"The island": Come è mutata la cultura hip hop nell'isola?

In qualsiasi società, sistema sociale e cultura, attraverso il linguaggio si nomina e classifica, un linguaggio dell'arte non condiviso è impensabile, ogni identità artistica si definisce attraverso l'alterità e la comunità, i linguaggi dell'arte sono associati, nel tempo e nello spazio. Lo stesso "sistema dell'arte" imposto dai mercati, cosa è se non una concettualizzazione stessa del linguaggio "artistico" dell'uomo, un riferimento ideale che scinde tra arte e vita, manipola i linguaggi dell'arte e ne rende mercato nel nome della professione.
In realtà il vero linguaggio di un artista, più che a un linguaggio omologato, dovrebbe affondare nella memoria collettiva, iscritta nella natura e nella memoria artistica di un luogo e dalla somma delle moltitudini di memorie individuali.
Questo per arrivare a parlare di mutazione violenta nel linguaggio dell'arte e dei suoi contenuti, anche attraverso la cultura del hip hop; prendiamo l'isola, con i suoi paesaggi e le sue stratificazioni, le sue memorie di caccia, navigazione, pesca e raccolta, di chi la vive e la percorre con agio nei suoi passaggi di paesaggi, perché l'ha vissuta da sempre e si ritrova a ripercorrere con lei i suoi quotidiani paesaggi della memoria.
Il paesaggio ha sempre un valore culturale, abituato e trasformato dalla presenza umana, che lo ha deliberatamente modellato o rispettato, caratterizzato per posizione geografica, determinando espressioni e linguaggi dell'arte specifici, creando in spettatori diversi in relazione al proprio vissuto attrazione, repulsione o indifferenza.
L'artista come si relaziona a questa specificità? Imponendo un punto di vista e una lettura, si relaziona a uno spazio e a un tempo.

Perché questa lunga digressione da intro?

Io ho un trip che va in loop da almeno un ventennio ed è che i linguaggi dell'arte contemporanea, dal dopoguerra ad oggi si muovano su delle traiettorie che di culturale hanno poco, ma seguono e inseguono trend di mercato per elevarsi su altri linguaggi a prodotti alla moda capitalizzati.

Esagero? L'isola dove vivo la Sardegna, racconta bene tutto questo, anche in archi di tempo limitati, come i miei vent'anni di attivismo didattico dei linguaggi dell'arte.

Ascoltavo un pezzo di Salmo, artista di Olbia esploso sulla scena milanese per essere poi osannato dalla generazione e dagli operatori culturali della libera opinione critica a mezzo stampa; artista per il quale hanno speso parole di stima, giganti del mercato pop e virale italico come Jovanotti e Caparezza, il pezzo in questione si chiama "The island" e in qualche modo racconta una riappropriazione dell'origine da parte di un progetto musicale riuscito a farsi fenomeno di mercato, in apparenza un prodotto locale, geografico, isolato e isolato; un prodotto in grado di sollevare l'interesse di uno come me che vent'anni fa si formava nei centri sociali e vedeva e viveva in Italia la nascita del fenomeno del hip hop come linguaggio a disposizione dell'identità e del paesaggio geografico, politico, sociale ed economico.

Decido allora di fare quattro chiacchiere sul hip hop isolano con Quilo, "Su Komandanti/Il comandante"un pezzo di Storia del hip hop isolano made in Iglesias, attualmente produttore con la sua nootempo:

Mimmo:

Komandanti come la vedi la scena 2.0 del hip hop isolano? Ascoltavo "The island" di Salmo e pensavo (da nostalgico?) che forse finalmente qualcosa d'ultima generazione comincia a crescere nei contenuti, memore dei nostri contenuti generazionali, è così o sono io che ho l'entusiasmo facile?

Su Komandanti Quilo:

Penso tu abbia l'entusiasmo facile...

Mimmo:

Mettiamola così, c'è il problema dell'invasività delle major nei confronti dell'indy, ma in questo caso specifico forse trasversalmente passa un poco di "disobbedienza locale diffusa commerciale", poi che Salmo e soci lo vogliano o meno, mi sembra anche un omaggio ai primi Sa Razza, che in qualche modo hanno fatto la storia di questa cultura nell'isola.

Su Komandanti Quilo:

Rispetto profondamente questo artista sardo, nello specifico la canzone è carina, ma lontana dalla "mission" che da sempre ha contraddistinto gente come Sa Razza, Balentia, Menhir, Maloscantores, Stranos elementos, Gana sana , Limbudos ed altri ( pochi ) che hanno scelto di cantare la loro isola quasi esclusivamente in Sardo prima di tutto, e molto molto tempo fa.

Inoltre nel pezzo non sento tributi e omaggi, che per carità non erano forse necessari, ma ci avrebbero fatto piacere (credo di parlare un po per tutta la vecchia scuola).

