Il paesaggio marchigiano secondo Daniela Rosorani

Riceviamo e pubblichiamo: recensione di Gabriele Bevilacqua

Il paesaggio marchigiano secondo Daniela Rosorani

Interessante esposizione all'Arco Amoroso di Ancona.

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Tra le proposte dell'estate anconetana c'è stata anche una mostra, intitolata «Spirito e Materia» (opening lo scorso 5 luglio e termine il 13 dello stesso mese), di una giovane artista che legge il paesaggio marchigiano con sensibilità e acribia. Merita pertanto la nostra particolare attenzione.

Certamente, oggi cimentarsi con olio, acquarello e pastelli, su un tema apparentemente tradizionale, in un momento in cui il ritorno alla pittura ha la connotazione acida e deformante di autori come Marlene Dumas, Julian Schnaben, Nicole Eisenman, Maria Lassnig, Gerhard Richter, sembra un'impresa fuori tempo.

Eppure i paesaggi esposti mostrano non solo una non comune padronanza del colorare, inteso nell’antica tripartizione di "prontezza e sicurtà di mano", capacità di discernere qualità dei colori, vitalità chiaroscurale. Come ha ben annotato, nel pieghevole della mostra, il suo maestro, il pesarese Franco Fiorucci – quasi confermando Plinio il giovane, secondo il quale solo un artista può giudicare un artista - siamo in presenza di una personalità che palesa ormai uno stile "definito e inconfondibile", "una piena totalità espressiva che sorprende per la sua energia interiore".

C'è però, nella proposta della Rosorani, nata a Jesi ma residente nell'entroterra di Senigallia e precisamente a Ripe, un altro aspetto che colpisce. Il paesaggio marchigiano studiato non è più quello delle dolci colline di Guido Piovene nel suo lirico Viaggio in Italia (1954). I colori sono su una tonalità accordata su toni bassi, uniformi, mortificati (se vogliamo usare un lessico di altri tempi). Le meraviglie paesaggistiche, già annotate da Montaigne ("le mille diverse colline, rivestite ovunque di ombre… le più belle valli dove non esiste pollice di terra inutile"), il cui piacere può solo prolungarsi col dipingerle, come scrive l'artista stessa, in realtà nascondono un'inquietudine di "perdizione" e "vertigine" (sono ancora parole sue).

Ecco allora la scelta stilistica di una luce fredda, un'atmosfera da sole serale (il tedesco Abendsonnenschein), una terra scura che sembra corrugarsi per orogenesi in linee di forza, come in aridi trabuchi. Non ultimo, parafrasando Foscolo, un’aura pregna di poca vita: rara vegetazione e isolate abitazioni senza alcuna presenza umana. La drammaticità è smorzata da uno strano senso di quiete (è caratteristica dell'artista marchigiano mediare fra quietudine e inquietudine, fra lo stabilizzarsi e lasciarsi destabilizzare senza perdere quella propensione riflessiva, soprattutto verso ciò che accade fuori provincia).

Di rara bellezza sono i disegni in cui i paesaggi sono ridotti a linee condotte con consumata perizia esecutiva. Infine, forti e appena orientati verso una maggiore astrazione lirica, gli oli più recenti, ancora paesaggi ove prevalgono tinte scure, in un affondamento cromatico per abbaglianti corrugamenti. In essi, anche se in dimensioni più ridotte, lo spirito della materia sembra a metà tra il silente ‘gemere’ della creazione e la dimensione sospesa nel tempo dell’inatteso, una geologia inquietante e familiare (Freud direbbe heimlich). Ciò conferma la convinzione di Goethe, secondo cui l'arte non imita, coglie la forma interna delle cose. Aggiungendoci quel di più che sfugge a una lettura superficiale.

Da questo punto di vista, i pastelli dell’artista sono attuali: infatti, il valore storico o estetico di un oggetto non risiede che “nella luce in cui ce lo presenta chi sa caratterizzarlo in modo giusto” (H. G. Gadamer).

 

 Gabriele Bevilacqua, Jesi 14 luglio 2014

 

 

 

GABRIELE BEVILACQUA

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