IL KITSCH DA NON PERDERE NEI SUOI ULTIMI GIORNI ALLA TRIENNALE DI MILANO

L’estate della Triennale di Milano vuol dire fermento, e se ancora qualcuno non ha avuto il colpo di genio di visitare la mostra “Gillo Dorfles. Kitsch - oggi il kitsch”, inaugurata lo scorso 19 Giugno, forse dovrebbe affrettarsi a farlo, prima che si concluda il 2 Settembre.

L’esposizione curata appunto da Gillo Dorfles, insieme ad Aldo Colonetti, Franco Origoni, Luigi Sansone e Anna Steiner, è una vera e propria immersione nel concetto di Kitsch, largamente descritto a fine anni sessanta nel testo “Il Kitsch. Antologia del cattivo gusto” , dello stesso Dorfles.

Nel libro, vengono indicate molte opere famose come fonti indiscutibili di andamento kitsch, in quanto sfruttate, spremute, visitate e rivisitate talmente tanto da essere quasi diventate più conosciute non tanto per quello che rappresentano e per la forza pura e reale del loro valore, quanto per l’emblema surrogato che hanno acquisito i valori filtrati dall’emotività e dei sentimenti di chi da sempre li osserva, come ad esempio per la Mona Lisa di Leonardo.

La mostra è un’esplosione di ironia, trash ed eccesso presentati da differenti artisti; appena entrati nel corridoio che conduce all’ingresso delle esposizioni vere e proprie, troviamo un tappeto interattivo composto da ben 5000 immagini kitsch che si muovono e prendono vita durante il passaggio del pubblico, così da iniziare ad “infarcire” ed “infarinare” gli animi al kitsch.  Una volta introdotti nella sala espositiva, veniamo rapiti e travolti da un vortice di emotività, sorpresa e stupore e si passa da Dalì a Enrico Baj, da Adriana Bisi Fabbri a Gianfilippo Usellini, da Felipe Cardeña a Carla Tolomeo, da Luigi Ontani ad Antonio Fomez, da Limania Fieschi a Mario Molinari, da Corrado Bonomi a Vannetta Cavallotti, o Leonard Streckfus, tutti coloratissimi, originali, rivoluzionari e sarcastici, ma con un tono in fondo di denuncia sullo stato dell’arte, fin troppo commercializzata ed industrializzata.

Possiamo trovare diverse figure di donna rimescolate rispetto agli originali: una Salomè Della Bisi Fabbri con curve superlative o un’ironica Penelope di Alberto Savinio , o la Donna con coda di Gianfilippo Usellini e ancora Enrico Baj che in Madame Garonne  utilizza e unisce materiali diversi per denunciare la corruzione e la sempre più frequente mancanza di buon gusto; e ancora possiamo fare un viaggio tra le varie culture attraverso le figurazioni di Ontani o i collage di Streckfuss, oppure possiamo osservare gli oggetti  della Cavallotti o della Tolomei e le sculture deformate di Molinari.

La sala successiva è interamente dedicata a Rudy Van der Velde, artista poliedrico che ha creato opere eterogenee e sfaccettate con basi appartenenti alla società di consumo; le sue opere presentano sempre un forte senso di cambiamento, ricerca, liberazione e fermento quasi a staccarsi dalla realtà, volendo emergere e svincolarsene a tutti i costi.

Infine, l’ultima sala presenta una grande carrellata di oggetti kitsch di artisti anonimi, tutti in un certo senso emblemi del kitsch contemporaneo.

Il percorso dell’intera esposizione è un crescendo di sorrisi, denunce e riflessioni: la cultura ormai massificata ha perso la propria sublime identità, creando così una sorta di appiattimento ed appianamento, scardinando tutte le fondamenta tradizionali: in questo modo non ci sono più strati culturali variegati, e quindi il trionfo del kitsch diventa insito nella stessa arte.

Senza la dimensione culturale quindi, il kitsch riesce a impossessarsi di ogni tipo e forma d’arte: è proprio questa malizia che lo caratterizza, e bisogna quindi imparare a “conoscerlo, anche frequentarlo e, perché no, qualche volta utilizzarlo, senza farsi mai prendere la mano. Perché il cattivo gusto è sempre in agguato”, come sostiene Dorfles.

Un tuffo di fine estate alla mostra è d’obbligo, troppo interessante per poter mancare!

 

 

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