Figure mitiche delle religioni L’ebbrezza di Dioniso

L’antica Grecia fu il punto d’incontro fra la religione egiziana e il pensiero orientale. Questo spiega Zeus (Ammone presso i Faraoni) ma spiega anche Platone. Spiega gli dei intorno a Zeus, così come le numerose scuole di pensiero, peraltro estremamente avanzate rispetto al resto del mondo. La religione trascendentale, in Grecia individuata con le attribuzioni di potere alle varie divinità, fu contrastata dalle creazioni della speculazione intellettuale. Proprio Platone, nel “Timeo” evidenzia la figura del demiurgo, di un essere mitico che di divino ha la forza ordinatrice delle cose, non quella creatrice del dio classico.

 

Zeus e il demiurgo

 

Per la verità, anche Zeus non ha alcunché del dio classico. Egli si limita a governare e a intervenire, saltuariamente, secondo la sua volontà imperscrutabile, nelle cose umane. Molto più interessante è la personalità del demiurgo che, invece, dirige l’andamento del mondo. Il suo mito è molto antico e possiede radici molto complesse che accolgono idee, sentimenti, sensazioni sia spiegabili che non spiegabili. I greci non si pongono domande su chi ha creato il mondo, ma su come esso funziona. È scontato per loro che il mondo esista, non è scontato come mai le stagioni si susseguano e soprattutto come mai la primavera (la rinascita) ritorni puntualmente. Diventa inevitabile il ricorso al mito del demiurgo, grazie al quale si spiega tutto, ovvero si vuole spiegare tutto. Restando a Platone, egli per primo si sofferma sulla dinamica delle cose e sulla loro perfettibilità, ottenibile tramite l’idea di un modello. Il mondo sarebbe una brutta copia di quello ideale, da mettere in bella con il pensiero rivolto al modello ideale. Questa ipotesi adombra, fra l’altro, un desiderio d’immortalità individuale che l’intelletto va a ritenere possibile da esaudire. A questo punto, si comprendono meglio la chiamata al demiurgo (nell’estrema sostanza un uomo superiore per virtù intellettuali esplicitate) e l’allontanamento da Zeus, che è praticamente un eone di serie B. Il demiurgo diviene l’eone ideale, dotato di pensiero (ennoia) e di amore (akhana) al calor bianco. Questo eone ideale fu contestato per la sua non appartenenza al pantheon degli dei. La religione ebraica e poi quella cristiana ritenevano eone autentico sono quello di emanazione divina. Infatti è Gesù l’eone per eccellenza. Nel Vangelo di Giuda, Gesù afferma con forza che il demiurgo è un falso dio. Il Vangelo di Giuda non è inserito nella Bibbia. E’ stato scoperto recentemente e acquistato dalla National Geographic Society. Il testo è oggi visibile online.   

 

Un  figlio del demiurgo: Dioniso    

 

Il mito afferma che Dioniso fu un figlio illegittimo di Zeus. Il padre degli dei lo partorì da una propria coscia. Fu venerato soprattutto in Tracia. Restiamo in Mircea Eliade, uno dei maggiori studiosi di miti e religioni: Dioniso fu una divinità ctonia, una divinità cioè legata alla terra, non spirituale. Questo legame fu tuttavia insolito. Le divinità legate alla terra furono le prime divinità ad apparire, ovvero a essere inventate, e questo per ottenere vantaggi dalle stagioni, per avere più possibilità di sopravvivenza attraverso buoni raccolti, mitezza del clima, piogge non abbondanti, fertilità del terreno, e via dicendo. Dioniso va ben oltre tutto ciò per tentare l’affermazione dello spirito della terra, ovvero per catturare quella forza immane che sta sotto il suolo e che è pronta ad erompere per farla valere. Dioniso raccoglie il brontolio della polvere che abitualmente non è considerata, ma che è la materia primigenia del tutto. È come se essa volesse in qualche modo ribellarsi allo sfruttamento dell’uomo, che stravolge questa forza a fini tutto sommato modesti, effimeri: la semplice e breve vita in luogo dell’esistenza. Qui si capisce che il nostro dio non è dipendente da Zeus, ma è più un figlio, per così dire, del demiurgo.

