IL SEGNO E L'ORIENTE di Ivan Quaroni (Butterfly Effect 3)

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IL SEGNO E L'ORIENTE

di Ivan Quaroni

 

 

"L'agglomerato frusciante d'una lingua sconosciuta costituisce una deliziosa protezione, avviluppa lo straniero (per poco che il paese non gli sia ostile) in una pellicola sonora che trattiene alle soglie delle sue orecchie tutte le inflessioni della lingua materna: l'origine, regionale o sociale di chi parla, il suo livello di cultura, d'intelligenza, di gusto, l'immagine attraverso cui si costituisce come persona e che vi chiede di riconoscere."
(Roland Barthes - L'Impero dei segni)

 

Il segno è l'atto di una mente ordinatrice, consapevole della propria esistenza e perciò in grado di generare un'auto-rappresentazione. In ordine di tempo succede al suono, che formula la prima espressione vocale. Prima è il verbo (logos), poi il simbolo che lo designa - preceduto da ere di rappresentazione zoomorfa e antropomorfa. Tutta l'umanità, dalle Grotte di Lescaux all'Action Painting di Pollock, si esprime attraverso segni, grafemi, pittogrammi, infine parole. Segno è il vibrante colare della pasta vegetale sulle pareti delle grotte, appena illuminate dall'estatica danza della fiamma delle torce. Ma anche il casuale dripping di vernice sulla tela, nel tempo in cui la civiltà si addensa intorno al caos delle aree urbane. La nostra esistenza, dall'alba della prima origine, si connette intimamente alla presenza di segni. Il famoso mondo "come foresta di simboli ". Se ci fermiamo un attimo a riflettere, vediamo il nostro cervello saturo vomitare milioni di grafemi, miriadi di segnali accumulati in millenni. Molti sono espressivi, altri no. Roland Barthes ha inventato un Giappone immaginario, non geopolitico, per descrivere l'universo linguistico dell'estraneità. Ognuno di noi porta l'estraneità nel proprio serbatoio interiore, divenendo talvolta incapace di leggere persino le lettere della propria lingua madre.

 

 

eloisa gobbo

(Eloisa Gobbo_ Riproduzione assistita, acrilico su tela, 100x140 cm, 2009)

 


Vi sarà capitato di scorgere un'insegna luminosa in lontananza, quella di un cartello pubblicitario o di un Motel lungo una tangenziale e di leggere un significato affatto diverso da quello reale. Per uno strano fenomeno di dislessia visiva, lo straniero che è in noi prende il sopravvento: legge parole che non ci sono, le assembla secondo logiche oscure, con la smania ipnotica di una sibilla che consulta l'oracolo. Insomma, legge in modo diverso. I segni sono aprioristici, precedono il gesto del tracciarli o dell'interpretarli. Jung sarebbe d'accordo.. . forse anche Platone.


 

( Blu, murale a Milano Lambtate)

 

 

L'arte conosce due tipi di segni: quelli che significano e quelli che non significano. La calligrafia, ossia la bella scrittura, percorre il duplice binario della grazia estetica e del significato che per suo tramite è veicolato. Gli esempi sono molteplici: i codici miniati dell'Occidente cristiano medievale, la calligrafia Zen e quella arabo-islamica. Segni e simboli che rimandano alle altezze delle più disparate spiritualità, che aprono un varco nella via della Gnosi e della mistica.
Vi è qualcosa di più elevato di un'arte al servizio dell'evoluzione interiore?

 

 

renzo marasca

(Renzo Marasca_La posta di Adele, olio, acrilico e collage su carta, 30x30 cm, 2009)

 


L'Occidente, dimenticata per lungo tempo la malia della calligrafia, ha finito per subire il fascino della scrittura Zen riscoprendo, così, la gioia del segno tracciato con mano rapida e sicura, del gesto secco e pre-razionale dei calligrafi giapponesi. Il cardiogramma intelligente di Alechinsky, gli ideogrammi di Franz Kline, la non figurazione psichica di Mathieu, gli
alphabets di Michaux e l'automatismo di Hartung, nell'intento di liberare la pittura dalla gabbia della rappresentazione - figurativa o astratta che sia - si sono appropriati della grammatica estranea del buddismo Zen, tralasciandone però i precetti spirituali. I segni vengono stravolti, reinventati. Nasce un tipo di segno nuovo: quello che non dice altro che se stesso, ed esprime la dimensione pre-razionale dell'immagine. Gli artisti giapponesi ne rimangono scioccati, osservano gli occidentali stravolgere la loro tradizione calligrafica e giocare come bambini dispettosi con alfabeti che non conoscono. L'invidia di questa libertà fa nascere formazioni artistiche come il Gruppo Gutai, che trasforma il segno in gesto, azione e performance. Il significato diventa atto. Ma questo non è Zen?

