miracolo

IL MIRACOLO DI DON MILANI 

 

Don Lorenzo Milani, fiorentino (1923-1967) è stato un sacerdote inviso sia alla Chiesa che allo Stato. Nel primo caso, il sacerdote era malvisto per le sue critiche dirette e indirette al comportamento ecclesiastico, piuttosto lontano dal Vangelo. Per punizione fu inviato in una diocesi sperduta, Barbiana (Vicchio nel Mugello, provincia di Firenze), dove fondò una scuola nella quale si seguiva un programma del tutto originale. Tempo pieno, lezioni all’aria aperta, nessun nozionismo. Da giovane don Milani aveva amato la pittura e pittore avrebbe voluto diventare. Ebbe la ventura di frequentare un maestro prezioso, Hans Joachim Staudte che gli raccomandò di cogliere l’essenzialità in tutte le cose. Cosa che fece specialmente da parroco ed educatore, rivolgendo la sua attenzione alle classi popolari. Metodo della scuola era di porre tutti gli alunni sullo stesso piano nei confronti della potenzialità di apprendimento. Essi dovevano aiutarsi l’un altro. Non c’era posto per l’individualismo. Lo Stato gli rimproverava, invece, la disinvoltura con cui il sacerdote predicava la pace universale opponendosi al servizio militare, facendo così lecita l’obiezione di coscienza. Nei suoi numerosi scritti (si possono trovare tutti nella recente opera omnia diretta da Alberto Melloni, a cura di Federico Ruozzi, Sergio Tanzarella e altri) egli pone in rilievo come il sistema sia verticale e come sia conservatore. Per quanto riguarda la scuola, ad esempio, don Milani è contrario all’insegnamento dei classici (forse esagerando, ma avendo a cuore una cultura non classista), imputa la Chiesa di disinteresse verso i più deboli, la vede connivente con il sistema, da lui considerato punitivo per la massa. La lotta contro la Chiesa del momento (che solo nel 2014 toglierà i suoi libri dall’indice) gli procurerà grane a non finire (fu anche accusato d’eresia) mentre quella contro lo Stato fece sollevare critiche a non finire (fu anche definito catto-comunista). Indro Montanelli, per citarne uno, scrisse un articolo sul Corriere della Sera con il quale veniva stroncata come utopica la dottrina del sacerdote (al quale fece poi avere una lettera in cui si diceva per metà d’accordo con lui: esigenze editoriali avevano eliminato l’ultima parte dell’articolo). Per citarne un altro, Pier Paolo Pasolini, con la proverbiale confusione dovuta a romanticismi non sopiti, incolpava don Milani di forzature tramite le quali si andava a stravolgere la storia, portandola tutta verso la piccola borghesia. I contadini avrebbero perso la loro cultura (quale? Quella della fame, dell’irrazionalità della facile morbosità e della morte prematura per ignoranza?). Ultimamente, il mediocre romanziere Walter Siti (anche docente universitario) ha creduto di ricavare da certi scritti del sacerdote la relativa omosessualità. Studiosi più attenti, hanno rigettato la tesi, rivelando che negli scritti privati, colmi di sincera passione platonica per le sorti dell’infanzia e della prima giovinezza (“I care”, cioè ho a cuore. Il titolo di un suo libro)don Milani brilla per un certo disordine espressivo, essendo la frase caricata di concetti più accennati che espressi compiutamente e accavallati gli uni sugli altri. A Siti premeva, probabilmente, apparentare don Leo (prete pedofilo del suo romanzo “Bruciare tutto”) al Nostro per scopi scandalistici con finalità commerciali. Tutto questo daffare intorno alla figura di don Milani, rivela una preoccupazione sotterranea di figurare come semplici servitori di un sistema abbondantemente marcio, purtroppo tuttora in auge. (Dario Lodi)

Dario Lodi

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