Dovremmo chiederci dopo avere ascoltato insieme questo pezzo, che cosa è la nostra Island?

Quella rappresentata nel testo oppure quella che respiriamo e biveus d'onia die, in mezzo anche alla merda totale che ci obbligano a subire?

Certamente il mio voto al  pezzo è un UP  per Salmo che è Sardo e fa buona musica, che purtroppo è dovuto stare a Milano per poter essere visibile e vendibile (come è giusto che sia , questo è il mercato con le sue piazze).

Mimmo:

Concordo, volevo ascoltassimo questo pezzo, forse solo perché sorpreso dal contenuto,  non è il solito generazionale "mi fotto la tua donna", "vendo i dischi e tu sei un sfigato" , "mi faccio di tutto" e quant'altro;  certamente è una operazione commerciale ma forse può materializzare brevi effetti collaterali di massa. 

In sardo, hai ragione,  avrebbe assunto un significato "politico" e "linguistico-culturale" diverso, raccontata così paradossalmente sembra una isola raccontata da continentali,  e più che vissuta in tutte le sue problematiche, sembra l'abbiano studiata e rappresentata da lontano.

Quilo/Su Komandanti: 

Sono d'accordo,  ci sta pure il cazzeggio nell'hip hop, la mia personale mission è differente, ma rispetto anche quelli che ci "giocano" un po su certe cose.

La mia resta  una visione da "posse",  ma forse è solo passato del tempo e rimango un cazzo di nostalgico; tra l'altro più invecchio e più' mi sento trascinato verso il passato, mi sveglio presto e comincio a mutare,  forse è una questione di saper interpretare come ci muta il tempo.

"Sembra una isola raccontata da continentali ", come dicevi, penso sia la critica più puntuale,  magari così non voleva essere ma è quello che sembra essere.

Chiedo cosa pensa del pezzo di Salmo anche ad Andrea Mura/Leppa, altra voce storica del hip hop isolano dei Balentia, made in Mogoro.

Mi risponde così:

"Una sequenza di luoghi comuni che non mi rappresenta. Mi dispiace ma fatico a digerire questa roba, come Su Komandanti Quilo  "più invecchio e più' mi sento trascinato verso il passato", aggiungo che da quel passato non mi sono mai staccato, mi sono evoluto, ma non mi sono ma allontanato dai contenuti della formazione di posse di quegli anni,  se devo pensare ad un sardo emigrato penso a Tsu, a pezzi come "L'uomo che viene dal mare"  quello è ciò che prova un sardo emigrante".

Conclusione?

Condivido il punto di vista generazionale, forse, la nostra capacità di distaccarci dal passato è figlia del fatto che nostalgicamente siamo diventati consumatori culturali di noi stessi e dei prodotti della nostra storia, quanto meno, quando ragiono sul mio linguaggio e come tenda a ripetere situazioni, linguaggi, ambienti, problematiche e processi; insomma come si stesse alimentando in nome della memoria un distacco linguistico con le generazioni che seguono e seguiranno la nostra, ma questo è un discorso pesante ora e comunque forse frutto anche esso di mercato, il problema più grosso di questo secolo e trasversale ai linguaggi dell' arte tutti, è  quello di connettere e intefacciare i linguaggi dell'arte anche tra diverse generazioni, il mercato non accomuna ma divide, scindendo e frammentando il linguaggio.

Andrea Mura/Leppa:

Sinceramente, trovo difficile connettere Sa Razza e Salmo, nelle intenzioni,come  nel linguaggio, la sola cosa che li accomuna è il fatto di essere sardi…

Quilo/ Su Komandanti:

Il mercato discografico è di fatto fallito; esiste il mercatino del Fenomeno-media, il soldo è materializzato dai Live, dove si incassa, per incassare? Devi bucare partecipando al grande gioco delle views.

Il Media sociale è fintamente libero e non divide, bensì ammassa , amalgama, unifica in un blob impastato dove l'utente medioman si ritrova in gregge a belare, se quella cosa è figa, beh sarà pur figa se ha 100.000 views nel giro di una serata.

Parte lo Show e come dice Andrea Mura non c'è il concetto, non esiste la storia, e non c'è la missione-progetto, non c'è rivoluzione.

Mimmo:

Siamo d'accordo, c'è il mercato che annienta e sconnette il linguaggio e questa distanza generazionale passa per un altra rivoluzione, che non passa per i centri sociali, ma per smartphone e social media, che hanno deformato in un solo momento storico, cultura di massa e cultura popolare, riportando i contenuti dei linguaggi artistici e le loro conquiste all'anno zero.

Il mercato ci ha sconnesso ammassandoci e appiattendo i contenuti nel grande calderone delle visite e della "viralità".

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