ESTOTE PARATI di Emanuele Beluffi

 

Perchè ebbi fame e non mi deste da mangiare; ebbi sete e non mi deste da bere; fui pellegrino e non mi albergaste; nudo e non mi rivestiste; infermo e carcerato e non mi visitaste

 

Vangelo secondo Matteo, 24.43

 

 

 

Sappiate bene questo, che se il padrone di casa sapesse a che ora vuole venire il ladro, starebbe in guardia e non lascerebbe mettere a soqquadro la casa sua. Anche voi tenetevi pronti

 

Vangelo secondo Luca, 12.39

 

 

 

Ubudziti. Eccomi qui, con questo esempio di slang serbo che vagola impertinente nell’universo dei ricordi. Così carico di valore simbolico da trasfigurarsi immantinente in un concetto complessissimo. Una patologia dalla forte complessione, mi verrebbe da dire chissà perchè andando col pensiero al secolo decimonono. Un quasi-ricordo, dunque.

Non v’è una parola che stia per ubudziti, come “stella della sera” per “Venere”. Solo il potere delle immagini traduce codesto concetto in qualcosa di familiare.

Ubudziti è l’arte dell’improvvisazione per le soluzioni temporanee.

Sembra il titolo disinvolto d’un romanzo di edificazione. Mi vengono in mente il Che e il compagno di ventura Alberto Granados alle prese con la motocicletta. E invece.

Invece la motocicletta era una bicicletta. Rossa, acquistata per quattro lire al mercato delle pulci. Ero nello studio di Mihailo Beli Karanovic, il pictor optimus che spacca. I nostri convegni diuturni in via dei Crollalanza a Milano hanno sempre suscitato in me il retropensiero della replica illustre: perdonate la grandeur, ma mi riferisco proprio alle quotidiane sortite di James Lord nell’atelier parigino del grande Giacometti. Era il Settembre ’64 e il Maestro impegnava lo scrittore americano in quotidiane e indefesse pose di corvée nello studio per quello che sarebbe diventato il suo ritratto. Ragazzi, come dovevano essere formidabili quegli anni.

Ubudziti. Karanovic stava armeggiando con un pedale della suddetta bicicletta. Del resto, cosa potete aspettarvi da una bici sgangherata proveniente da chissà dove e arrivata chissà come al mercato delle pulci? Doveva escogitare un modo per fissare quel pedale all’apposito supporto, pena l’impossibilità di usufruire del mezzo per cui aveva spesa quella cifra immane. Voi - e mi ci metto anch’io – sareste andati dal ciclista più vicino, pedale in mano e bicicletta a spinta, mostrandogli il problema con linguaggio malsicuro e consegnandovi al suo mestiere. Karanovic no. Karanovic, frugando in mezzo alle cianfrusaglie di pennelli, tubetti di colore, chiodi, viti, legni, attrezzi e ferraglia varia del suo studio, riuscì a risolvere quel piccolo grande problema logistico: piegando simbolicamente e fisicamente un ferro al nuovo uso. Riconvertito alla bisogna, così. Con impiego sapiente di mani e cervello. Mica pigliandolo a martellate come avrei fatto io, gigioneggiante su una sedia a fumare Winston con lo sguardo fisso sul  carpentiere/artista/filosofo in azione. Forte di quell’eureka! che risolve il problema creativamente e con i mezzi che passa il convento, Karanovic rimise il pedale nell’apposita sede e corse col rosso velocipede verso i lidi dell’Ideale (per la cronaca, una serata alle Scimmie). Ubudziti, l’arte dell’improvvisazione per le soluzioni temporanee.

Anche gli Astanti sono ubudziti. Sculture in scala umana realizzate con materiale povero e di fortuna, replica isomorfica della stesa pasta di cui noi siamo fatti.

Perchè Karanovic sa fare quasi tutto (quasi, veh).