 

 

debora romei

(Debora Romei_FR Studio Calvino, acrilico su tela, 195x210 cm, 2008)

 

Meno popolare della calligrafia zen e forse non troppo propagandata dai pittori orientalisti europei, l'arte calligrafica islamica continua indisturbata la sua gloriosa tradizione. Per secoli le scritture corsive e cufiche dei calligrafi musulmani restano una delle principali forme d'arte dell'Islam. I versetti del Corano sono scritti e riscritti in forme sempre nuove, soprattutto la Basmala, che apre la preghiera ricorrente. La calligrafia diviene addirittura una forma di rappresentazione figurativa. Con versi coranici si compongono figure di animali, personaggi, piante e ogni altro oggetto di rappresentazione. Non è vero che l'arte islamica è aniconica.

 

 

filippo la vaccara

(Filippo La Vaccara_Senza titolo, acrilico su tela, 200x200 cm, 2008)

 

 

 

La calligrafia islamica comunica un triplice messaggio: quello del significato (il versetto coranico, l'hadit del profeta Maometto o il verso di una poesia mistica), quello del significante (lo stile cufico, quello corsivo o altro ancora) e quello della figura (la forma composta dalla scrittura, che può essere una nave, un cammello, un sufi in meditazione, una mela o qualsiasi altra cosa). In questo senso il valore segnico della calligrafia araba si trova agli antipodi rispetto alle sperimentazioni dell'arte informale occidentale: qui un segno pazientemente meditato, una sovrabbondante ipertestualità, là un segno istintivo, un'assenza totale di (pre)meditazione. Ancora oggi quest'arte antica si rinnova mantenendo intatti i presupposti di partenza, come nella calligrafia di Lassad Methoui che talvolta sembra confinare con le tag della cultura hip hop.

 

 

silvia argiolas

(Silvia Argiolas_Senza Titolo, olio su tela, 60x60 cm, 2009)

 


Un capitolo a parte della storia dell'arte è quello dell'arabesco - che è pure segno -, della decorazione a intrecci geometrici o fitomorfi che in Occidente ha il suo corrispettivo nelle grottesche di derivazione romana imperiale. I motivi geometrici, composti dalla ripetizione di figure semplici, intrecciate o sovrapposte, sono impiegati soprattutto nella produzione tessile (tappeti e tessuti) e in quella ceramica. Oltre ai tralci vegetali e ai motivi zoomorfi, anche la calligrafia viene impiegata per comporre arabeschi. Le cause di sviluppo di questo tipo di arte sono molteplici: il portato delle popolazioni nomadi con il loro gusto per un'arte astratta e decorativa e la proibizione di raffigurare l'immagine divina e umana all'interno delle moschee, la meraviglia dei fulgidi esempi di decorazione greco-romano-bizantina, ripresi poi dalle espressioni artistiche delle popolazioni turche. La storia dell'arabesco ha una sua circolarità: parte dall'arte classica per raggiungere quell'islamica e ritorna in Occidente influenzando molta arte romanica, gotica e rinascimentale. Per il tramite della Spagna islamizzata, dei commerci di Venezia con l'Oriente e dei semi saraceni lasciati nel Regno delle due Sicilie, l'Europa intera, dalle Fiandre in giù, riceve costanti stimoli dalla cultura musulmana. Mentre il pensiero speculativo islamico permea con i suoi trattati di astrologia, medicina e matematica il mondo delle Scienze e delle Lettere, il piacere per i ricchi tessuti d'Oriente si diffonde presso le corti. Oreficerie, tessuti e tappeti continuano ad affluire. I nomi dei tessuti rimarranno nel vocabolario tessile europeo: la mussolina (da Mossul), il baldacchino (da Baghdad), il damaschino (da Damasco), il drappo d'Antiochia, il siglaton e il taffetà (prodotti in Iran), il camocato (che dalla Cina raggiunge la Francia attraverso la Persia e Cipro), il maramato, i dabicki d'Egitto, i veli alessandrini ecc...

Dove sono dunque le famigerate barriere tra Oriente e Occidente?

 

 

 

 

 

nota sulle immagini:
le immagini sono state selezionate da Ivan Quaroni e non hanno nessuna relazione col testo, tranne quella di dimostrare che c'è in giro ancora della buona pittura.

 

 

 

The butterfly effect 03, di Ivan Quaroni
"Il Segno e L'Oriente"
pubblicato su lobodilattice il 11/10/2009

 

 

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