Epigoni e Rigurgiti. Di Alessandro Trabucco - (less is more - n.03)

Martin Creed Work No. 503, 2006, 35mm fiilm transferred to DVD

 

 

 

 

EPIGONI E RIGURGITI

di Alessandro Trabucco

 

 

 

Nell’Arte si sa, la ripetizione è sconveniente oltre che mortificante per l’artista stesso, a meno che non sia, come avviene nella musica, una “cover”, ma in quel caso la forza dell’arrangiamento e dell’interpretazione potrebbero creare una nuovo “oggetto artistico” degno di essere paragonato all’originale. Penso alla sublime interpretazione del capolavoro “Summertime” eseguita da Janis Joplin, nel 1969, in un suo concerto a Stoccolma.

Il grande Leonard Bernstein, per definire la musica contemporanea (distinguendola dalla musica cosiddetta “classica”, termine più corretto solo per la musica del periodo di Haydn e Mozart), usava un termine preciso, musica “esatta”. L’esattezza intesa da questa definizione è costituita dalle indicazioni, da seguire correttamente, segnate dal compositore nella partitura, a differenza della musica “leggera”, o “pop”, che può essere rielaborata, interpretata liberamente, ri-arrangiata. La musica “esatta” no.

Lo stesso Bernestein portava ad esempio le canzoni dei Beatles, gruppo che amava profondamente. Ciò che si può fare con le loro canzoni, senza alterare troppo l’impianto musicale e la riconoscibilità del pezzo, non è possibile farlo con un poema sinfonico, o con un’opera lirica, o con una sonata per pianoforte. Ma un riarrangiamento è comunque una cover, un’esecuzione riadattata del brano originale, una copia che può avere il suo significato al momento, potrebbe anche entrare nella storia della musica come grande interpretazione (vedi, appunto, Summertime cantata dalla Joplin) senza nulla aggiungere di inedito alla musica stessa.

Nell’arte contemporanea purtroppo sembra di assistere alla proliferazione di “cover” piuttosto che di opere originali. Non è la novità che interessa, il concetto di “arte nuova” non penso sia valido per definire l’evoluzione espressiva delle arti visive. Per esempio: “nuova” rispetto a cosa? Rispetto a quella precedente? Ma anche quella precedente lo era nel momento della propria manifestazione e lo rimane, perché una volta appurato il suo valore sfugge alla cronologia per entrare nella dimensione a-temporale dell’arte. Quindi? Rispetto a cosa utilizziamo il termine “nuova”? Rispetto alle ricerche a lei contemporanee, non solo in campo artistico, ma anche scientifico, sociale/sociologico, filosofico, massmediologico ecc... ecc...? Non penso.

Il compito dell’opera d’Arte è quello di riuscire a dire il non detto e a far vedere il non visto. Il resto è esercizio di stile, non aggiunge nulla alle espressioni già consolidate nel tempo, anche se possiede comunque la propria dignità espressiva, proprio come Summertime di Janis Joplin, gran capolavoro, di livello altissimo.

Ma vi è ancora una precisazione da fare: la cover si presenta come tale, senza mascherarsi da opera originale. La sua è una dichiarazione inevitabilmente aperta ed onesta della propria origine di “copia” e quindi di re-interpretazione di un’opera originale. La sua trasparenza è palese e non potrebbe fare altrimenti per non incorrere nell’accusa di plagio. Nelle arti visive questo plagio è più sottile, nascosto, mascherato, subdolo, quasi irriconoscibile. L’idea si può plagiare anche senza incorrere nella successiva accusa di tale atto. Per la musica invece la questione è molto più diretta. La musica effettivamente è “matematica”, è una sequenza di informazioni scritte che possono essere verificate, un’opera d’arte visiva che non sia autentica (a meno che non sia un ricalco di un’immagine preesistente) è difficile da scovare.

