L'artista? Un media che riflette il proprio narciso, vittima di un miraggio!

Il web è realmente intelligenza collettiva e connettiva?

La rete telematica sta ereditando le caratteristiche genetiche dei media e dei sistemi che l'hanno preceduta.
Il rapporto con il "classico" del secolo passato è di continuità e non di rottura, non siamo davanti a diffuse pratiche di rottura, da parte degli artisti nei confronti di un sistema e del ciclo economico che incarna e rappresenta.
Un cambiamento è nel ritmo. nella velocità dell'effimero, nel come l'astratto agisce sulla materia del corpo d'artista in maniera immediata, diretta, generalizzata e autoritaria.
In maniera indiretta, la concettualizzazione astratta del web agisce direttamente sul corpo dell'artista, lo costringe ad assumere posizioni, movimenti e atteggiamenti necessari alla conservazione dei suoi legami sociali e culturali, il tutto facendo leva sull'autorevolezza di un sistema immaginario e immaginifico forse inesistente nella sua realtà, un sistema incapace di produrre gli effetti desiderati sulla materia del corpo dell'artista.
L'unico anticorpo possibile è comprendere il linguaggio che si sta subendo e come questo linguaggio diffuso, anche attraverso il web, produca e riproduca soggettività.
Questo momento storico vede la convergenza della retorica partecipata televisiva e l'appiattimento dei contenuti derivante dall'uso e dal consumo frivolo del web, questo è il populismo digitale.
Facebook cosa è, se non un dispositivo superficiale e pervasivo dove lo spirito critico si accoda alla logica della TV verità e del microfono fornito alla gente comune?
In cosa realmente oggi si differenziano i social network dalla Tv e dall'informazione televisiva di Santoro e Travaglio?
La moltitudine è stata ingabbiata, la posse è diventata populismo del quotidiano, letto e fatto da tossicodipendenti digitali come lo scrivente.
La posse degli anni novanta, si sta riducendo a fotografare con lo smartphone e a condividere selfie on line solo per dimostrare la propria presenza.
Gli artisti, che alla fine del secolo scorso, erano ancora un nodo importante e strategico dell'intelligenza collettiva e connettiva, dei megafoni di movimento e di voce politica, si stanno lentamente riducendo a essere servi inconsapevoli degli imprenditori del netliberismo e resistono messi in scena dagli impresari della rappresentazione politica; loro malgrado, nutrono e alimentano una armata di cervelli sconnessi e telecomandati dal linguaggio televisivo, che in questi venti anni ha colonizzato e conquistato la terra di frontiera digitale.
Come ricollocarci in questo scenario?
Bisogna operare da disertori digitali, muovendosi nei propri territori e nelle proprie comunità, con la consapevolezza che non è possibile fare gli outsider dinanzi alla potenza congiunta di questa comunicazione.
Delle nuove tecnologie non se ne può fare a meno, ma il web, rispetto a venti anni fa va riconquistato e le trame del conflitto devono partire fuori dal web.
Lo spazio on line che stiamo vivendo è una protesi degli anni ottanta, è una rappresentazione che va da Federico Zeri a Vittorio Sgarbi, da Achille Bonito Oliva a Bonami, da Caroli a Daverio, fino ad arrivare a Luca Beatrice e a fake social come Luca Rossi e Andrea Diprè; la narrazione è la medesima, il media che riflette il proprio narciso, l'arte come base linguistica da banalizzare nel nome del mercato.
I linguaggi dell'arte hanno smarrito la loro aura, finiti inglobati nel quotidiano dello spettatore, evaporati in un impero di segni in conflitti bipartisan, privi di ordine e gerarchie che non siano quelli del mercato, segni sempre accessibili e disponibili a tutti.
Gran parte degli artisti con i loro linguaggi, continua a inseguire tutto questo, anche attraverso il web si sposa il linguaggio del "facilese" teorizzato dall'addetto ai lavori di turno, rincorrendo in questa maniera un riduttivismo culturale che ha consegnato oggi, i linguaggi dell'arte, alla retorica dell'intrattenimento pop da esibire e ostentare.

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Mimmo Di Caterino

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