Figure mitiche delle religioni. L’eresia di Akhenaton

L’Antico Egitto ha una lunga storia ordinata rispetto ai popoli mediterranei. Si tratta di un ordine proprio, per quanto se ne sa sinora. Il paese resterà relativamente isolato per circa tre millenni,  entrerà nel vivo della storia euro-asiatica con Alessandro Magno nel IV secolo a.C.. Grande è stata l’influenza egiziana presso i greci. I rapporti fra i due popoli cambiò la civiltà ateniese. La religione degli egiziani, ben identificabile nei suoi elementi, influenzerà l’ordinamento trascendentale greco, condizionando quello sociale: le due cose, anticamente, erano strettamente legate insieme (la Grecia poi svilupperà il pensiero filosofico, prendendo spunto dal pensiero orientale, dando il via al grande progresso intellettuale umano). 

 

Il potere ierocratico

L’ordinamento religioso egiziano funzionava a meraviglia da secoli. Esso si era formato intorno alla casta sacerdotale che, nel corso del tempo, riuscì ad ottenere la preminenza governativa. Non era un potere riconosciuto ufficialmente. Il potere ufficiale assoluto era del faraone, in quanto figlio del dio Horus (divinità antichissima, legata al ciclo agrario, rappresentata con testa di falco). La casta, grazie al valore psicologico della propria discendenza sciamanica, divenne – con chiarezza nel XV secolo a.C. – uno stato nello stato capace di condizionare quello primario, di influenzarlo sino a influire, in modo decisivo, nell’elezione del re. La dizione “faraone” ha una storia a sé. Il vero significato del termine è “grande casa”, ovvero luogo dove si gestisce il potere per decisione divina. Dalla XVIII dinastia passò a indicare la figura del re, perché nella grande casa non poteva che esserci un grande personaggio. Il luogo sacro sulla terra, per emanazione divina, generava la figura sacra attorniata da servitori altrettanto sacri. Fu questa seconda sacralità a creare complicazioni e a favorire la scalata al potere dei servitori, i sacerdoti, solitamente posti accanto al faraone officiante riti propiziatori agli dei.

 

Cenni sulla religione egizia 

Come la maggior parte delle religioni del tempo, quella egizia era basata sui comportamenti della natura. Il termine “comportamenti”, nel caso, è quanto mai pertinente, in quanto la natura era vista, nell’Antico Egitto più che altrove, come una persona con cui si poteva dibattere, pur da una posizione secondaria, dipendente. La cosa è spiegata con la presenza del Nilo (deificato) che attraversa verticalmente il Paese, portando benessere con le sue piene. La società egiziana è stanziale, soprattutto agricola. L’Egitto è forse il primo paese a vivere soprattutto di agricoltura. Quest’ultima caratteristica genera un pantheon numeroso di dei, sia centrali, sia locali, ai quali si deve chiedere aiuto per la sopravvivenza. Ne derivano riti propiziatori, sacrifici (nei tempi remoti forse anche umani), per svolgere i quali occorrono atteggiamenti e parole elevate. Cosa sia questa elevazione si trova in testi che trattano di ispirazione e di concentrazione capaci di creare modi con cui dialogare con il cielo e straniamenti misteriosofici, gnostici (conoscenza superiore) che dovrebbero convincere la divinità a non far piovere, a far cessare il vento, a garantire una nuova piena del Nilo, ad assicurare raccolti abbondanti. Chiaramente una ciarlataneria, escogitata anche in buona fede, che per la solennità rituale addolciva le psicologie della gente comune, pronta a credere all’incredibile per necessità oggettiva. Il fenomeno sacerdotale, da elemento servile, divenne forza governativa, avendo come alleato l’ignoranza popolare, per soggiogare la quale inventò – anche qui con qualche buona fede a fini di tenuta sociale – potenti sciamani, cavandoli dalle proprie fila. Uno su tutti, Ermete Trismegisto (così chiameranno i greci Thot, il dio della sapienza, della scrittura, della magia, della misura del tempo, della matematica e della geometria), padre di tutta la trascendenza futura e di tutta la razionalità in opposizione.      

 

L’eresia di Akhenaton

Le notizie su Akhenaton si devono principalmente alle “Lettere di Amarna”, un insieme di circa 380 tavolette d’argilla scritte in babilonese rinvenute, per caso, nel Medio Egitto nel 1887. Furono valorizzate da William Finders Petrie, archeologo ed egittologo inglese, nel 1891. Esse si riferiscono ai rapporti con “grandi re” e “piccoli re”. Nel primo caso, si tratta di un’ottantina di documenti. Rivestono notevole importanza perché vi sono descritti i rapporti diplomatici fra le varie potenze dell’area mediorientale. I rimanenti, i più numerosi, si rifanno a norme da seguire riservate ai “piccoli re”, in pratica governatori di territori soggetti all’Egitto. Le lettere provengono da Amarna, l’antica Akhetaton (orizzonte di Aton), ovvero dalla capitale eretta da Akhenaton (piace ad Aton) al posto di Tebe, molto più a sud. Akhenaton si chiamava in realtà Amenhotep IV (è individuato con altri nomi perché la liturgia egiziana prevede almeno cinque titoli al faraone, ciascuno in onore di qualche divinità) e apparteneva alla XVIII dinastia. Il nome significa “Amon è contento” (Amon o Ammone è l’equivalente futuro di Zeus e di Giove). Per semplificare, Akhenaton, che regnò pare, dal 1377 al 1358 a.C., inventò una nuova religione basata sul “dio sole” per liberarsi del potere sacerdotale tebano. Per taluni fu l’autentico padre del monoteismo, ma sull’argomento fu molto più preciso l’importante orientalista tedesco Max Müller, verso la fine del XIX secolo, con la definizione di “enoteismo”.  

