Il caso Banksy

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Il caso Banksy

 

La cosa che sembra colpire di più di questo artista divenuto famoso per la sua street art fatta con gli stencil, è che sia rimasto anonimo.

Questo artista tratta argomenti seri con critica puntuale e utilizza un’ironia parossistica che lo pone al di fuori da laconiche retoriche, il suo anonimato non fa che completare la critica al mercato dell’arte, ed è la condizione normale per un artista fuori legge e fuori dagli schemi quale lui è. Molti suoi graffiti (valutati milioni di sterline) sono stati cancellati, cosa che ricorda parecchio il caso della Fontana di Duchamp che fu distrutta per sbaglio essendo come noto, niente di più di un comune orinatoio. L’arte si ripete, o meglio, ripete i concetti che non sono ancora chiari.

La cosa che dovrebbe sorprendere di più rimane comunque come si possa attribuire alla stessa persona tutti i graffiti del genere comparsi a Bristol (dove si ritiene egli sia nato) o a Londra, come quelli comparsi a Barcellona o in Italia (ve n’è qualcuno attribuito a Banksy a Napoli). In teoria, essendo opere facilmente riproducibili non è improbabile che vi sia qualcun altro nel mondo, un seguace potremmo definirlo, che ripropone gli stessi stencil rimanendo anch’esso anonimo: si tratterebbe allora di identificare il nome Banksy con un movimento e non più con una persona.

Questo ci dà la dimensione per cui uno stencil di quelli usati dai ragazzi della sinistra più estrema che pure ritraggono soggetti fortemente critici o simbolici non abbia la potenza di un fenomeno simile.

Non si può non pensare a qualche anno addietro quando spopolava la vicenda dei crop circle, i cosiddetti cerci nel grano, che allo stesso modo comparivano da un momento all’altro e che nessuno ha mai rivendicato facendo supporre addirittura che potessero avere una qualche provenienza aliena. Tralasciando i discorsi fantascientifici che hanno eccitato la fantasia di registi e scrittori, all’epoca come ora ciò che sembra interessare il grande pubblico è “la vicenda”, il “mistero” che avvolge questi fenomeni artistici e non effettivamente i significati che invece le opere hanno il compito di trasmettere.

I cerchi nel grano portavano messaggi di pace e rispetto per la natura, ma ciò che è rimasto è poco più che il ricordo di una moda infarcita di nuove superstizioni.

I lavori di Banksy sono di forte impatto emotivo, anche quando i suoi interventi sono minimali e vengono scoperti occasionalmente portano una grossa carica significativa: egli rispolvera la cultura dei B movie, la trasporta nei contesti urbani moderni e gioca a scioccare i passanti con crocifissi che portano in mane borse da shopping, Topolino e Roland Mc Donald che portano a spasso un bambino del terzo mondo, polizziotti gay che si baciano in un vicolo buio…ritratti famosi che compaiono nei musei provvisti di opportuna maschera anti gas…il messaggio è chiaro, l’ironia è vincente,l’estetica è vicina all’uomo della strada, la vicenda dell’artista anonimo è avvincente….materiale perfetto per magliette, gadget, stikers e quanto altro faccia mercato, che sì, fa molto “B” generation ma non nega un po’ il presupposto per cui l’autore vuole rimanere anonimo per evitare di fare delle proprie opere un mercato d’arte? Banksy come CheGuevara sulle t-shirt.Per non fare arte si rischia a volte di fare marketing. È la vicenda che vi è “tutto intorno” (rubo di proposito lo slogan alle pubblicità) a pompare i fenomeni.

Dopotutto è sintomatico dei tempi che l’arte sia pura moda, tendenza del momento, d’altro canto se così non fosse non si parlerebbe di società del consumismo.

Dicevo che l’arte si ripete: sì, ma quando Duchamp disegnò i baffi alla Gioconda fu considerato un oltraggio mentre se Banksy demistifica la statua della libertà o l’iconografia della Madonna, ci compriamo la maglietta. Non c’è da vergognarsi, sono altri tempi e l’arte racconta i tempi in ogni loro forma e deformazione.

 

 

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