Koons eccomi, sono Monty Cantsin e firmo col mio sangue.

New York, 21 agosto 2014. "Monty Cantsin was here”, ha scritto in pochi secondi un artista ungherese-canadese (Budapest 1959, vive e lavora a Toronto), conosciuto fin dalla fine degli anni ’70 per le sue azioni con il sangue come colore. 

Due giorni al Whitney Museum of American Art per la retrospettiva a Jeff Koons,  alla ricerca del luogo più adatto per il suo "regalo a sorpresa” all’artista americano più quotato del momento.

Fotografato dal pubblico incuriosito e dai due amici fotografi, Antoine S. Lutens e Toyo Tsuchiya, trascinato via dai poliziotti e trascorrere qualche ora nell’ospedale psichiatrico, Monty Cantsin ha consegnato la lettera-manifesto "Supreme Gift for Jeff Koons”, indirizzata alla "celebrità eroico-sacrificale”.

"Mi hanno fatto le analisi del sangue, dell’urina e ho avuto dei colloqui con diversi medici che, alla fine, mi hanno diagnosticato un disturbo narcisistico di personalità che hanno ufficializzato con un certificato medico.

Sono stato dimesso dall’ospedale dopo poche ore, anche se al mio arrivo mi avevano detto che sarei potuto rimanere per un paio di giorni per riprendermi.

Per fare la X sul muro co vogliono solo 10 secondi, poi cominciano una serie di cose.

Un gruppo di ragazzi si fermano a guardare, subito dopo arriva la guardia che chiama la polizia e che, normalmente, mi porta in galera e da là in tribunale.

Poi c’è tutto un sistema: l’opinione della gente, la reazione dei media.

Anche questo fa parte dell’azione che cresce sempre di più. In questo caso c’era anche la lettera che ho lasciato al museo, intitolata "Supreme Gift for Jeff Koons”.

Si basa sull’idea che oggi l’importanza suprema nell’arte è il denaro.

Così nel mio "manifesto”, o lettera-omaggio indirizzata a Jeff, ho scritto: "Questo regalo è per te, perché sei un artista eminente.

Io sono soltanto un criminale che fa sul serio, ma dal 1979 - quando ho iniziato questo tipo di azioni - il valore del mio sangue è aumentato fino ad arrivare a 1 milione di dollari al millilitro.

Per questo lavoro ho usato 6 fiale, ognuna delle quali conteneva circa 10 millilitri.

Quindi, la stima di questi 60 millilitri di sangue è di circa 60 milioni di dollari.

Anche quest’arte ha un valore, non solo quella tua che è sfavillante!».

 

L'azione è stata prontamente commentata dal curatore e critico d'arte Gianluca Marziani, che idealmente gli invia una lettera tramite facebook:

"Caro MONTY CANTSIN, diciamola tutta senza peletti sulle lingue:

hai fatto il tuo intervento nella mostra di Jeff Koons per il semplice fatto che era la mostra più mediatica di New York, il luogo migliore per puntare qualche riflettore sulla propria idea di arte contemporanea. Non amo gli artisti che usano il sangue come materiale artistico, a meno che non venga sublimato in una dimensione esteticamente pregevole e concettualmente funzionale.

Ancor meno mi interessa chi fa un intervento "abusivo" (che invece trovo sempre degno di massimo interesse) e lo spaccia per un'opera che dovrebbe sottolineare il marcio della società capitalistica, la depravazione del mercato e altre cose del genere. Peccato che Monty Cantsin non abbia spostato di una virgola i termini economici dell'establishment americano, semmai ha aggiunto una possibilità a se stesso di rientrare nel "sistema" da una porta di servizio con uscita sul salone principale delle feste. Che palle gli artisti ideologici che vorrebbero il successo e dicono di non essere interessati al podio, cercando di convincerci che il loro antagonismo è tutto per il bene della cultura, per aprirci gli occhi sul marcio..."

Sottoscrivo la lettera di Gianluca Marziani, questa è una operazione di autopropaganda, quasi una preghiera d'attenzione per gli addetti ai lavori, se poi ragioniamo sui contenuti, fondati sull'autoattribuzione di un valore economico che con l'azione si mirava a negare e criticare, siamo davanti a un dispositivo retorico paragonabile all'applauso strappato con grande facilità da critici e addetti ai lavori massmediologici nostrani; un happening che nella forma e nella sostanza sembra più vicino alla comunicazione dei nostri politici nostrani, che non a una reale ricerca di linguaggio di un artista.

 

mimmo di caterino

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