 

L’importanza dell’enoteismo

Akhenaton, con la sua rivoluzione religiosa, eliminò l’animismo, così come lo si intendeva tradizionalmente. L’enoteismo di Müller spiegava l’avvento di una divinità principale da cui si irradiavano divinità secondarie. Il giovane faraone metteva in fila una materia complessa e complicata, ponendo Aton (il sole) sopra le vecchie personificazioni imposte alla natura. A ben vedere, quella di Akhenaton fu più una reazione che una rivoluzione vera e propria, ma le conseguenze, nel tempo, furono rivoluzionarie perché portarono a personificazioni meno labili che in passato. Quella del faraone fu essenzialmente una manovra politica, ma poi si rivelò – e ancor più si rivelerà - una novità religiosa straordinaria. La reazione sacerdotale non fu apprezzabile perché l’Egitto stava attraversando un momento di difficoltà a causa delle pressioni ai suoi confini da parte di Ittiti e Mitanni, questi ultimi particolarmente bellicosi e determinati. Occorreva coesione all’interno e così fu per gli anni della sua reggenza.

 

Un Egitto diverso

A causa delle pressioni, Akhenaton dichiarò che si sarebbe fermato una volta raggiunti gli obiettivi. Egli, così diceva solennemente, non aveva mire espansionistiche. Inoltre varò una serie di misure moderne, fra cui l’abolizione degli idoli, la morigeratezza, il rispetto per gli animali (no ai sacrifici), il rifiuto di magie e incantesimi. Si doveva adorare un dio solo; le elemosine fatte agli altri dei dovevano confluire in quella fatta ad Aton. Importante fu il suo intervento nel mondo dell’arte. Dopo secoli di immobilismo totale (però con  una sua logica interiore di partenza, poi divenuta freddo manierismo) l’arte egiziana conobbe espressioni veristiche, arrivando sin quasi alla caricatura, ovvero a un verismo spietato. Queste nuove espressioni avevano lo scopo di omaggiare la divinità per eccellenza, Aton, di esaltarlo a dovere, come espiazione per un totemismo senza anima praticato nei secoli precedenti. Akhenaton si premurò di non cadere in contraddizioni e per farlo eliminò ogni contatto con le divinità tradizionali. Ne venne effettivamente un enoteismo, ma con molte caratteristiche monoteistiche. Queste ultime prevarranno nella traduzione della religione di Akhenaton che faranno gli ebrei.

 

Ipotesi e verità

Gli studi del XX secolo sul faraone eretico, hanno condotto all’ipotesi per cui Akhenaton avrebbe fatto la scelta del dio sole per ragioni di vista. Egli, come si evincerebbe dagli esami sul suo scheletro, soffriva di una grave malattia agli occhi che non ebbe tempo di svilupparsi per la morte avvenuta intorno ai trent’anni. Si tratta di un’ipotesi indubbiamente suggestiva, ma questo scientismo spinto va in contrasto con il clima culturale, fortemente impregnato di religiosità passiva, radicato in Egitto da almeno due millenni dalla comparsa del nostro faraone. È più convincente la tesi classica che vede in Akhenaton un severo censore della religione sacerdotale, ridotta a intollerabile esteriorità, nonché a metodo di potere ben sopra le storiche istituzioni. Akhenaton voleva riprendersi la sua centralità, ma soprattutto ridare centralità al sistema che aveva fatto la fortuna dell’Egitto. Morirà convinto della vittoria. Nell’immediato non sarà così. La sua vittoria avverrà in futuro e riguarderà il progresso culturale umano. Un processo lungo: da Aton a Mosè, a Gesù, a Dante, a Leonardo, a Galileo, a Darwin … Dal monoteismo del faraone eretico, all’identificazione, come conseguenza psicologica, di un riferimento fisso. Da quest’ultimo alla personalizzazione del divino. Quindi ragionamento e argomentazione sulla figura trascendentale. Per giungere alla sostituzione del trascendente – irricevibile, secondo razionalità – con l’immanente: e qui trova riparo la logica umana, per la gestione piena della quale si è alla ricerca di una chiave adatta a portare il peso incombente della responsabilità cognitiva. Pare si vada molto oltre Akhenaton, dicendo tutto questo, ma un pezzo di radice ce l’ha sicuramente fornita lui.

 

Dario Lodi

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