FOTOGRAFIA EUROPEA 2012 _ VITA COMUNE, IDENTITA’ E MEMORIA

L’edizione 2012 di Fotografia Europea indaga sull’idea di comunità, sia quella locale a breve raggio, sia la comunità su scala più ampia, transnazionale, europea, globale. I concetti più prossimi a quello di vita comune sono l’appartenenza e l’identità. L’identità è una categoria mobile, che cambia nello spazio e nel tempo, a seconda di stimoli e relazioni. L’appartenenza è un concetto più localizzabile, che si nutre, anche inconsapevolmente, di storia. Fotografia Europea 2012 mostra come questi tre concetti, vita comune, identità ed appartenenza, siano come cerchi concentrici sulla superficie del mondo, che partono dal sassolino gettato nell’acqua, ovvero l’individuo, e si espandono intersecandosi virtualmente all’infinito.

La mia Mosca di Igor Mukhin presenta una delle città più mutanti ed interstiziali dell’Europa, se non del mondo. Con un bianco e nero neorealista per nitore, contrasto e vocazione nel mostrare la violenza e la vitalità dei cambiamenti, Mukhin rappresenta turisti, giovani imprenditori, fotomodelle, anziani che vanno a fare la spesa col trolley, agenti in tenuta antisommossa, membri di un’associazione letteraria che sfoggiano con la massima nonchalance degli AK-47 al ristorante, vecchie babushke col cellulare, venditori di giornali che sembrano barboni, una processione che si mischia ad un inquietante ritratto di Rasputin su due gambe, i simboli del caos della manifestazione dell’Unione Giovanile Eurasiatica, prostitute su trampoli di altezza impossibile, cameriere d’albergo, comunisti che celebrano ancora la morte di Lenin. Mukhin mostra la poliedrica, rampante e malinconica anima di Mosca nei ritratti dei suoi abitanti, sospesi fra vecchio e nuovo, neoliberismo reale e rimosso utopistico/distopico. Il comune denominatore che unisce le ere dello Zar, di Stalin e di Putin è il culto sacro delle icone. Arcaiche o post-moderne che siano.

Un’altra città di frontiera, soprattutto ideale, è l’Istanbul ritratta da Paola De Pietri, che grazie all’uso dei vuoti riesce a dare un senso di grandiosa, immobile monumentalità. Architetture di sapore post-comunista, interni di palazzi calcinati e quartierini residenziali da laguna blu raccontano di una città posta a metà strada fra est, ovest, progresso e civiltà pre-capitalista.

Massimo Vitali, con il suo topos iconologico delle spiagge italiane, miscela una luminosità meridiana ed eccessiva con la capacità di cogliere ogni singola fisionomia – ed idiosincrasia – nel dettaglio. I kite-surf, i piercing, gli eccessi di adipe, i massaggiatori cinesi, gli ambulanti che vendono vestiti ed occhiali da sole sul bagnasciuga, le industrie chimiche sullo sfondo della spiaggia di Rosignano, ma, sopra ogni cosa, la sensazione di ammassamento ed assenza di spazio. Vitali porta lo spettatore a domandarsi come sia possibile considerare riposo, edonismo e divertimento la realtà vacanziera italiana.

Federico Patellani, grande maestro del fotogiornalismo nazionale, racconta l’Italia post-bellica degli anni Cinquanta, sospesa fra la catastrofe del conflitto mondiale e il miracolo economico degli anni Sessanta. Di Patellani è l’icona fondativa del nostro sistema, ovvero la famosissima foto in cui una bellezza lentigginosa e raggiante buca la prima pagina del quotidiano che annuncia la nascita della Repubblica Italiana. Federico Patellani racconta della genesi del nostro mondo rappresentando mondi finiti, la cui fine ha decretato il nostro inizio. L’Italia degli operai dell’Alfa Romeo, delle messe e del cattolicesimo di massa, dei contadini assieme alle loro bestie, dei set cinematografici di De Sica, dei primi concorsi di Miss Italia, degli operai seminudi delle zolfatare siciliane e delle sedi del Partito Comunista.

