gli era grata, anche se talvolta andava in confusione per sovrabbondanza di nozioni e provava disagio a causa di una specie di gara fra esse su quale dovesse avere la preminenza. L’uomo doveva allentare un po’ la pressione speculativa e accontentarsi di tirare il fiato. Si annoiava in questi frangenti, oppure riusciva a colmare il vuoto intellettuale con un altro tipo di contemplazione?   

A questo punto, il buon Erminio altro avrebbe avuto da rivelare, ma forse non sarebbe stato capito. Oppure sarebbe stato capito troppo con pericolo di travisamento. Lui stesso, indugiando con la rivelazione, forse ne sarebbe stato condizionato al punto di totemizzarla. Parlandone sommessamente, o non parlandone affatto e agendo d’istinto invece di continuare a pensare, egli avrebbe sicuramente rintuzzato le pretese argomentative d’una certa azione, respingendo le osservazioni di enormità insospettata riferite al perseguimento della stessa. Tradizionalmente, l’attività intellettuale non poteva essere ritenuta secondaria, e quindi Erminio teneva per sé quello che definiva un secondo piacere, forse subìto, forse no, sul quale non stava a riflettere troppo né toppo poco: aveva deciso di non rifletterci affatto sopra.

Era una cosa che gli veniva bene, che gli dava dei brividi salutari, o anche solo dei brividi, e tanto bastava. Ad essa riservava un consenso trasognato e non poco irrazionale, anche se in quella irrazionalità sussisteva sicuramente una ragione. Allora una vacanza della mente, presa come in trance, ma una vacanza ordinata per bene, con acribia insuperabile.

Quando prendeva la pensione, il professor Erminio interrompeva per qualche attimo il rigido insegnamento filosofico e invitava, dietro pagamento, l’unica, giovane, allieva a mostrarsi di sotto.

La invitava a svelare il mistero della sua fisicità essenziale. Naturalmente era una specie di gioco inventato da lui, da Erminio, un gioco con regole preparatorie intriganti. Il professor Erminio manteneva la sua freddezza, ma un po’ di calore lo provava. Anche molto a volte. Eppure non era una novità. O così appariva lecito credere. 

La ragazza stava al gioco e si divertiva a sua volta nel vedere come quel maestro di vita andasse ad imparare da lei cosa e dove fosse la vita primaria. La ragazza si sentiva un oggetto importante che in verità diventava un soggetto determinante.

Il professor Erminio, con calma olimpica e con precisione chirurgica, toglieva i vestiti alla ragazza e li poneva ordinati su una sedia. Poi si guardava dattorno come per controllare che nessuno lo spiasse. Non temeva una figura tale da perdere ogni stima nella sua intelligenza, temeva che qualcuno interpretasse quella specie di rito come una debolezza e un’insulsaggine.

Diciamo la verità: come poteva un professore tanto stimato perdersi dietro una splendida ragazza scambiando la carne per pensiero?

In realtà il professore non faceva certe confusioni, né gli importava di chiedersi se per caso fosse necessario porsi qualche problema estremo in merito alla sua ambita decisione. Egli, mentre si apprestava all’esecuzione dell’esercizio non voleva sentire ragioni. Eseguiva e non voleva distrazioni. Ormai le sue azioni erano come meccaniche. Tutto avveniva in perfetto silenzio. Non volava una mosca. La stanza era come pietrificata, i mobili ingessati.

Il tavolo in mezzo alla stanza sopportava con qualche sbalordimento la scena che mensilmente, da un anno (ma chissà quanto ancora sarebbe durata quella cosciente perdizione), vedeva una ragazza nuda con le gambe aperte e penzoloni in balia di uno sguardo irriverente proprio là. Ogni tanto il professore sembrava cercare qualcosa, forse la vita ideale, assoluta, nascosta in fondo al tunnel. O forse esaltava la natura, beandosi delle meraviglie che con troppa superficialità e presunzione l’umanità trascurava, maltrattava.

Al professore piaceva immensamente questa seconda ipotesi, quella di esaltare la natura, e dunque provvedeva ad assecondarla con grande trasporto. Il suo sguardo indugiava a lungo sulla tornitura marmorea delle cosce e la visione d’insieme lo faceva sospirare come fosse in paradiso.  

La carnalità prendeva improvvisamente e largamente il sopravvento e il languore più vivo inondava il luogo, lo vivificava. Il professore, che pure si limitava a guardare e a controllare, anzi forse proprio per questo, provava un piacere da ubriaco. Un piacere immenso e incrollabile. Che non si sappia per favore.

 

Dario Lodi

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La penna arguta e colta di

La penna arguta e colta di Dario Lodi, eclettico autore che spazia dalla poesia alla letteratura, dalla storia all'arte, dalla politica all'etica, ha questa volta attinto alla più alta delle forme espressive: l'umorismo. Ma un umorismo catartico e lieve, leggermente amaro come deve essere l'umorismo più autentico, scelto per raccontare con garbo e comprensivo affetto gli esiti dell'inesorabile declino dell'uomo nel suo invecchiare, ma nel quale rimangono intatti, forse anche più nitidi perché purificati dall'abituale allenamento speculativo, gli intatti, inderogabili istinti della sua più sana sessualità. 

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