Narcisa Monni. Trama Familiare: tra identificazione sociale ed espressione individuale.

Narcisa Monni, quello che era ieri e quello che sarà domani

Il crescente fenomeno della globalizzazione, che ormai da tempo investe il nostro pianeta, ha prodotto una progressiva omologazione a livello sociale, politico e culturale. Queste dinamiche, che vedono il coinvolgimento delle nazioni all’insegna della stessa bandiera, moneta e politica, così come ad esempio è accaduto per l’Europa, hanno provocato un forte timore di perdita dell’individualità a favore di una collettività costruita a tavolino. Questo meccanismo ha visto il crescente interesse da parte delle diverse istituzioni verso una serie di politiche volte a recuperare e valorizzare il patrimonio culturale, storico e artistico con l’intento di stabilire nuovamente delle cornici che potessero rafforzare il senso comune di appartenenza.

In questa prospettiva si inserisce l’attività del museo MURATS di Samugheo che è nato grazie alla volontà di recuperare e conservare la memoria storica tessile della Sardegna attraverso l’esposizione permanente della sua collezione, corpus composto da un sostanzioso numero di manufatti tessili, che si relaziona con progetti dedicati al settore dell’artigianato sardo. Il MURATS oltre a preservare e custodire i manufatti che sono i testimoni della storia del tessile dell’intera Sardegna propone, tramite una serie di mostre ed eventi collaterali, alcuni spaccati della società attraverso l’analisi dell’arte contemporanea, offrendo così gli strumenti per instaurare una relazione tra cultura e territorio che possa creare principi di confronto grazie anche a workshops, conferenze, seminari, dibattiti, ricerche e studi.

In linea con gli intenti del MURATS si colloca la mostra “Trama Familiare” dell’artista Narcisa Monni. La rassegna si presenta infatti come un percorso all’insegna della rielaborazione dell’immaginario dell’arte tessile regionale, inteso come l’espressione di un particolare linguaggio composto da simboli e decorazioni che caratterizzano il repertorio iconografico dei manufatti dell’Isola. Si parte dunque da un punto di vista tradizionale con il fine di esplorare nuove strade: accanto alla collezione storica del museo, di cui fanno parte coperte, copri cassa, bisacce, abiti tradizionali, tovagliati, tappeti e arazzi, diventano co-protagoniste le opere dell’artista che danno vita a una serie di dialoghi inattesi lasciando trasparire un insieme di memorie ancora fortemente presenti.

Le vicende legate alla storia della tessitura in Sardegna appaiono alquanto dissonanti: alla ricchezza simbolica dell’immaginario visivo si contrappone un’altra triste faccia della medaglia, ovvero quella della marginalità del contesto in cui veniva prodotta: «Paul Scheuermeier, indagando fra le due guerre in Italia sul livello delle tecniche artigianali legate anche alla tessitura, raccolse […] l’affermazione ironica secondo cui se un uomo sa tessere è certamente un carcerato o un ex carcerato»[1]. L’insieme dei saperi legati al filo si è sviluppato ai lati della vita sociale: «nel contesto del lavoro femminile, nel puzzo dei filò serali dentro le stalle prima e delle manifatture poi, nel chiuso di conventi, convitti, reclusori e carceri»[2]. La tessitura inoltre scandiva anche i diversi momenti della vita, diventando una costante presenza sotto forma di manufatti necessari allo svolgersi della esistenza quotidiana.

Nella ricerca artistica di Narcisa Monni la dimensione quotidiana trova sicuramente un ruolo predominante, attraverso un racconto fatto di frammenti personali che, tramite la violenza del segno, rivela una pittura gestuale in cui emerge una forte tensione individuale. Nel corso degli ultimi anni Monni ha utilizzato diversi media espressivi passando dall’installazione all’elaborazione fotografica per arrivare di recente alla pittura, inizialmente su grandi e piccole lastre di alluminio per continuare poi la sua ricerca artistica tramite l’impiego di comuni buste di plastiche. Grazie a questa discontinuità di linguaggi è riuscita, con innegabile abilità, a rappresentare con forza il suo vissuto personale ricorrendo a tecniche diverse, non per mancanza di coerenza, ma piuttosto per continuare a rinnovare l’espressione della sua condizione umana. Lavorando intorno ai corredi tessili tradizionali, l’artista applica la stessa forza attitudinale che ha contraddistinto la produzione precedente, insieme alla costante volontà di dare forma alle proprie immagini interiori che, in questo caso, prendono come riferimento l’insieme dell’iconografia tradizionale.

