La magia di Massimo Bontempelli

Massimo Bontempelli

Massimo Bontempelli (1878-1960, comasco, spesso in trasferta per motivi di lavoro (prima seguendo il padre ingegnere ferroviario, poi il lavoro giornalistico, nel suo caso piuttosto febbrile e creativo), scoprì la propria vena narrativa non convenzionale grazie a un soggiorno parigino nei primissimi anni Venti e grazie al sodalizio con De Chirico e il fratello Savinio. Ai tempi si coltivavano desideri artistici rivoluzionari. Forse il maggiore era quello surrealista, capace di travolgere gli estri, peraltro goliardici, del Futurismo.

Figlio del Surrealismo è il “realismo magico”, termine coniato dall’intellettuale tedesco Franz Roh, il quale, nella prefazione di un suo saggio del 1925, scrive così:

Non intendo attribuire alcun valore speciale al sottotitolo “Realismo Magico” […]. Ci è sembrato in ogni caso più indicato di “Realismo Ideale” o di “Verismo” o di “Neoclassicismo”, definizioni che si riferiscono soltanto ad una parte del movimento. “Surrealismo” significa, per ora, un’altra cosa. Con la parola “magico” in opposizione a “mistico” si vorrebbe indicare che il mistero non si inserisce nel mondo rappresentato, ma che si nasconde dietro di esso.

La dichiarazione è chiaramente pervasa dal clima culturale del momento, un clima caratterizzato dalle elucubrazioni sulle teorie di Freud, per cui il mondo cosiddetto irrazionale (quello non controllabile dalla mente) può condizionare enormemente quello razionale. Anzi, i fenomeni onirici nasconderebbero suggerimenti per la fruizione di una esistenza meno rigida, meno limitata di quella tradizionale. Freud, indirettamente, individua bene tale limite nella fenomenologia di una intelligenza corrente votata al solo utilitarismo immediato e materiale. L’uomo è molto più di un produttore e di un consumatore. Il materialismo non va demonizzato, ovviamente, ma non va neppure divinizzato. È ora che le altre risorse, quelle intellettuali per eccellenza, trovino il modo di esprimersi perché, persino istintivamente, si avverte il loro valore.

Il completamento dell’arte di Bontempelli avviene con la nascita dell’amicizia fra lui e Pirandello. Quest’ultimo, lo invita a scrivere dei drammi (cosa che Bontempelli farà ispirandosi proprio all’amico). In Pirandello l’elemento fantastico prevale sempre, unitamente a un pessimismo di fondo dedotto (ma mai applicato profondamente) dal puritanesimo problematico e partecipato con pathos, dei drammaturghi del nord-Europa. Bontempelli concepisce, invece, un realismo magico, dove la fantasia è una sorta di via di salvezza dalle pretese schematiche e presuntuose della ragione.

Il Nostro ha scritto moltissimo (articoli, saggi, romanzi, racconti; persino musica di scena, molto apprezzata, per i suoi drammi) tenendo costantemente fede al suo principio di razionalizzazione discreta e di fantasia apprezzata a favore di una critica moralista fondata sulla valorizzazione di tutte le risorse umane.

 Bontempelli era stato a favore della guerra (fu ufficiale di artiglieria nel 1917), era diventato fascista fra i primi, accademico d’Italia, ma si oppose alle interferenze del regime nella pretesa di idolatrarlo (per questo ne fu espulso, ma rimase accademico d’Italia), e rifiutò la successione alla cattedra di Attilio Momigliano, cacciato dalla scuola a causa delle vergognose leggi razziali del 1938.

Nel dopoguerra ebbe problemi per aver scritto delle pagine inneggianti al fascismo su un testo scolastico. Vinse lo Strega (con “L’amante fedele”), ma fu emarginato. Oggi il suo realismo magico appare, alla luce dei racconti, dove il suo pensiero appare più chiaro, essenzialmente meglio sviluppato, una specie di rifugio dorato e ideale costruito per ripararsi da un mondo intellettualmente in crisi. Manca spesso forza all’espressione, ma non è per mitezza, quanto piuttosto per una personale e complessa elaborazione di dati oggettivi coi quali si devono fare i conti, trascurando la creatività apparentemente fine a se stessa. Questa trova una valvola di sfogo nel realismo magico, sebbene con qualche esitazione di fondo, specie in Bontempelli, da parte di un credo demandato all’immaginazione, vista come provvidenza cui aggrapparsi con una certa fiducia. Marquez, per dire, con il suo romanzo “Cent’anni di solitudine” è certo del potere della fantasia, Borges, con i suoi scritti, premia la ragione applicata al sogno: Bontempelli ci riflette sopra, temendo segretamente una sovrapposizione a se stante e ne soffre. Sta qui la sua magia, nella sofferenza, che in lui è indice di senso di responsabilità e di volontà di partecipazione al tutto.    

 

 

   

Dario Lodi

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