FRANCO GARELLI ALFONSO LEONI- FUOCHI INCROCIATI

FRANCO GARELLI ALFONSO LEONI- FUOCHI INCROCIATI

Titolo

FRANCO GARELLI ALFONSO LEONI- FUOCHI INCROCIATI

Inaugura

Giovedì, 27 Settembre, 2012 - 18:00

A cura di

Riccardo Zelatore

Artisti partecipanti

Franco Garelli- Alfonso Leoni

Presso

GALLERIA TERRE D'ARTE

Comunicato Stampa

Comunicato stampa

Fuochi incrociati
Franco GARELLI Alfonso LEONI

27 SETTEMBRE – 3 NOVEMBRE 2012

Titolo: Fuochi incrociati. Franco Garelli, Alfonso Leoni
Tipologia: doppia personale
A cura di: Riccardo Zelatore
Sede: Galleria Terre d’Arte, Via Maria Vittoria 20/A, 10123 Torino
Periodo: 27 Settembre – 3 Novembre 2012
Inaugurazione: Giovedi 27 Settembre ore 18
Ingresso libero
Informazioni: Galleria Terre d’Arte – tel/fax +3901119503453
martedì a sabato 10,30-12,30 16,30 -19,30
www.terredarte.net
info@terredarte.net

Due generazioni a dialogo, due anime inquiete sulla medesima lunghezza d’onda, due genialità a contatto. Il pretesto della mostra Fuochi incrociati, ordinata da Riccardo Zelatore, che inaugura a Torino presso la Galleria Terre d’Arte il 27 Settembre 2012, è uno scambio epistolare tra i due artisti che risale al 1967 in occasione del Premio Gubbio. Franco Garelli (1909-1973) è allora membro di giuria e Alfonso Leoni (1941-1980) compare tra i partecipanti. L’occasione segna l’inizio di un’amicizia ma soprattutto è l’incontro di due sensibilità affini che, per onestà intellettuale di entrambi, non celano reciproca stima e ammirazione. Per Leoni non è solo educata deferenza per un maestro già maturo e affermato; per Garelli non è benevolenza per un talento evidente. Il loro rapporto, pur di breve respiro, considerato che Garelli scompare nel 1973 e purtroppo Leoni giovanissimo solo pochi anni dopo nel 1980, resta un felice incontro di eccellenze, un raro connubio d’intelletto. I due uomini sono eppure diversi, per formazione e per percorso espressivo, ma forte è il legame mediato dal mezzo espressivo che più hanno amato e frequentato: la terracotta. In mostra una quindicina di sculture dei due artisti che appartengono al periodo che va dagli anni cinquanta ai primi anni settanta e che vogliono suggerire, in modo misurato ma significativo, quanto il modellare e il plasmare la creta fosse per i due soffio vitale. Non si è cercato come criterio ordinatore la completezza dei reciproci percorsi, quanto l’individuazione – pur soggettiva - di alcuni punti di contatto materico, cromatico e anche tattile che confermano quanto l’essenza e la preziosità di questa affascinante e complicata materia possa unire chi si pone come obiettivo di adoperarne le possibilità intrinseche per tentarne nuove espressività.
La mostra, che è visitabile sino al 3 novembre, è stata resa possibile grazie alla preziosa e fattiva collaborazione di Marta Leoni, moglie dell’artista, e Giovanni Battista Martini della galleria Martini&Ronchetti di Genova, coordinatore dell’archivio Franco Garelli.

