Intervista a Marco Cassani | Andrea Lacarpia

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INTERVISTA A MARCO CASSANI

di Andrea Lacarpia

 

 

Le opere recenti di Marco Cassani si presentano come irreali trasfigurazioni del paesaggio e del ritratto classico, in cui le vibrazioni luminose del colore vengono modulate per rappresentare dei visionari mondi interiori.

 

Come definiresti la tua pittura in poche parole?

Non credo nelle definizioni. Definire pone dei limiti e non ti permette di vedere oltre. Posso solo dirti che la mia pittura è un continuo fallimento. Ciò mi sprona a continuare.

 

I tuoi dipinti si presentano suddivisi in zone dipinte con modalità differenti. Quali tecniche utilizzi per la produzione delle tue opere?

In un solo quadro mi permetto di usare differenti tecniche e materiali. Spazio dall’acrilico all’olio, dagli smalti al bitume. Anche gli strumenti di lavoro differiscono: uso spesso la penna bic come spatola con cui tratto il colore ad olio; il coltellino, con cui gratto via il colore, viene spesso usato per gli smalti. Uso anche sassi ed il tradizionale pennello.

 

L’impostazione spaziale dei tuoi “paesaggi” è spesso diversificata in più zone sovrapposte. Come decidi l’impostazione spaziale dei tuoi dipinti?

Non esiste una vera e propria scelta. Succede ed accade.

 

Quanto contano nel tuo modo di lavorare l’automatismo e la riflessione?

Entrambi molto. E’ una lotta continua. Credo in una concentrazione distratta. E’ un continuo perdersi e ritrovarsi e viceversa. Nei ritratti la riflessione è preponderante. Nei paesaggi, invece, il progetto iniziale (quando c’è) viene sorpassato dal momento e dall’automatismo.

 

Spesso nei tuoi paesaggi e nei tuoi ritratti compaiono piccole figure visibili solo avvicinandosi al dipinto, che da un punto di vista percettivo sembrano scomparire appena ci si allontana da esso. Ci sono delle particolari motivazioni per questo “gioco ottico” che utilizzi?

Si, mi interessa che la percezione che lo spettatore ha del quadro risulti differente a seconda della posizione in cui egli si trova. Spesso uso una figura principale che il pubblico riconosce velocemente da lontano. Il loro getting closer (un concetto che mi affascina molto e che rende attiva la visione dello spettatore) verso il quadro permette di capire la tecnica adottata e di incontrare nuovi elementi non percepiti prima. Contemporaneamente la figura principale percepita da lontano si sfalda. Questi piccoli elementi suggeriscono una narrazione e una rilettura del quadro. Ciò permette di creare una relazione più intima fra lo spettatore e l’opera.

 

Qual è il tuo personale rapporto con la realtà quotidiana e con la dimensione spirituale?

Eheheh. Credo che siano due facce della stessa medaglia. Quattro anni fa ho incominciato un percorso spirituale che mi ha portato a vivere tre mesi in solitudine nel nord del messico. E’ stata l’esperienza più forte e più inquietante della mia vita. Un viaggio verso e dentro me stesso e non solo. Entrare a fondo ti permette di ritrovare l’uomo innato ciò che c’è prima di te e che racchiude tutto. E sai una cosa… ho visto Dio e ti posso dire che non esiste. Non esiste nulla. Ma in questo niente c’è tutto. Puoi essere tutto. Una sorta di grande tela bianca. Avuto questa esperienza il passo successivo è stato (e lo è ancora) quello di trovare la spiritualità nella quotidianità (che a mio avviso è quella più vera). E’ su questo punto che progetto i miei ultimi lavori.

 

 

Quali artisti del passato e del presente ti piacciono o ti hanno ispirato?

Per anni ho avuto l’ossessione per Vincent van Gogh. Nella contemporaneità, mi piacciono Olafur Eliasson e David Oreilly. Mi ispirano soprattutto registi: Andrej Tarkovsky in primis, Herzog, Lynch, Tsai Ming-liang, Hitoshi Matsumoto ed in generale tutto il cinema. Nel mondo del design Maarten Baas e Jamie Hayon.

 

Ci sono uomini e donne, del passato e/o del presente, che stimi particolarmente?

Nel mondo dell’arte… no.

 

Credi che l’arte possa avere una funzione sociale?

Why not?

 

Sei nato in Italia, dove hai esposto le prime volte, per poi trasferirti stabilmente a Bali in Indonesia, dove continua la tua carriera artistica con successo.

Da Bali segui l’attualità dell’arte italiana? Cosa ne pensi?

Si, mi interesso, per quanto sia possibile seguirla da internet. Credo che l’arte italiana rappresenti esattamente il periodo nero in cui l’Italia si trova adesso.

 

Ci sono delle differenze o analogie tra la produzione dei giovani artisti italiani e quelli indonesiani?

Non saprei. In Indonesia mi sembra tutto più leggero.

 

E differenze nei due sistemi dell’arte? Le gallerie indonesiane investono nelle nuove proposte artistiche?

Mi sembra che le gallerie siano più attente e più disponibili.

 

Recentemente hai ricominciato ad esporre in Italia. Hai delle mostre in programma in Italia?

Ad aprile una collettiva presso la Galleria delle Battaglie a Brescia.

 

E fuori dall’Italia?

A dicembre inauguro una mia personale presso la Galleria Semarang a Jakarta curata da Rifky Effendy.

 

 

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