L’opera d’arte nell’epoca della sua incapacità tecnica di Alessandro Trabucco

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L’opera d’arte nell’epoca della sua incapacità tecnica
di Alessandro Trabucco

 

Quando, nel suo testo L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Walter Benjamin parla della decadenza dell’aura, intende, semplificando al massimo, una minore distanza nei confronti delle masse che la fruiscono e il “superamento dell’unicità di qualunque dato mediante la ricezione della sua riproduzione”. Lo studioso si pone domande anche sulla modificazione della percezione di un’opera d’arte da parte del pubblico nelle diverse epoche che essa percorre. Spesso mi chiedo cosa rimarrà tra un secolo o due, e anche oltre, di tutto ciò che l’arte contemporanea sta producendo, in sovrabbondanza, in questi ultimi anni. Se non ricordo male lo stesso Charles Saatchi in un’intervista ha affermato che sopravviverà ben poco. Ma, lungi dall’essere profeta della sventura, la domanda è comunque più che plausibile e se ne potrebbero aggiungere altre, tanto per non farci mancare nulla...: in che punto preciso si trova l’arte contemporanea? Quali sono le sue caratteristiche, le sue forze, le sue debolezze? Domande alle quali, a volte, neppure gli “addetti ai lavori” sanno rispondere.

 

Davide Coltro, Icona digitale di paesaggio trasmessa a quadro elettronico, 2009

(Davide Coltro, “Icona digitale di paesaggio trasmessa a quadro elettronico”, 2009)

Mentre la ricerca scientifica pare procedere senza esitazioni nel proprio percorso evolutivo, la ricerca artistica sembra impantanata in un autocompiacimento autocelebrativo delle conquiste del passato. Sembra manchi qualcosa...
Quali sono, dunque, le sue caratteristiche? Forse la principale, sotto gli occhi di tutti, è il “distacco”, un allontanamento da un pubblico esteso ed un ripiegamento su se stessa. Ma è normale, visto il livello di diffusione marginale di cui essa gode. La perdita dell’aura di cui parla Benjamin nel suo saggio (dal quale prendo a prestito il titolo parafrasato di questo numero 00) rappresenta non solo l’avvento della riproducibilità meccanica dell’opera ma anche il fallimento di una maggior diffusione del “godimento estetico” almeno dell’arte che si sta creando ora e non della riproduzione di un quadro di Kandinsky che adorna la sala di uno studio medico. Paradossalmente, sembrerebbe che la “presa diretta” dell’arte fosse più diffusa in passato piuttosto che ai nostri giorni.

 

Silvia Negrini, Democratic Party, 2008, 190 x 115 cm, rapido, pantone, adesivi su carta millimetrata

(Silvia Negrini, "Democratic Party", 2008, 190 x 115 cm, rapido, pantone, adesivi su carta millimetrata)

Per poter guadagnare pubblico in più si è quindi dovuto sacrificare qualcosa di veramente importante, la perizia tecnica e il contributo contenutistico. Le sue debolezze sono proprio dovute ad un abbassamento delle capacità esecutive di chi la pratica ed al livellamento dei contenuti.
Tutto questo grazie ad una sorta di democratizzazione dell’arte propugnata da correnti di arte commerciale (vedi Pop Art) ed iniziata proprio con l’avvento del concetto di riproducibilità tecnica (non tanto fotografica quanto “grafica”). Non si arriva ad un pubblico più vasto semplificando il linguaggio, ma sottoponendolo a stimoli nuovi. La semplificazione formale e l’annullamento del manufatto ci sono già state (penso rispettivamente al periodo dei monocromi e del concettualismo duro e puro...).

 

bill viola

(Bill Viola, “Ocean without a shore”, frame da video, 2007)

 

Discutendo con gli amici sul fattore tecnico/tecnologico dell’arte contemporanea mi sono soffermato su un paio di questioni che dal generale si sono spinte pian piano sino al particolare, specialmente prendendo ad esempio l’opera di uno dei più grandi autori contemporanei, Bill Viola.
Quando due anni fa vidi la sua grande video-installazione Ocean without a Shore presso la Chiesetta di San Gallo di Venezia in concomitanza alla Biennale, cominciai a pormi domande sulla questione della fruizione delle opere d’arte, cosiddette tecnologiche, negli anni a venire. Quelli di Viola erano tre monitor ad alta risoluzione posti sopra ciascuno degli altari della piccola Chiesetta, proprio come delle magnifiche pale rinascimentali.

 

(Yuri Ancarani, ugarit, video installazione, mixed media, 2007, video still)

Posso con certezza affermare che la loro visione ha arrecato alle persone presenti le stesse impressioni e lo stesso coinvolgimento emotivo che le antiche pitture a sfondo religioso/educativo emanavano nel tre – quattrocento. La stessa potenza evocativa. Viola parlava dell’Uomo rappresentando la sua interminabile ricerca del significato della vita e del sottile confine che lo separa con l’assenza di essa.
La resa perfetta dell’opera non è solo una questione meramente tecnica, cioè di utilizzo di una specifica tecnologia, quanto sull’equilibrio che l’artista ha saputo instaurare tra questa tecnologia e i contenuti che con essa riesce ad esprimere e trasmettere.
Bill Viola è un “Michelangelo contemporaneo” per il solo motivo di essere stato capace di equilibrare alla perfezione mezzo e contenuto in un’autentica opera d’arte immortale.

 

piero fogliati

(Piero Fogliati, “Reale Virtuale”, 1993, proiettore con ampolla, cm 17,5 x 17,5 x 40(h)

Mi spiego. Ponendomi idealmente in uno spettatore che nel 2100 e oltre potrà vedere la menzionata opera dell’artista, penso possa comprenderla appieno come noi ora comprendiamo e ci emozioniamo di fronte ad un affresco mal conservato ed in disfacimento come l’Ultima cena di Leonardo. In pratica il contenuto sopravanza l’aggiornamento della tecnica per esprimersi con eguale forza in ogni epoca esso venga fruito, anche se quella tecnologia risulta ormai obsoleta e ormai in disuso. Nel momento storico in cui viene espressa, ogni tecnica suscita interesse ed analisi, ma all’umanità successiva non interessa più che tecnologia sia stata usata, ma il risultato che con tale mezzo l’artista è riuscito ad esprimere. E i suoi contenuti. Se essi sono deboli lo sarà tutto l’impianto compositivo e concettuale dell’opera. Non basta la forma a sostenere l’impalcatura.
Il contenuto sopravvive se è supportato da una buona conoscenza tecnica e soprattutto se non si limita alla contingenza limitrofa dei fatti ma li supera e trasfigura in messaggi di più ampio respiro.
E la capacità tecnica deve avere una grande importanza, e non può essere tralasciata o usata in modo superficiale ed incompetente.

 

 

 

[Less is more (Mies van der Rohe) - la Rubrica di Alessandro Trabucco
n. 00 - L’opera d’arte nell’epoca della sua incapacità tecnica
- pubblicato su lobodilattice il 5/10/2009]

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