Intervista a Carmelo Nicotra

Attraverso l’individuazione di una frammentazione indiretta, direttamente ci mostra una porzione infinitamente piccola di uno spazio che possiede una sua precisa identità o per meglio dire la possedeva. Incontriamo Carmelo Nicotra (1983) che ha appena concluso il suo primo progetto espositivo personale presso Zelle Arte Contemporanea di Palermo, dal titolo 37° 19′ 07″ N 13° 39′ 47″.

Una mostra dal carattere pragmatico che mediante la perlustrazione, la prelevazione e la rigenerazione propone una mera analisi circa i cambiamenti e le mutazioni urbane legate al degrado, sia fisico che intellettuale: analizzando nella fattispecie Favara, dove lo stesso artista vive.

 

Iniziamo da te: quando hai capito che nella vita volevi fare questo mestiere?

In realtà sto ancora cercando di capirlo.

 

C’è stato un evento in particolare che ha segnato una svolta nel tuo lavoro?

Sicuramente gli anni in accademia sono stati determinanti dato che si ha un costante confronto con docenti e colleghi. Ma anche vari incontri, mostre, artisti e viaggi mi hanno permesso ogni volta di maturare consapevolezze.

 

 

Ma andiamo alla tua personale: come hai concepito questo progetto espositivo?

La mostra è incentrata sul rapporto generale che intratteniamo con un luogo, in ambito architettonico, sociale ed antropologico. Ho voluto indagare la realtà del centro storico della città di Favara (AG), dove da qualche anno si assiste ad un susseguirsi di crolli ed abbattimenti di abitazioni, generando così dei vuoti urbani anonimi che perdono la loro identità e cancellano una memoria collettiva legata al patrimonio e al  tessuto sociale e urbano considerato in parte marginale.

 

E come dimostri materialmente questo concetto? Che intervento proponi?

In mostra vi sono esposti frammenti di pareti di alcune abitazioni, che costituiscono la documentazione materiale di edifici che non esistono più. I frammenti che ho prelevato hanno tutti una cromia dell’intonaco diversa che testimonia la traccia di un vissuto stratificato: su ognuno ho segnato le coordinate geografiche di provenienza.

Ho cercato di prolungare virtualmente l’esistenza di queste case attraverso la loro ricostruzione con dei collage, utilizzando Google Maps per risalire al disegno del prospetto prima del crollo.

E’ presente anche un documento con una serie di dati sulle demolizione effettuate fino ad oggi, redatto con l’ente comunale con cui ho collaborato per il progetto.

Durante le mie ricerche per il centro storico, ho segnalato tutti gli edifici demoliti che ho successivamente cancellato dalla planimetria della città che non è stata ancora aggiornata.

Poi un video mostra una selezione di vuoti urbani presenti a Favara: la maggior parte dei luoghi sono quelli da dove ho estratto i frammenti.

 

In tutto il tuo lavoro (andando oltre la tua mostra personale) c’è una matrice antropologica che si spinge aldilà della rappresentazione o conservazione di una memoria … ce ne parli?

Si, non prescindo dal luogo in cui lavoro, cerco di entrare comunque in relazione con il territorio. Durante il processo faccio spesso interviste e cerco di rapportarmi in vari modi con il contesto.

Mi interessano certi aspetti delle realtà locali considerate marginali, dove si conserva ancora un’identità molto forte delle cose, per esempio la lingua e le tradizioni, o come nel caso di questo ultimo progetto dove è evidente il tentativo di preservare la specificità di un luogo attraverso il contesto sociale e urbano.

Federico Lupo con la sua “Zelle” sta facendo molto a Palermo: creare un luogo di sperimentazione dove la promozione della giovane arte contemporanea assume connotati di grande spessore culturale. Che ne pensi?

Zelle è uno spazio che cresce e si evolve di anno in anno, Federico è una persona molto attenta a gestirlo. E’ un interessante punto d’incontro e di riferimento per la giovane arte, non solo per Palermo.

C’è poco interesse nell’investire sui giovani, non ci sono incentivi e pochi rischiano. Luoghi di sperimentazione, come molti spazi no profit, in questo momento sono la risposta più interessante.

 

Che ci dici dei giovani artisti siciliani?

È difficile rispondere. Innanzi tutto bisogna capire cosa si intende per giovani artisti, dato che in Italia si è definiti tali anche a 40 anni. Che può essere un complimento, ma non in questo caso.

In Sicilia ci sono molti bravi artisti, c’è sempre un buon fermento e la terra dà stimoli creativi interessanti, ma c’è sempre l’idea di scappare. Il lavoro di quelli che decidono di rimanere resta soffocato perché non esiste un sistema puramente legato all’arte che dia visibilità ed il giusto impulso a proseguire e confrontarsi.

Questo è aggravato dal fatto che il lavoro dell’artista, dal teatro alla danza, alla musica, non è abbastanza nobilitato da spazi o strutture che hanno il ruolo e il dovere di farlo, luoghi dove dialogare e creare una rete internazionale di scambi: vedi i recenti casi a Palermo dei Cantieri Culturali alla Zisa e Palazzo Riso.

 

Che progetti ci sono? Dopo lo sforzo della tua personale ora su cosa ti concentrerai?

Continuo a monitorare la situazione a Favara perché è un progetto in costante mutamento che mi interessa portare avanti. Poi sto valutando una serie di cose: alcune proposte e una collaborazione a Bruxelles con diversi artisti.

 

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