FRANCO GARELLI nasce a Diano d'Alba il 19 dicembre 1909 gli studi classici a Torino (Liceo d'Azeglio) seguendo poi le orme paterne sino alla laurea in medicina; ma mantenne insieme un profondo, naturale legame con la terra in cui era nato, segnato da una forte inclinazione per le arti figurative, nel disegno come nei primi cimenti plastici. Fin da ragazzo, come egli stesso ha raccontato, cominciò «a tirar su enormi figure di terra, maneggiando decine di chilogrammi di argilla». L'avvio in ambito universitario, nei primi anni trenta, lo vide esporre alla Mostra piemontese di arte goliardica (1932), ai Littoriali Anno X e alla I Mostra documentaria di Vita Goliardica organizzata dal GUF di Torino alla galleria Il Faro. Alla fine del decennio, modellando le argille di Albisola e di Castellamonte, scoprì il gusto per la ceramica che in qualche modo acuirà il suo interesse per il modellato ed i materiali, affrontati con un vitalismo creativo di cui riuscì ben presto ad investire l'intera sua opera. Temi da allora ricorrenti: uomini e «Pomone», animali come tori (e toreri), galli e cavalli. Troppo scontati dovevano apparirgli il mondo di un maestro come Casorati e la stessa posizione dei Sei Pittori di Torino, preferendo egli guardare intanto al secondo Futurismo di Fillia, di Oriani e di Mino Rosso, alla genialità controcorrente di Luigi Spazzapan e, ad Albisola, alla severa misura di Arturo Martini.
Tra il 1941 ed il 1943 partecipò al nuovo conflitto mondiale e gli venne conferita la Croce di Guerra al valor militare; ma non tardò, poi, a riprendere l'attività medica, come libero docente in otorinolaringoiatria nel corso di chirurgia plastica, senza per questo rinunciare all'impegno artistico che divenne infine il suo unico scopo, alternando l'esercizio della scultura, pittura e grafica, compreso l'insegnamento di anatomia artistica all'Accademia Albertina.
Fin dalla metà degli anni cinquanta le sue figure in rottami di ferro saldati, non senza una loro forma ironica, rompono la tradizione plastica; egli è sicuro di dover cercare nelle sue opere e con le sue opere un'immagine del nostro tempo, dell'uomo del nostro tempo. E lo fa - come Garelli stesso ha detto - servendosi di «oggetti del nostro tempo: pezzi meccanici, ritagli di lamiere scartati dalle fabbriche di automobili. Saranno queste cose a suggerirmi l'aspetto dell'uomo». Anche se poi ciò che lo interessa è «fare una scultura figurale: non uomini o donne, ma figure». Si noti come Garelli intenda modellare non più, come una volta, la «superficie esterna», ma, come Lipchitz (che fu il primo a farlo) la «forma cava». Prese così a tagliare ed arrotolare le lamiere fino a farne il portato di un’idea plastica, ma soprattutto il cimento con la materia per farne scultura. Un discorso che fin dal 1963 parte con i plamec (materiale plastico su tela o su legno) sino ad ottenere rilievi, bassi ed alti, dove si sente ancora il piacere dell'improvvisazione imposta dai rapidi mutamenti termico-plastici dovuti al tipo di lavorazione.
Ad intrigare concettualmente l'artista erano proprio le implicazioni di quei passaggi dalle due alle tre dimensioni.
Dopo un incidente stradale che ne aveva limitato alquanto l'attività, colpito da una malattia incurabile che lo aveva completamente isolato dal proprio mondo, morì a Torino il 22 aprile 1973.