La nozione di tradizione è un tema centrale per discipline come l’antropologia culturale e l’etnologia che per decenni hanno dibattuto sullo studio delle società tradizionali e delle tradizioni popolari, spesso in relazione alle società dell’innovazione, come ad esempio l’Occidente, in contrapposizione alle società in via di sviluppo. Al contrario di quanto comunemente si possa pensare, la tradizione non appare immobile e congelata nel tempo. Considerando che il più delle volte il trasferimento delle diverse conoscenze è avvenuto grazie alla trasmissione orale da una generazione all’altra, non risulterà difficile prendere atto di come le tradizioni siano state oggetto di continue trasformazioni. Inoltre, sempre in merito al concetto di tradizione, nel 1983 la coppia di studiosi formata da Eric J. Hobsbawm e Terence Ranger pubblica il saggio dal titolo “L’invenzione della Tradizione”, in cui sostengono come «Le “tradizioni” che ci appaiono, o si pretendono, antiche hanno spesso un’origine piuttosto recente, e talvolta sono inventate di sana pianta. […] Per “tradizione inventata” si intende un’insieme di pratiche, in genere regolate da norme apertamente o tacitamente accettate, e donate di una natura rituale o simbolica, che si propongono di inculcare determinati valori e norme di comportamento ripetitive nelle quali è automaticamente implicita la continuità con il passato»[3]. Il testo, che ha avuto grande diffusione negli ambienti accademici, è stato tuttavia oggetto di alcune contestazioni in particolare da Peter Burke, il quale ha evidenziato alcune ambiguità teoriche. Osservando che tutte le tradizioni si evolvono, l’autore si chiede se è possibile e utile distinguere quelle “genuine” dalle false? [4]

La mostra “Trama Familiare” prende le mosse da questa riflessione teorica; lo spirito infatti con il quale l’artista si è confrontata con il patrimonio culturale e artistico tradizionale è quello di reinterpretarne i simboli, i motivi e  le decorazioni in una ricerca formale sempre ricollegabile al concetto di memoria, intesa come un substrato culturale che grazie all’insieme di immagini, sensazioni e nozioni evoca un sentimento di familiarità che consente di localizzare le opere entro una determinata cornice spazio-temporale. Il complesso tentativo di decifrazione simbolica deve essere considerato alla luce di una dimensione più ampia di riconoscibilità e immediatezza che scaturisce dal forte impatto visivo delle opere. Chiunque guardi da lontano il quadro visivo tradizionale dell’isola resta colpito immediatamente dal suo carattere unitario, dall’aria di famiglia che accomuna le diverse tipologie, solo dopo un’analisi più attenta impara a distinguere e a separare le specificità locali.

L’operazione compiuta da Narcisa Monni per l’occasione è quella di fare riferimento a una vasta campionatura delle varie tipologie di rappresentazione dei moduli decorativi più ricorrenti: partendo dagli abiti tradizionali, dei quali richiama i colori, ai motivi ornamentali, con elementi floreali fino alle figurazioni zoomorfe, che l’artista riproduce con forme perlopiù stilizzate. L’utilizzo delle buste di plastica come supporto tende a conferire un tono di fragilità, mentre le colature verticali di acrilico generano un senso di lento, ma inesorabile disfacimento dell’immagine. Quello che ne risulta è un inedito catalogo visivo che sintetizza immagini universali e sentimenti personali. La vasta gamma di motivi viene ora tradotta dall’artista in un linguaggio che comunica la psicologia, la morale, la tensione estetica e culturale di una comunità in cui si intrecciano, allo stesso tempo, il bisogno di identificazione in un gruppo sociale e la necessità di espressione individuale. Le opere di Monni risultano costruite sulla base di una dimensione collettiva che diviene l’espressione di un racconto personale dal quale emergono differenti stati emotivi, memorie, desideri e inquietudini. L’artista attinge al bacino simbolico dei saperi ridefinendoli e contestualizzandoli al suo vissuto, che in questo modo diventano la rivelazione, a tratti inconscia, della sua eredità culturale riscritta entro una “trama” fatta di gesti e sensazioni quotidiane, come si evince dai titoli dei lavori, spesso in apparente contraddizione rispetto al contenuto. Una “Trama familiare” in cui codici, valori e segni si fondono per ridefinire il suo immaginario personale.   

 

Narcisa Monni. Trama Familiare.

a cura di Davide Mariani

Museo Murats, Samugheo (Sardegna)

fino al 27 luglio 2014

 


[1] P. Scheuermeier 1980, Vol. II, p.285, ora in  G. P. Gri, “Un filo di lettura. Dai costumi ai fili, ai telai, alle mani” in Tessuti. Tradizione e Innovazione della Tessitura in Sardegna, Ilisso Edizioni, Nuoro, 2006, p 8.

[2] Ibid., p.10.

[3] E. J. Hobsbawm, T. Ranger, The Invention of Tradition, Cambridge University Press, Cambridge, 1987 (trad. A cura di Enrico Basaglia, L’invenzione della tradizione, Giulio Enaudi Editore, Torino, 1994, p.3.

[4] Peter Burke, “The Invention of Tradition by E. J. Hobsbawm, T. Ranger” in The English Historical Review, Oxford University Press, Vol. 101, No. 398, Jan., 1986, pp. 316-317.

 

 

Davide Mariani

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