 

Nei Chiostri di San Pietro quest’idea è intelligentemente sviluppata anche in modo tridimensionale, con Gli Oggetti Ci Parlano, una serie di installazioni sulla nascita della società di massa a cura di Italo Rota. Nel contesto di Fotografia Europea, Gli Oggetti Ci Parlano si fruisce attraverso la tecnica del contrappunto concettuale, per cui alla fotografia, che è simulacro di un oggetto, si accostano gli oggetti in presenza. Tutti gli oggetti mostrati nelle installazioni sono quelli che hanno portato alla nascita del mondo che conosciamo. Questi oggetti, dopo aver avuto una funzione seminale, sono scomparsi. Come le fotografie, essi sono collegati all’idea – centrale nell’arte - della memoria. Nella prima stanza, ecco i vestiti industriali: le calze velate della Bloch, gli abiti di Biba, i primi cappotti in serie di Max Mara. Nella seconda stanza, la ricostruzione di un’agenzia turistica degli anni Sessanta, con il mito del viaggio contemporaneo che fonde consumismo, compulsione e fantasmi di misticismo, rappresentati dall’accozzaglia di souvenir, macchine fotografiche analogiche, valigie di cartone, tende canadesi ed itinerari per il viaggio in Vespa fino a Kathmandu, attraversando Libano, Iran, Iraq ed Afghanistan. Successivamente, il mito della cucina componibile, degli elettrodomestici e del Carosello, dove vediamo una serie di articoli per la casa che un tempo sono stati veri e propri status symbol, e che ora non sono altro che cianfrusaglie buone per i mercatini dell’usato. Infine, la ricostruzione di una sede del Partito Comunista, con megafoni, radio, macchine da scrivere, capolavori di grafica nei manifesti costruttivisti, parka, biciclette, stelle rosse da luna park, busti di Lenin e fanzine comuniste.

Gli Oggetti Ci Parlano, come buona parte dei progetti di Fotografia Europea 2012, indaga sugli interstizi, le zone di transito e trasformazione in cui la realtà si ridefinisce per selezione, sottrazione e sviluppo. Il progetto curato da Italo Rota mostra in particolare come la nostra comunità si riconosca nel possesso di determinati oggetti.

Sempre a proposito di universi sospesi fra realtà e memoria, Henri Cartier-Bresson, con la sua raccolta Des Européens, racconta la poesia devastante del mondo prima della globalizzazione. L’esistente sembra comporsi in forme e prospettive perfette, piene di significati, in attesa solo del click dell’otturatore del più grande maestro della fotografia del Novecento. Questo click è come il colpo di bacchetta magica che rivela l’anima dei luoghi e delle persone che li abitano. L’Italia è vista attraverso le borgate romane, le vecchie contadine in abito tradizionale con i loro muli e tacchini, gli uomini intabarrati di nero, le suore sorridenti per l’intronizzazione del quartultimo papa. Le foto dei francesi in vacanza sulle rive della Senna sembrano quadri impressionisti, e raccontano l’identità della Francia assieme alle fotografie con i mitragliatori, protagonisti della fine della guerra, delle oche, delle baguette col vino, dei mulini a vento e degli sbirri steam-punk del Maggio parigino. La Spagna, con i suoi seminaristi bunueliani, le prostitute nude in stile Almodovar, i bambini che corrono con le grucce in mezzo alle rovine dei bombardamenti, mostra la sua anima surrealista con il ritratto di un’anziana in nero affiancato ad un manifesto con una figuretta in guepiere.

In Inghilterra ci sono composizioni rinascimentali di lords e ladies su un prato perfetto nell’intervallo dell’opera, amanti fra le lapidi di un cimitero di campagna, una vecchia signora meditabonda a Hyde Park, le figurette nere degli studenti con sullo sfondo le grandiose architetture gotiche di Eton.

La Russia è fatta di neve, tetti panciuti a forma di fiamma, anziane che lavano i panni su una banchina, dentro ad un buco praticato nel ghiaccio, giovinette alla fermata del tram, incuranti degli sguardi di due tronfi ufficiali, parate sportive, fiere agricole con masse dai volti induriti, un lavoratore e la sua sorvegliante in una fabbrica di automobili. Lei è corpulenta, lui tutto muscoli come una statua del socialismo reale, con un’abnorme chiave inglese in mano.

Cartier-Bresson, con le sue fotografie monumentali come dipinti, rappresenta un’Europa rutilante e naturalmente spettacolare, di una ricchezza estetica che, forse, nemmeno la globalizzazione riuscirà ad annullare.

Come sempre, Fotografia Europea è un’esperienza conoscitiva, che non solo arricchisce lo spettatore dal punto di vista del piacere estetico, ma lo spinge anche a ragionare su se stesso, attraverso il lavoro di chi ha elevato ai massimi livelli dell’arte la capacità di vedere le cose.

Luiza Samanda Turrini

 

 

INFO MOSTRA:

http://www.fotografiaeuropea.it/

 

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