La (dis) educazione al bello. Di Chiara Canali (my two cents n.03)

 

In questa puntata vorrei soffermarmi sull’importanza e la necessità dell’educazione estetica nella nostra società attuale, dove purtroppo siamo stati disabituati al bello.

Con l’avvento della modernità si è infatti affermato un nuovo paradigma culturale che potremmo definire del “relativismo culturale”: come sintetizza bene il romanzo di Pirandello Il fu Mattia Pascal quando preannuncia la “lanterninosofia”, non c’è più un lanternone comune che permetta di incamminarsi nel reale illuminati da una luce comune, ma vi sono tante piccole luci che vagano sulla loro strada. Non esiste più un’unica verità, ma ci sono tante verità possibili perché tutti pensano di poter giudicare tutto e di poter dire la propria verità su tutto. Paradossalmente, la mancanza di una verità unica annienta alla base ogni possibilità di comunicazione, di dialogo a partire dagli stessi presupposti, e dunque ogni tentativo di educazione e di possibile crescita culturale. Ne consegue una frammentazione infinita dell’io (visualizzata nel dramma pirandelliano di Uno, nessuno e centomila): se la realtà si presenta differente a seconda del punto di vista da cui si osserva la scena, così la personalità dell’uomo è scissa, differente, frammentata a seconda di chi la osserva. Questo relativismo culturale e gnoseologico è già presente nelle arti di inizio Novecento, per esempio nel Cubismo dove l’oggetto può essere studiato e rappresentato da più punti di vista generando tante e diverse immagini.

 

 

 

 

(Cristiano Tassinari, Deption, 2008, ceramica sintetica, neon, circuiti elettrici)

 

 

 

Quando manca il punto di riferimento in relazione al quale giudicare, tutto è concesso come aveva dichiarato Dostoevskji: “Se Dio non esiste, tutto è permesso”. Nella tradizione cristiana e in quella classica è sempre stata valida l’identità tra il concetto di verità e quelli di bontà e di bellezza: da Pitagora si sviluppa infatti quella trinità di vero, bello e buono che ha dominato a lungo la nostra civiltà. Ma già con Platone viene messa in crisi questa “trinità” quando il vero e il buono perdono la loro immediata coincidenza con il bello. Mentre il monopolio della verità e del bene appartiene alla parte razionale dell’anima, il bello – per quanto riguarda l’arte – riflette invece la parte più irrazionale e irrequieta dell’anima. L’arte è infatti copia della realtà e dal momento che la realtà è a sua volta copia delle idee, l’arte sarà solo un pallido riflesso della verità

 

 

 

(Daniele D'Acquisto, I have a dream, 2009, legno intagliato)

 

 

 

 

Con la modernità avviene un vero e proprio ribaltamento della concezione estetica, per cui, come affermavano le streghe del Macbeth “Bello è il brutto e brutto il bello” a sottolineare lo stravolgimento completo dei valori per cui l’indecenza, la volgarità e il brutto sono divenuti oggetti costanti di rappresentazione nella maggior parte dei circuiti mass mediatici. Prima di tutto si è irrimediabilmente persa l’idea di unicità dell’opera d’arte attraverso la riproducibilità tecnica e seriale. In secondo luogo si afferma il concetto di Kitsch che deriva dal desiderio da parte delle masse borghesi di godere dell’opera d’arte direttamente in casa propria per cui l’opera stessa viene trasformata in fenomeno di massa, negandone l’aurea che l’avvolgeva. Infine la consacrazione vera e propria avviene con Marcel Duchamp che apre la strada attraverso cui qualsiasi oggetto, avulso dal suo contesto quotidiano e d’uso, può diventare occasione di fruizione artista grazie all’attribuzione estetica e aprioristica dell’artista.

Queste esperienze contemporanee polemizzano il concetto stesso di opera d’arte deprivandola non soltanto del carattere della bellezza, ma anche della sua specificità rispetto agli oggetti di uso comune e quotidiano.

Una volta che è stata messa in discussione l’esistenza di una verità univoca (a causa del relativismo gnoseologico di cui si parlava prima) ne consegue, di necessità, anche la perdita della dialettica bene/male (relativismo etico) e bellezza/bruttezza (relativismo estetico).

L’artista stesso, a questo punto, non avrà più una funzione educativa, morale, da poeta vate, di riferimento per la propria epoca, ma gli sarà lecito dire e, al contrario, negare tutto secondo la propria indole.

 

 

 

 

 (Daniele Girardi, Inner Surface, 2008, video-painting)

Per questo motivo nel Novecento, e ancora più oggi, in clima post-concettuale, assistiamo al prevalere dell’idea anche nell’elaborazione dell’opera d’arte. Fino all’Ottocento esiste una inscindibilità tra forma e contenuto per cui il “significato” di un’opera d’arte viene desunto dal fruitore  o dal critico d’arte ma a partire da una “forma”, per cui l’opera diventa “segno” nel senso di un rapporto tra un significato e un significante, oppure, come la definisce il critico letterario Francesco De Sanctis, l’opera d’arte è “contenuto calato nella forma”.

 

 

Davanti a molta arte del Novecento lo spettatore si deve far da parte per far parlare gli interpreti, i critici, i mediatori culturali, unici depositari della verità e della comprensione di un significato arbitrario da attribuire a un significante che spesso non rappresenta nulla.

 

 

 

 

(Ettore Frani_Infinita attesa, 2009.FRANI)

 

 

 

 

 

 

La differenza tra fruizione passata e fruizione contemporanea sta proprio nella dis-educazione al bello: mentre di fronte ad un’opera d’arte tradizionale lo spettatore è rapito, attratto e incantato dall’opera pur talvolta non comprendendo le ragioni e la genesi del fatto artistico (motivo per cui un’educazione al bello permetterebbe di apprezzare meglio sia la tecnica che i contenuti), di fronte a tante opere contemporanee, invece, manca spesso il momento di fascinazione e rapimento che la vera opera d’arte dovrebbe comunicare sullo spettatore nella sua unità e interezza e si tenta di giustificarne la grandezza attraverso un’analisi raziocinante e intellettualoide.

Nella contemporaneità, come sottolinea Giovanni Fighera 1, l’attribuzione di una “patente” di opera d’arte diventa spesso un’operazione intellettuale o, se preferiamo, ideologica, nel senso che prevale il pensiero sulla realtà rappresentata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Note:

__________________

(1)Giovanni Fighera, La salvezza salverà il mondo, Edizioni Ares, Milano 2009.

 

 

 

 

 

 

[My two cents, la Rubrica di Chiara Canali n.03 - "La (dis) educazione al bello" - pubblicato su Lobodilattice il 12-04-2010 ]

 

 

 

 

 

 

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