 

L’ebbrezza di Dioniso

 

L’identificazione corrente di Dioniso lo vuole dio della vite e del vino (i romani lo fecero diventare Bacco). E’, questa, una conseguenza dei riti, prima presunti e poi effettivi, che si celebravano in suo onore. L’immaginario è affascinato dalle descrizioni di questi riti che vedono lunghe file di officianti che cantano e ballano intorno a fuochi improvvisati, prede di libagioni a non finire. In particolare, il fascino è per le baccanti, invasate e nude che spuntano dal bosco e poi satiri, sileni, sacerdoti che dirigono orge, fiumi di vino che arrossano la notte. La cerimonia dionisiaca è una fuga dalla realtà, è una felice testimonianza d’impotenza a mutarla. È una follia organizzata che sfugge di mano: vi è poca consapevolezza nel primo caso quanto adesione piena nel secondo. Dioniso va contro i filosofismi perché coinvolti in piccole visioni delle cose rispetto alle infinite possibilità di essere che la realtà nascosta nel cuore della terra offre. C’è anche una sorta di disperazione mascherata per la difficoltà, oggettiva, di evidenziare questa opzione perché di fronte a certe prove la mente vacilla, la parola non sa esprimere bene il pensiero, la sensazione, l’autentica spiritualità. Nella cerimonia esiste tuttavia il desiderio, certo fuori dalle righe, di raggiungere questa immensità, di cogliere i palpiti di quest’anima e di viverli sino in fondo. Dioniso, evita le creazioni di comodo, non si accontenta della religione convenzionale, ed anzi evita qualunque tipo di religione. I suoi riti sono imprevedibili, esaltano la materia, valorizzano i sensi. L’orgia è una liberazione da legacci ed è anche una forma precisa di creazione da parte dell’uomo, volutamente anarchica per dimostrare la potenza della grande energia umana. I riti dionisiaci sono celebrazioni più verso l’uomo che verso la divinità. Quest’ultima è un pretesto per insinuare – attraverso l’abbandono dei codici comportamentali tradizionali e oppressivi – il valore della personalità umana. È un sogno infinito con i suoi momenti di veglia, altrettanto infiniti.

 

Spirito apollineo e spirito dionisiaco

 

Il filosofo Nietzsche individua, nella civiltà greca antica, due visioni del mondo caratterizzate da uno spirito apollineo e da uno spirito dionisiaco. Il primo sarebbe la conseguenza del secondo, anche se lo spirito dionisiaco è sicuramente meno rappresentabile razionalmente di quello apollineo. Nietzsche ritiene che i greci fossero afflitti da un terribile pessimismo, da un’angoscia vitale incontenibile. È ben nota la risposta di un saggio (la cosa è riportata in vari modi, conta la sostanza) alla domanda di un re: “Cos’è la vita?”. “La vita è una cosa inutile. Meglio sarebbe non essere mai nati e, nati, morire al più presto possibile”. In base a questa risposta, il filosofo tedesco elaborò la nota tesi per cui il greco per eccellenza non può che essere apollineo perché sta qui la sua salvezza e il senso stesso della vita dell’uomo. Lo spirito apollineo è per l’ordine e per l’equilibrio delle cose, senza alcun intervento divino. L’uomo deve prendere coscienza piena delle cose stesse e reagire in maniera opportuna. In altre parole, deve affidarsi alla razionalità, non a un dio. Deve rendersi conto che può contare solo su se stesso. È il ribaltamento del mondo tradizionale, è l’abbandono della sudditanza religiosa, in quanto la religione, alla luce della razionalità, perde qualunque attrattiva, viene considerata un’intollerabile irrazionalità, produttrice di credenze primordiali. Nietzsche non è altrettanto chiaro nei confronti dello spirito dionisiaco, che lui d’acchito considera una posizione d’abbandonare: infatti, ecco lo spirito apollineo che finalmente mette a posto le cose. Dioniso non ha la stessa capacità di convincere. Anzi, la sua anarchia è considerata improduttiva. Naturalmente al filosofo tedesco non sfuggono alcune importanti sottigliezze che fanno di Dioniso un caso comunque eclatante. Se da una parte la troppa libertà del dio greco è fastidiosa, dall’altra va riconosciuta una liberazione comportamentale per nulla trascurabile. Nei riti dionisiaci è presente anche la mistica e questa mistica non è fatta certo di formule ruminate, bensì di creazioni gnostiche che affondano le loro radici nell’essenza delle cose, o per lo meno tentano di farlo. Il satiro, il sileno e la baccante, non si limitano ad esibizioni frenetiche e anche gli accoppiamenti (degenerazioni a parte) fanno parte integrante di una messinscena della libertà totale. Non è, il rito in questione, un sottrarsi a responsabilità, bensì è una sulfurea sublimazione di ciò che sta dietro la razionalità, ovvero il sentimento universale. In modo straordinario, Dioniso fa sentire l’ampliarsi della coscienza verso conquiste sconosciute, verso mari aperti, e tutto a favore della personalità umana più riposta, quella senza leggi, senza regole, ma con leggi e regole nuove, di sua ampia, generosa e futura realizzazione. Fuori dagli schemi ordinari. Fuori dal gioco solito di parole, fuori da quella moralità che lo spirito apollineo fa diventare talvolta maniera, da cui nascono istituzioni che paralizzano il cuore e la mente. Senza Dioniso, Apollo non ci sarebbe stato. L’ordine non può che nascere dal disordine e magari, in parte, tradirlo se subentra supponenza.              

 

Dario Lodi

    

 

 

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