Consapevole del rischio di rifilarvi un peana, un panegirico, un’articolessa o un pistolotto, chiamatelo come vi pare, credo che Karanovic abbia questo di straordinario: non è solo un artista, un uomo dalla pronunciata manualità, un saggio riservato e un pittore col talento per la musica (mess and finesse, casino e raffinatezza: così definisco il suo stile quando suona la chitarra). Karanovic è anche uno scultore. Che modella ferro, legno, stracci, carta - il materiale eletto come mezzo espressivo privilegiato della propria produzione - al pari del marmo. Non sto esagerando. Del resto, quelle che leggete non sono le parole di un testo critico. Avete dunque l’assicurazione che quanto precede e quanto segue non è l’usuale bru bru della critica.

Me lo ricordo, quel giorno in cui Karanovic fece a botte con uno dei suoi Astanti. Cos’è il genio, in fin del conto? La Volontà, pervicace e dolorosa e virile (virile quand’anche l’artista fosse fimmina, dal momento che la virilità è virtù che attraversa i generi), di lottare per informare un’idea, per definizione informe, ineffabile, ribelle, impresentabile. Oscena, nel senso in cui Carmelo Bene metteva in scena ciò che la scena eccedeva. Il giorno in cui Karanovic sferrò un pugno alla sua scultura vidi lo sfogo del genio, la libera manifestazione di un sentimento superiore. E mi ricordò i tormenti del grande Giacometti.

Anche Karanovic rappresenta ciò che vede. Ma adducendovi un intenso valore simbolico. Tutt’altro che ermetico, perchè preclaro a tutti noi.

Astanti. Sculture modellate come marmo. Idoli. Idola tribus, gli idoli della tribù: gli errori che Bacone identificava negli umani, umanissimi pregiudizi che ci impediscono di vedere la reale natura delle cose, anche quando ce l’abbiamo sotto il naso. Soprattutto se siamo noi stessi gli oggetti soggetti all’analisi.

Siamo proprio una tribù colpevole. E pericolosamente impreparata al giudizio finale. Che non necessariamente sarà il Giudizio Universale dell’Onnipotente (anche gli atei ammirerebbero l’Astante dalla cui morte fiorisce la vita). Una tribù consapevole di sbagliare, assisa come astanti, un pubblico di osservatori che attende spaesato e imbelle una risposta chiarificatrice sulla vita.

Foss’anche il vaffanculo con cui qualcuno ne suggellerà la fine, illuminandoci sulla verità della nostra stolta, vacante, gaia levità.

L’opera di Karanovic, pittura e scultura, parla di noi e a noi si rivolge. Sembra parlarci: «Ma non l’hai ancora capito? Questo sei tu». Siamo contaminati. Il nostro è il problema dell’umanità infetta dal suo stesso narcisismo.

Guardate la scultura chiamata Νάρκισσος (Narciso): chi, se non un genio, poteva rimpiazzare lo specchio acquorio in cui il vanesio si riflette, con lo sportello di un’automoblile prelevato dal rottamaio, sozzo d’acquaccia e cicche di sigaretta, e rappresentare la latrina in cui noi, illusi delle nostre autodifese dalla vita, ci specchiamo?

Perchè morire è facile. E’ la vita, che ci sconfigge.

Tempus fugit. Narciso, in attesa della morte, mostra qui l’apice della sua arroganza, peccato primordiale dell’umanità. Non per caso Adamo ed Eva, nei nomi originari dell’Antico Testamento (אָדָם ; חוה), stanno qui a dimostrarcelo, nella posa plastica della vergogna di sè.

E Narciso, quale epitome dell’impresa di Mihailo Beli Kranovic, è l’osceno dell’Ecce homo contemporaneo. Che, diversamente dal Cristo flagellato di Ponzio Pilato («Ecco l’Uomo», disse indicandolo alla folla) e dal Dioniso di Friedrich Nietzsche (Ecce Homo. Come si diventa ciò che si è), non incarna nè i valori nè la loro trasvalutazione, ma l’ignavia di chi porta con sè la miseria del nulla.

Ecco l’uomo d’oggi, senza Dio e senza morale, inane Prometeo che si logora giorno per giorno nello sforzo velleitario di rubare il fuoco agli dèi.

Karanovic pone al centro della propria ricerca la sofferenza e l’arroganza di un’umanità che si è autoinflitta la dannazione come un cristo minore, la cui croce è il suo stesso peccato d’ignavia.

Un’umanità bloccata in un adesso immobile che ha tutte le reminiscenze del nulla eterno: la morte del corpo e la morte dell’anima.

