Il segno, il mito, la metafora. Le metamorfosi di Ovidio rilette nei dipinti dell'artista Piero Paladini. Dal 15 luglio ad Acaya, in provincia di Lecce

In programma domenica 15 luglio al Doubletree dell'Hilton Acaya Golf Resort, il vernissage di “Mutamenti e metamorfosi”, la personale dell'artista leccese Piero Paladini.
La mostra proporrà dieci dipinti di grandi dimensioni – realizzati negli ultimi mesi – dedicati alle “Metamorfosi” di Ovidio, accompagnati da testi dello scrittore Piero Grima.
Secondo Grima «il nostro proposito è si quello di parlar di metamorfosi ma, piuttosto, per tentare di spiegare in qualche modo (ma non certo per giustificare) le trasformazioni (o forse i trasformismi) voluti o indotti, dall’uomo dei nostri tempi che, dimentico di determinati valori spirituali, si lascia manipolare e, quindi, trasformare da eventi tutt’altro che spirituali. Non vi è dubbio che l’uomo nel corso dei millenni, dei secoli, degli anni, in somma del divenire, trasformazioni spesso drammatiche ed inspiegabili ma sempre, in ogni occasione, tragicamente sofferte. Tali sconvolgimenti lo colpiscono nel corpo ma, soprattutto, nella psiche (o nell’ anima se volete)».
Nel testo critico di Lorenzo Madaro che accompagna la mostra, si legge: «Ancora una volta Piero Paladini si muove con stupore nei sentieri complessi del mito, con un fare solo apparentemente disinvolto, poiché ogni dipinto è frutto di un processo lento di meditazione iconografica e formale. Non a caso l’artista predilige agire contemporaneamente su più opere, in modo tale da digerire con estrema calma e dedizione ogni singolo aspetto di un tema e delle fasi di lavorazione delle sue tele dalla tramatura grezza. […]. A quell’interesse verso il “racconto”, inteso come descrizione approfondita – ma mai tediosa – di talune immagini estrapolate dalla letteratura, forse quella cavalleresca, approfondito da Paladini fino alcuni anni fa, i dipinti in mostra contrassegnano nuovi step, legati essenzialmente a una semplificazione dell’immagine e quindi a una sintesi formale che presagisce nuove ricerche figurative.  Così Apollo e Dafne si muovono con un passo irruento ma assolutamente morbido, in una selva architettata con poche spirali da cui emergono fiori stilizzati e volatili forse estrapolati da un affresco della memoria o da una miniatura medievale vagheggiata in chissà quale dei suoi labirintici percorsi. Le cromìe sono quelle degli ocra, con un fondo monocromo che ribadisce quell’attenzione formale rigorosa che poi ha sempre distinto il suo operare nel mondo dell’arte. E, ancora una volta, le figure sono manichini, le teste sono maschere e i loro movimenti risultano intrisi di surrealtà.
Con Amore e Psiche la gestualità diventa un elemento essenziale di tutta la composizione. Si muovono con uno scatto energico, animando così il paesaggio impossibile tratteggiato con quei cinque tronchi che non sono altro che un espediente, quasi teatrale, per ambientare la scena e suggerire un senso di profondità. L’espressività, ancora una volta, è sondata attraverso il segno, mentre l’eterea inconsistenza del mito si risolve assemblando braccia e gambe a busti presi idealmente in prestito da qualche antiquario.
Dieci dipinti – tutti di grandi dimensioni – danno così vita a un nuovo universo contaminato, a puzzle di immagini che, come ha asserito Grima, non sono altre che metafore. E questa lettura è confermata dal labirintico paesaggio entro cui agisce Teseo, nelle visioni plurali suggerite da Narciso e Eco, Dedalo e Icaro, L’età del ferro, L’età dell’argento e Giove, Io, Argo, sempre coerente a quella pittura che l’ha spinto in un cammino artistico solitario e solo apparentemente anacronistico. E in tal senso rimane valida l’analisi che Luciano Caramel ha sintetizzato con chiarezza a proposito di un ciclo di opere dedicate a Gian Giacomo dell’Acaya: “La reinvenzione riguarda quindi anche la resa pittorica, pur essa ‘contemporanea’, seppur con un’intenzionale patina di inattualità nutrita dal riemergere libero di echi figurali remoti, funzionali a creare un’atmosfera”».

L’artista

Piero Paladini (Lecce, 1965)
Studia presso l’Istituto statale d’arte “G. Pellegrino” di Lecce e prosegue gli studi alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’ateneo salentino. Nei primi anni Novanta avvia l’attività espositiva con la partecipazione ad alcune rassegne ordinate sul territorio locale e nazionale, come il Festiva dei Due Mondi di Spoleto, all’interno di una mostra organizzata dalla galleria Tornabuoni di Firenze. I suoi interessi verso la satira lo spingono a disegnare per numerosi anni la vignetta politica del quindicinale “Uno e quindici” edita da Piero Manni. Tra gli anni Novanta e Duemila allestisce alcune esposizioni personali e si occupa di grafica pubblicitaria. Nel 2000 realizza, per conto dell’azienda Aligros, un calendario sulla musica jazz tratto da dodici opere pittoriche. Nel 2003 realizza una serie di illustrazioni per un opuscolo divulgativo per le scuole di Lecce e ordina una mostra a Collodi, dove recentemente è tornato ad esporre. L’anno successivo allestisce la mostra personale “I luoghi nella mente” presso la galleria Tornabuoni di Firenze, con testo critico a firma di Luciano Caramel. Tra le esposizioni personali più recenti, si segnala la personale ordinata nell’aprile 2011 negli spazi della Fondazione Palmieri di Lecce, in concomitanza con la pubblicazione di un volume di Piero Grima dedicato a Pinocchio, da lui stesso illustrato. Vive e lavora a Lecce.  

Info: www.pieropaladini.it;
Iconauta-Progettazione culturale
e-mail: ufficiostampa@iconauta.it

 

Chi c'è on line?

Ci sono attualmente 1 utente e 966 visitatori collegati.

Informazioni su 'Cecilia Pavone'

Accesso utente

CAPTCHA
Inserisci il codice che vedi qui sotto. Serve per evitare la spam e dimostrare che sei un umano e non un computer.

lobodilattice newsletter

Iscrivendoti accetti le nostre Privacy Policy ( link in fondo alla pagina)