Il manicomio è in scena in una mostra a Pesaro

Una serie di documenti, lettere, registri, tabelle conservati  nell’ Archivio di Stato di  Pesaro, raccontano la storia di alienati, la loro provenienza, la divisione all’interno del San Benedetto secondo l’estrazione sociale, le ragioni legate al loro  internamento. “Quando venne progettato, nel 1824, all'indomani dell'esperienza napoleonica”, scrive Roberto Domenichini, “l'ospedale dei pazzi (o dei mentecatti) ha rappresentato un'autentica novità per Pesaro e la sua Provincia. L'idea, infatti, caldeggiata dal Delegato apostolico dell'epoca, monsignor Cappelletti, di riunire in un unico ospedale tutti malati di mente fino allora tenuti presso i vari Comuni in “orridi, fetentissimi ricettacoli”, a guisa di “feroci belve”, quasi non fossero esseri umani, l'idea -si diceva- venne approvata dal pontefice regnante. Scopo del Delegato e degli altri promotori era quello di offrire ai malati di mente un'assistenza e - almeno nelle loro intenzioni- anche cure adeguate. Sulla non validità dei mezzi terapeutici adottati a quel tempo molto è stato scritto, per non tacere pure dei mezzi di contenzione allora accolti e praticati per “calmare” i cosiddetti furiosi o pericolosi, mezzi che contrastano assai con la sensibilità dell'uomo comune moderno e con i sensibili, recenti progressi della psichiatria.  Una mostra, che si apre con un “cammeo” del pittore Gualtiero Rossi, dove la testimonianza della Storia  si fonde con il linguaggio dell’Arte a cominciare dalla fotografia di Lorenzo Amaduzzi e la fascinazione, che muove il suo fare,  per l’ ”orrida bellezza” di scavi, rovine di una archeologia industriale, decomposizioni della materia, architetture in disfacimento da cui ricava una sorprendente  armonia compositiva. Una inaspettata  “estetica  delle rovine. Con l’inedito  ciclo  Grumi di lacrime  l’artista ci restituisce suggestioni e intense atmosfere della famosa istituzione psichiatrica pesarese, il suo sguardo si posa sulle  macerie  sulle porte divelte lasciate sul pavimento, sulle muffe delle pareti, su  riccioli sottili  di un intonaco umido che l’immagine dell’artista ci consegna come  petali di un  crisantemo disfatto, di lacrime e sospiri degli internati, tracce di antica bellezza da consegnare alla memoria. I celebri  scatti  di Giovanni Marinelli, la passione per il bianco e nero, una identità che sarà l’abito del suo lavoro e la fotografia diviene linguaggio di contrasti che si nutrono di luce. Lo sguardo penetrante di un artista della fotografia che racconta in bianco e nero una Vita silente e il suo occhio si posa sugli angoli, sugli oggetti, una sedia, un frigorifero, dei pitali abbandonati dell’ex  manicomio San Benedetto per rimandare al tempo dell’attività, fissare la memoria di un passato che ci  appartiene.  Immagini con  il respiro e l’alone di una umana sofferenza che diventa tangibile nell’immobilità delle cose abbandonate, spazi dell’istituzione per gli infermi di mente fotografati all’alba degli anni 2000.  Le grandi opere di Vincenzo Baldini  in un reportage di volti dall’impatto dirompente che ha colpito uno come Vittorio Sgarbi e le tele di Baldini saranno presenti al “Museo della follia” che nasce a Matera, poi a Mantova Expo 2015 in una grande mostra d’arte che celebra la follia. Uomini e donne segnati dalla sofferenza, quelli che lui stessi chiama I Dimenticati, volti ricavati dai documenti del manicomio di San Servolo di Venezia  cui Vincenzo affianca lettere, mai spedite, di altri malati internati nel manicomio di Volterra. In uno stile che lo accomuna  a Bacon, a Schiele e resta personale. Quando i colori d’ombra avvolgono i suoi dipinti e il pittore fissa sulla tela uno  sguardo lontano. E a raggiungerci sarà la dimensione, la sofferenza di un mondo che, magari, vorremmo celare ai nostri occhi.

 

Con il patrocinio di : Ministero dei beni e delle attività culturali - del Consiglio regionale Assemblea legislativa regionale Marche - Comune di Pesaro e il sostegno di Banca Credito Cooperativo Gradara per il catalogo della mostra

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