Astanti è il termine che descrive in maniera definita i simulacri di un consesso dolente, sculture in scala umana realizzate con gli scarti del nostro tempo, fisse e sussistenti nello stato d’indolente attesa.

E al contempo assise a fissare l’autorappresentazione di un’umanità inerte, vanamente ribelle alla divinità, alla natura e alla morale. E senza d’altro canto l’ardire di sostituirsi ad esse.

Gli astanti siamo noi. Guardiamo il nostro volto riflesso in uno specchio d’acqua compiacendoci della nostra eccellenza: stiamo rubando il fuoco agli dèi, c’illudiamo di poter creare la vita dal nulla e potenziamo i nostri corpi per opporci alla natura.

Ma lo specchio d’acqua in cui ci rimiriamo è una latrina.

Pure, dietro a tutto ciò si cela la possibilità di un riscatto.

Un riscatto per noi.

Esseri umani.

Astanti.

Portatori di un frammento d’eternità.

Perchè, come dalla nuda terra fiorisce la vita, così dalla morte di questo nostro tempo imbelle può germogliare un’umanità rinnovata. E’ il senso intrinseco all’Astante, disteso su un letto di morte. Un Astante agonico, forse morto in rivolta, dal cui petto fiorisce la vita. Marcescenza del corpo transeunte reversibile nella partenogenesi di una rinnovata speranza.

Che lotta con forza tranquilla, la forza tranquilla del potere simbolico dell’Arte, contro il metodo umano del conculcare e offendere la vita. Esemplato nella Venere, astante, protesa come in sacrificio con l’utero stretto tra le mani di rabbia. La donna, iconografia per eccellenza dell’Amore (la Beatrice di Dante, la Laura di Francesco Petrarca) e donatrice di vita, che in questi tempi di violenza globale rovescia la sua stessa natura nelle donne kamikaze come Rim al-Riashi, la ventunenne madre di due figli che il 19 Gennaio 2004 sferrò un attentato suicida al valico di frontiera di Erez fra Israele e la Striscia di Gaza.

O come le Fidanzate di Allah dell’oltranzismo separatista ceceno, autrici del sequestro di 850 civili al teatro Dubrovka di Mosca poi uccise dalle forze speciali di Vladimir Putin.

Una speranza riposta, in questo tempo maledetto, d’orrori e martirii, in questo stupido secolo che è appena succeduto al Secolo Breve di Eric Hobsbawm e che ha già dimostrato la fallacia della profezia di Francis Fukuyama (La fine della storia), nella Madonna d’Algeri immortalata dal fotografo Hocine Zaourar dopo il massacro di Benthala in Algeria, tredici anni (cioè ora): una madre che urla lo strazio per il martirio del proprio figlio, Vergine laica dal cuore spezzato.

Una madre che piange la morte dell’umanità. Come nella foto straziante della Madre di Belgrado, in lacrime di fronte alle candele pietosamente accese in una chiesa di Belgrado, con cui il 24 marzo 1999 il Corriere della Sera aprì la prima pagina per documentare il primo giorno di quella guerra infame, la tempesta di missili Cruise rovesciati dal Patto NATO sulla Jugoslavia per 78 giorni di fila.

La Madonna d’Algeri.

La Madre di Belgrado.

Così straordinariamente vicine, per reminiscenza ideale, all’Orante di Karanovic, in ginocchio - ma grandiosamente assisa - di fronte alla morte di un Cristo Bambino. Un Cristo senza croce, dipinto come Van Dyck l’avrebbe dipinto, sospeso nel buio al pari dell’Astante che gli si oppone, l’Anticristo, summum malum che gode dell’uccisione della morale da noi stessi perpetrata. La nostra morte progressiva.

Ma è anche una prova. Gli Astanti rappresentano una prova per noi. Perchè noi siamo gli astanti rispetto all’orribile magnificenza dello spettacolo del mondo.

Estote parati, dunque: siate pronti, uomini. Verrà il ladro. Verrà il giudizio. Siate pronti. Affinchè un giorno, anima in rivolta e cuore in mano, anche voi possiate dire «ora no ho più paura».

 

 

 

Emanuele Beluffi

 

 

 

 

 

 

 


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