Andrea Roccioletti: Artissima e Bonami? Brusio e caos.

 

Andrea Roccioletti: Artissima e Bonami? Brusio e caos critico.

Andrea, partiamo da un fatto, noi ci conosciamo e da un poco di tempo interagiamo per comprendere le implicazioni dell'arte 2.0; come ti è venuto in mente di partecipare all'iniziativa de "La Stampa", che su 3170 opere pervenute venti (tra cui la tua) le presentava ad "Artissima"?

Perché giocare a partire dal ruolo di "amatoriale", "non professionista" che "deve spiegare l'opera"?

Perché hai scelto proprio quel contesto che abbraccia l'informazione-selezione di massa e una fiera d'arte come Artissima?

 “Arte 2.0” è una definizione interessante; sta cambiando il modo che l’essere umano ha di rapportarsi con se stesso, con gli altri e con il mondo circostante, a causa di tre grandi forze in gioco nella realtà (se proviamo a semplificare) e precisamente:

Le nuove tecnologie, l’identità e le sue inedite manifestazioni, e la ridefinizione del concetto di “condivisione” e “proprietà”.

Il mio lavoro, come quello di altri artisti, si muove proprio sulla linea di confine ed espansione di questa nuova galassia nascente.

Esistono d’altro canto realtà resistenti al cambiamento, forse Artissima è una di queste, realtà che tendono a modificarsi (evolversi?) più lentamente per via di anticorpi alla mutazione di diverso tipo:

Naturale ed umana tendenza a restare nella propria zona di comfort, consolidate strutture politiche, sociali ed economiche, e via dicendo.

Che cosa accade se in un corpo in equilibrio strutturale si inocula un agente mutogeno?

Che cosa accade se ad un tradizionalissimo concorso d’arte (cone le sue logiche e le sue dinamiche) partecipa un artista che prova ad hackerarne le regole?

Questo è il mio caso.

Aggiungo: che cosa sarebbe accaduto se almeno la metà dei 3170 artisti partecipanti avesse proposto opere al di là delle categorie e delle logiche consentite dal concorso?

Forse la mutazione sarebbe stata, se non immediata, almeno più difficile da gestire per il corpo in equilibrio strutturale.

Il tema dell’artista “amatoriale” contrapposto a quello “professionista” è uno dei temi che affronto di più, sia con la mia arte che nella ricerca teorica (ad esempio in molti articoli del mio blog).

Se da un lato sembra rafforzarsi sempre di più questa dicotomia, dall’altro il sistema dell’arte “professionale e riconosciuta” sembra aver già subito un’evoluzione di cui si parla meno: ad esempio, la figura dell’artista che commissiona la realizzazione delle sue opere a terzi, l’arte “brand”, il collezionista che compra e vende arte secondo meccanismi economici esclusivamente speculativi, il modo in cui i poli museali si relazionano con queste nuove realtà, e via dicendo.

Trovo affascinanti (ed in gran parte ancora da capire davvero) le dinamiche con le quali l’arte “di rottura” diventa, in relaziona al sistema che vorrebbe cambiare, arte “riconosciuta”, se non addirittura di regime.

Ad un certo punto, Bonami è stato chiamato a leggere e interagire criticamente con il tuo lavoro e la tua ricerca, immagino tu ti sia molto divertito ad ascoltare un ex artista "amatoriale" (per quelli che sono i limitanti parametri di "Artissima") divenuto critico e curatore professionista, raccontare semanticamente un lavoro, che in quanto artista partecipante a un concorso, avevi già raccontato, ma come è possibile che avvenga ciò?

Insomma c'è qualche passaggio di troppo o mi sbaglio?

 La situazione è stata precisamente questa: a turno gli artisti “vincitori / selezionati” sono stati chiamati da Mario Calabresi a presentare se stessi e il proprio lavoro al pubblico (i famosi quindici minuti di gloria di warholiana memoria?); ed immediatamente dopo Francesco Bonami spiegava perché quell’opera era stata scelta.

Sia per mia inclinazione caratteriale che per impostazione artistica sono attualmente convinto (e credo che lo sarò ancora per un bel pezzo) che l’opera dovrebbe uscire dal meccanismo “faccio arte e poi te la spiego”.

L’arte è - tra le altre cose - una forma di comunicazione.

Non si può fare comunicazione se c’è troppo rumore di fondo, brusio di critica e spiegazioni.