ALFONSO LEONI nasce a Faenza nel 1941. Era artista, era ceramista, fu allievo e insegnante, soprattutto fu se stesso, ma con tale forza e decisione che solo in rarissimi casi si incontrano concentrate in una sola persona. Termina gli studi fatti all’Istituto d’Arte per la Ceramica G. Ballardini di Faenza nel 1960 e nel medesimo Istituto insegna “Plastica” dal 1961. Il suo passato ha inizio con Angelo Biancini. Lo scultore se lo trovò nella sua aula giovanissimo e subito riconobbe la genialità di questo ragazzo che, pur abilissimo di mano, trasgrediva i suoi insegnamenti per proporre continuamente interventi nuovi con un’impronta del tutto personale. Il rapporto con il maestro fu lungo, intenso, quasi filiale. Biancini non solo lo volle al suo fianco, ma gli affidò un compito delicatissimo: realizzare il graffito decorativo dei suoi più importanti pannelli. Attratto dalle molteplici possibilità dei materiali ha percorso vari itinerari di ricerca, ottenendo riconoscimenti internazionali di particolare importanza. Nel 1970 esegue una grande scultura in marmo e un pannello in bronzo per un edificio dell’Università di Bologna, Facoltà di Matematica (Arch. Michelucci).
Sulla scia degli artisti romani Nedda Guidi, Emanuele Astengo e Bona Cardinali conosciuti grazie al rapporto avuto con studiosi e critici quali Andrea Emiliani, Enrico Crispolti e Filippo Menna, attenti a cogliere e censire questi spostamenti di idee nel campo dell’arte, Leoni aveva maturato la grande ambizione di fare della terra un linguaggio e non un oggetto. Era coerente con il discorso, datato anni ’70, di una rottura linguistica, sostenuto dalla fiducia verso la sperimentazione di nuovi materiali e nuove tecniche compositive, per creare nuovi cortocircuiti del senso. Nella prima metà degli anni Settanta si impegnò anche nel settore del disegno industriale e fu tra i collaboratori più attivi della Soc. Maioliche Faentine S.p.A. di Ercole Baldini. Nel 1973, come omaggio d’arte per l’inaugurazione di un nuovo stabilimento industriale della suddetta Società, realizza i famosi “flussi piegati”, più noti come il “Pugno di Leoni”. Le sue opere in ambito ceramico rivelano la sua straordinaria vitalità e introducono in una dimensione di valenza metafisica con colpi leggeri di luce e di ombra, di levitazioni sublimi accostate ad artifici di abilità e di altissima scenografia teatrale. Nel 1976 Leoni, con la performance al Museo di Faenza in cui rompeva i suoi bei pezzi per assemblarli in una palla di argilla informe, con le sue vetrinette (Premio Faenza 1976) contenenti frammenti di ceramica e medaglioni cimiteriali con immagini della storia dell’arte, con le lastre in terracotta segnate dalle sue impronte, ha dimostrato che la ceramica può essere altro dall’oggetto smaltato ed ha dato una spinta per una riconsiderazione delle regole che asfissiavano il Concorso faentino. Regole alle quali non volle sottostare ed alle quali reagì fin dal 1974, rifiutando il verdetto della commissione giudicatrice del Concorso Internazionale di Ceramica d’Arte Contemporanea di Faenza, che aveva ammesso all’esposizione solo parte di un suo lavoro più complesso e non mostrò al pubblico le opere nascondendole sotto un telo bianco. Nel 1976 Leoni si aggiudica il Primo Premio alla Mostra Internazionale di Faenza con le sue “vetrinette da museo” sui cui piani sono composte un’abbondante serie di significativi frammenti di stufa in terracotta rossa e sei medaglioni cimiteriali in porcellana decorati con foto ceramiche. Alla fine degli anni ’70 il “bello” era racchiuso entro canoni ben precisi. Per Leoni, invece, il “bello” era trasgressione, era tutto ciò che rompeva queste regole a rischio di apparire il suo contrario. Fino a dimostrare che non possono esistere concetti di bellezza o bruttezza, ma semplicemente il “dubbioso”. Ancora una volta respirava, anzitempo, l’aria di cambiamento, l’aria che negli anni ’80 genererà un pubblico “indeciso a tutto”, senza vocazioni, gusto e ferme convinzioni.
Con la collaborazione alla Villeroy e Boch, Leoni iniziò ad assaporare i vantaggi di una posizione di successo. In Germania disponeva di un proprio atelier ed aveva alle dipendenze degli assistenti che realizzavano le sue idee. Iniziarono per lui le collaborazioni e le mostre all’estero, in Giappone, in Belgio, in Canada, in Inghilterra …Nel 1979 giunse inesorabile la malattia. In questo periodo però ebbe il tempo di riflettere con calma, anche se non cessò mai, neppure per un istante, di pensare al proprio lavoro. Egli, che prima di allora poteva vantare un fisico di eccezionale vigore, ebbe la forza di commentare una crisi che lo condusse sull’orlo della morte con queste parole:
“Vale la pena avere la mia malattia per sentire la sensazione del passaggio dalla morte alla vita, quando tutto il nero che vedi attorno diventa all’improvviso rosa e senti di nuovo di essere normale”. Leoni scompare nel 1980 lasciando una traccia di sperimentazione e di ricerca di enorme dimensione.

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