La gentilezza di Charles Péguy

La Passione     Da tre giorni lei piangeva. Da tre giorni lei vagava, lei seguiva. Lei seguiva il corteo. Lei seguiva gli avvenimenti. Lei seguiva come a un funerale. Ma era il funerale di un vivente. Di uno ancora vivente. Lei seguiva ciò che accadeva. Lei seguiva come se facesse parte del corteo. Della cerimonia. Lei seguiva come un’accompagnatrice. Come una serva. … (trad. di Rienzo Colla).  

 

“La Passione” è uno dei testi mistici di Charles Péguy (1873-1914), adatto alla Pasqua.  Non è una descrizione (Cristo va al calvario, muore sulla croce, il corpo viene raccolto dai discepoli) di tipo medievale, semmai rinascimentale, dove la religione viene vissuta con senso di responsabilità. Nella realtà Péguy, e lo si avverte bene nello scritto, prescinde dal fatto religioso così com’è nel dogma: affronta, invece, la questione spirituale che sta sotto il fatto.

 

Lo scrittore francese insiste, con la massima delicatezza possibile, ma anche con la massima determinazione, nella trattazione della responsabilità umana non tanto verso Cristo in sé – sarebbe l’individuazione di un capro espiatorio – quanto verso l’ignavia umana nell’assistere a un delitto capitale, quello dell’uomo nella sua essenza.

 

Problema irrisolvibile, forse, ma certo da avanzare in continuazione è per Péguy quello della morale (non è una morale convenzionale!) da opporre una volta per tutte – e dunque con il più grande impegno – al vergognoso materialismo. Il vero tesoro, per il francese, sta nel cuore, non nel cervello. Ovviamente non è un cuore palpitante a vuoto.        

 

Charles Péguy era figlio di povera gente. La sua intelligenza fu notata per caso e premiata (caso piuttosto raro). Alla Scuola Normale Superiore di Parigi ebbe modo di conoscere Romain Rolland (che sarà Nobel per la letteratura nel 1915, francamente non si sa con quale merito: il personaggio è simpatico, ma affezionato alla pedanteria: chi ha la forza di leggerlo sino in fondo? E con che risultati concettuali?) ed Henri Bergson (di cui divenne amico), il grande filosofo dell’intuizionismo (anche lui Nobel per la letteratura nel 1927, ma Bergson era un filosofo, non un letterato!).  

 

Sicuramente il nostro scrittore fu influenzato da Bergson, non in senso letterario quanto in senso filosofico. Fu influenzato nell’impostazione del proprio pensiero: l’intuizionismo non ammette correzioni razionali (l’intuizione arriva dove la ragione arranca e complica le cose) ma va immediatamente alla sostanza della sensazione, del sentimento. E recita purezza d’intenti.

 

Péguy fu condizionato dalla purezza d’intenti. La rivista che fondò denominata “Cahiers de la Quinzaine” era stata concepita per accogliere scritti di validi esordienti, alla ricerca di idee nuove e coraggiose. D’altro canto, di coraggio il Nostro era ampiamente dotato: egli fu fra i primi a schierarsi in difesa del capitano Dreyfus insieme a Zola e a pochi altri.

 

 

Charles Péguy fu un convinto antimilitarista. Si avvicinò definitivamente al Cattolicesimo, nel 1907, ma per cercare di correggerlo dal di dentro. Mai e poi mai ne avrebbe accettata la retorica. Allo stesso modo non avrebbe dovuto accettare quella del nazionalismo. Ma nel 1914, essendo tenente della riserva, decise di arruolarsi in fanteria e di andare al fronte: cadde nella prima battaglia della Marna, a Villeroy il 5 settembre dello stesso anno.       

 

Moriva un uomo gentile, sensibile: un essere indifeso, capace di affrontare ugualmente gli eventi, le situazioni e di volgerle idealmente a proprio favore, attraverso una instancabile denuncia delle ingiustizie sociali commesse dal sistema. Ne sono prova i testi mistici e lirici (a difesa delle proprie posizioni) e le osservazioni contenute in diverse opere, su tutte, emblematica, “Il denaro”.

 

Péguy amava la musica, eseguiva alla perfezione Bach. Lo faceva spesso per isolarsi, alla perfezione, dal mondo. Ecco spiegata la sua grande intelligenza interiore.

 

 

 

Dario Lodi

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