Napoli? Olocausto dell’immaginazione.

Napoli? Olocausto dell’immaginazione.

Alessandro De Vita è nato a Napoli  nel 1979, vive e lavora a Düsseldorf.

Partiamo dalla tua formazione, sei un artista che fa della teatralità, della gestualità performatica e dell'ironia caustica una cifra stilistica che trasli da un media dell'arte all'altro, quanto il laboratorio di formazione Napoli, ha influito nel tuo percorso di sincronizzazione tra arte e vita?

Napoli è la città in cui sono nato e nella quale ho fatto alcune delle esperienze formative più importanti per la mia carriera artistica, ma non sono state le scuole o gli studi sul corpo, che pure lungamente ho portato avanti negli anni passati, a dare l’imprinting generale al mio lavoro.

La cosa fondamentale che ho imparato su Napoli è il concetto di abbandono.

Non abbandono visto come degrado ambientale ma come sentimento di distacco perenne. Napoli è la madre che si dimentica dei propri figli, che sforna sempre nuove vite di cui un attimo dopo si è già dimenticata.

 La madre matrigna che tiene in conto solo se stessa e di tutto fa gioco e ironia nera, che dilaga per le strade e che molti prendono per “allegria”. Napoli è il riso amaro, la faccia di bronzo, la negazione di ogni evidenza, l’inversione di ogni segno.

Napoli è anche una città “Multi-mediale” nel senso che contiene in sè vari e diversi Media e nessuno può saperlo più di noi, che passiamo da un Caravaggio a un Warhol, da un palazzo del seicento a uno del centro direzionale realizzato da ingegneri giapponesi, da un video proiettato in loop nella metropolitana, alle grida disarticolate di una donna che da un basso invoca qualche santo prima di masticare la prossima risata.

 

La tua è una storia di militanza e di movimento del linguaggio dell'arte, al momento vivi e lavori a Düsseldorf, riusciamo a fare un parallelismo tra le due realtà artistiche?

Cosa cambia per chi come te si occupa di ricerca di e sui linguaggi dell'arte tra Napoli e Düsseldorf?

O per la tua ricerca artistica un luogo vale un altro?

Fare paralleli tra Napoli e Düsseldorf è come paragonare il cielo e la terra.

Non è assolutamente possibile discutere della questione senza cadere nell’ovvietà e nel banale.

Ovvio e assodato che le politiche culturali italiane oramai sono INESISTENTI.

Lo stato sta progressivamente indietreggiando, di fronte alla crisi economica e morale del nostro paese, rintanadosi dietro fantocci sorridenti come il nostro Matteo Renzi, che raccontano storie ai bambini prima di addormentarsi ma nel concreto scappano da ogni tipo di responsabilità continuando a fare gli interessi di lobby  sempre identiche a se stesse.

In questo scenario in cui si lotta per sopravvivere e si dimentica l’immaginazione perchè troppo COSTOSA, la ferocia e l’insulso regnano sovrane.

Ho visto molte meravigliose realtà scomparire dalla scena artistica/teatrale campana, ho visto altre riorganizzarsi e resistere cambiando città, ho visto tanti amici dolorosamente, andare via e costruirsi il proprio piccolo spazio di sopravvivenza altrove, pur di non soccombere a questo olocausto dell’immaginazione.

Per anni molte persone a Napoli hanno goduto dei benefici politici di alcuni personaggi chiave e per questa ragione hanno monopolizzato il mercato rendendolo sterile e inutilmente ciclico, depredando il terreno che gli dava da vivere.

Ora per quelle persone non c’è più foraggio ed è l’unica cosa buona per la scena artistica napoletana.

Li vedi arrancare come topi che sanno di essere in trappola e con una mano nuotano mentre con l’altra cercano di affogare chi gli sta intorno.

Qui in Germania ho trovato una cosa che in Italia si invoca da sempre ma nessuno pensava esistesse davvero.

Si chiama MERITOCRAZIA.

Se sei serio e fai bene il tuo lavoro, avrai la tua possibilità.

Che cosa semplice non trovate?

Potremmo importare MERITOCRAZIA dall’estero e farne un business?

Proviamoci.

 Il tuo lavoro e la tua ricerca, si sposano perfettamente con l'estetica e la tempistica di questo secolo fatto di applicazioni e social network, come smartphone, social network e new media integrati, stanno cambiando i linguaggi dell'arte e stanno influenzando e contaminando il tuo linguaggio?

Adoro la rete, è un tale groviglio di cose che puoi perdertici fino ad affogare.

Uno strumento fondamentale per gli artisti di oggi e su questo non c’è alcun dubbio.

Ma è anche un incubatore di luoghi comuni e di “arte” mordi e fuggi senza capo nè coda.

Ogni giovinetta che ha il paparino con contante oggi compra una reflex e poi diventa una FOTOGRAFA.

La trasformazione è istantanea.

Lei posta la sua prima foto, (ennesimo autoritratto con macchina fotografica alla mano) e da quel momento al suo nome e cognome di battesimo aggiunge la qualifica di FOTOGRAFA.

Impressionante come sia diventata brava in poche ore!

Così un altro giovinetto fa lo stesso per essere un pittore, un altro vuole essere un cantante, un coreografo un regista.

Aspirazioni legittime ma in molti casi, si salta un passaggio.

LO STUDIO, il lavoro di artigianato, il silenzio delle lunghe ore nell’attesa di capire qualcosa di se stessi, la disperazione di non essere nulla, la grazia dell’immaginazione, la poesia di un errore illuminante e molto altro ancora.

La rete spesso è superficiale ma è uno strumento atomico se hai un cervello da utilizzare in modo proficuo.

Il mio linguaggio non è cambiato in questo avvicendarsi di tecnologie, forse il mio stile è diventato più coinciso per quello che riguarda i miei lavori di videoarte, pubblicitari o di grafica, ma per quello che concerne il mio sistema di lavoro in teatro, come regista e drammaturgo le regole che osservo non sono influenzate da questi strumenti.

Amo il lavoro in teatro perchè mi costringe alla lotta con altri esseri umani in carne ed ossa per raggiungere un risultato tangibile che può essere condiviso solo con poche persone a sera, la sua intimità è rivoluzionaria.

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Mimmo Di Caterino

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