L’Arte dovrebbe essere allergica agli epigoni e ai rigurgiti. Soprattutto, trovo innaturale associare all’arte il prefisso new anteposto ad una corrente precedente. A dirla con Paul Klee “L'arte non riproduce ciò che è visibile. Rende visibile” viene da chiedersi quanto stia avvenendo, in questa direzione, in un momento storico come il nostro, che dovrebbe essere pieno di stimoli e di proposte.

Il compito dell’artista è quello di emanciparsi dalle ombre del passato introducendosi nei meandri della propria immaginazione e risolvendo un impasse che non rende giustizia alle potenzialità creative dell’essere umano. Il passo da fare dovrebbe essere sempre “oltre” e non “attraverso”, una ricerca che si estende in profondità e in altezza senza troppo rivolgersi indietro, se non per comprendere le conquiste già avvenute ed “archiviate”.

Non sono le tematiche, non sono le tecniche, non sono i media a fare la differenza, sono quei contenuti inediti (nel senso di “mai detti e mai visti prima”) a dover stimolare la ricerca e a spingere l’artista verso lidi inesplorati, alla conquista di un’effettiva autonomia espressiva scevra da contaminazioni e da imitazioni.

Qualche tempo fa, agli esordi della mia esperienza critico/curatoriale, rifiutavo questa definizione preferendo quella (da me stesso coniata ma forse nemmeno tanto originale) di ricercatore artistico.

Come tale mi scagliavo furiosamente contro una critica d’arte faziosa e dalle vedute limitate ad una specializzazione controproducente ed autolesionista (non tanto per se stessa, perché abbiamo visto come certa critica militante nella sua limitatezza ha trovato in realtà la sua fortuna, quanto per l’Arte).

All’epoca cercavo di difendere l’autonomia dell’artista nei confronti dello strapotere dei “critici showmen” che, pur svolgendo un lavoro di “proposta”, rischiavano di diventare i protagonisti assoluti della scena dell’Arte.

All’epoca, era il 1999, scrissi un articolo per una delle prime free press autofinanziate, che purtroppo durò solo 2 anni e 5 numeri, il cui titolo era: “Alla ricerca della poesia” (che probabilmente riproporrò in questa sede, in uno dei prossimi numeri, riattualizzato con le esperienze maturate sul campo in questi dieci anni). Il mio primo “testo ufficiale” si conclude con questa affermazione (perdonate se cito me stesso): «Occorre, nella mediocrità attuale, riconoscere all’artista vero la capacità di andare oltre la trovata ad effetto, raggiungendo mete alla sola sua portata. Avere “l’idea” non significa aver creato qualcosa d’importante, bisogna valutarne la portata, la necessità, quasi a decretarne l’assoluto bisogno per l’uomo, come una presenza vitale, necessaria. Non più l'Arte come "prodotto da vendere", ma come necessità assoluta. Stiamo assistendo a fenomeni inquietanti di "commercializzazione dell'Arte". E' giusto che l'Arte sia "per tutti", ma questo non dovrebbe significare uno svilimento del suo valore come sembra stia accadendo. Attualmente sembra sia in atto un livellamento globale, un appiattimento espressivo rivolto esclusivamente all’”effetto shock”, quasi a voler ricordare e ribadire continuamente la violenza che caratterizza la nostra contemporaneità.

E’ vero che l’Arte deve rispecchiare l’epoca in cui nasce, ma questo non dovrebbe significare solamente la sua “duplicazione” letterale (specialmente dei fatti di cronaca). Da sempre l’Arte crea un mondo parallelo, quasi un rifugio, immune dalle tristezze quotidiane».

A distanza di dieci anni, per fortuna, posso ri-sottoscrivere queste mie idealistiche, quanto commoventi (per me, naturalmente), affermazioni.

 

 

 

 

 

 

[Less is more (Mies van der Rohe) - la Rubrica di Alessandro Trabucco
n. 03 - “Epigoni e Rigurgiti" - pubblicato su lobodilattice il 08/02/2010]

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didascalia immagine:

Martin Creed Work No. 503, 2006, 35mm fiilm transferred to DVD

 


 

 

 

 

 

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