Lo spazio in cui “avviene” l’arte è davvero tale quando c’è un dialogo tra l’operae il suo pubblico, che è libero di ascoltare al meglio quello che l’opera dice (sempre che sia viva) e di ridefinire il concetto stesso di quell’opera attraverso la sua interpretazione personale.

Quando è stato il mio turno, avrei voluto prendere il microfono dalle mani di Calabresi, ma la regola del gioco era che il microfono doveva restare “di sua proprietà”.

Forse perché potesse allontarlo da me se avessi detto “cose non gradite”? 

Per una immediata associazione di idee ho pensato al fatto che il nome tecnico di quell’oggetto è “gelato”, che avrei potuto “gustare” solo alle condizioni del proprietario.

Poi ho pensato al “gelato” di Renzi, a quello della Madia, al colpo di microfono sui denti a Silvio Berlusconi, infine a tutto quello che è accaduto in Rete nella viralità della condivisione di quegli scatti e delle infinite rielaborazioni da parte degli utenti.

La situazione in cui mi sono trovato è stata fortemente simbolica:

Ho detto il mio nome, cognome, età, e ho affermato di non voler aggiungere nulla a quanto già l’opera voleva dire al pubblico; aggiungendo solo di essere curioso di sapere se l’interpretazione del critico d’arte coincidesse o meno con il mio intento artistico.

Riporto esattamente le parole di Bonami:

“Ci ha colpito appunto... , volevamo anche trovare,... capire... pittori che non sono strettamente pittori... , che lavorano con altre tecniche... , tentando di costruire questa immagine... questo spazio simbolico... del quadro... , non è un quadro... però si percepisce anche come un quadro... , questa ambiguità... che non si capisce bene... , la parola e l’immagine e quindi... crea un senso di mistero e di... quasi un rebus... da risolvere... ,quindi ci ha interessato questo aspetto.”

Non sarò Bonami e se stiamo ai parametri di "Artissima" neanche un professionista, ma da queste parti abbiamo l'abitudine di saltare le intermediazioni e andare direttamente alla fonte, per cui ti chiedo:

Mi racconti il progetto o la ricerca che c'è dietro il lavoro selezionato?

 La tentazione a parlare di sè credo sia una delle più difficili a cui resistere, non solo per un artista.

Non disdegno l’io, l’individuo dietro all’opera, che ne è forse il motore primo; ma temo il didascalico, il pronto-da-consumarsi, la spiegazione che toglie libertà all’osservatore, le forme di violenza del voler affermare a senso unico, del volersi imporre.

Vorrei che la mia ricerca artistica parlasse da sé.

Non per presunzione, bensì perchè quello è il suo scopo, la prova della sua efficacia.

Perché è nell’occhio, nel dialogo tra la parte razionale ed irrazionale del cervello del pubblico che trova il suo spazio ideale, il territorio dove poter crescere e vivere di vita propria.

E’ possibile d’altro canto ricostruire il mio lavoro seguendo quanto propongo sul web, un poco alla volta, su varie piattaforme, oppure partecipando alle mie iniziative.

Credo serva una soglia di attenzione molto maggiore che “mettere un mi-piace” in calce ad una fotografia, per quanto viralmente rimbalzata in modo esteso perchè collegata ad un evento “istituzionale” (come ad esempio uno della portata di Artissima).

Nello specifico della nostra intervista, vorrei solo aggiungere che l’opera che è stata selezionata in realtà... è solo un frammento.

Infatti ho candidato al concorso un’installazione composta da 28 diverse tessere, a mosaico, ricombinabili a piacimento dall’osservatore, ciascuna delle quali rappresentava una sovrapposizione di parole, accostate ad un’immagine, sovrapposizione che ne rendeva difficile la comprensione; ma l’accostamento della totalità delle tessere e l’intervento del pubblico ne dava una certa idea di completezza.

Mai capitato di dover digitare un “captcha”, uno di quei codici con i quali, su certi blog e siti, un “programma” cerca di capire se l’utente è un essere umano piuttosto che una software per spam?

Una sorta di test di Turing al contrario.

La giuria ha selezionato solo una delle tessere del mosaico.

Quando ho spiegato loro, in fase di selezione, la questione del mosaico, mi è stato risposto che è stato ritenuto particolarmente significativo solo quel tassello nello specifico.

Quando una realtà comunemente accreditata come “promulgatrice d’arte” ridefinisce l’opera, si limita a confezionarla per il pubblico, senza invece offrirle, con cura, lo spazio necessario per esprimersi, allora credo che sia una strada praticabile solo con grande fatica da chi fa “sperimentazione”.

 

 

 

 

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Mimmo Di Caterino

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