Cuoghi e Corsello - copertina n. 179

Cuoghi e Corsello - "Peabrain" - 1994


Negli anni Novanta ero adolescente e, come tutti gli adolescenti, pensavo che il mondo fosse molto interessante e tutto da scoprire. Erano gli anni dei centri sociali, delle giacchette di pelouche lilla, dei piercing, dei rave, dei crazy colors, dei cabò[1] e delle maglie a righe. Durante le trasferte bolognesi alla ricerca di queste cose e di tutte le meraviglie che comportavano, spesso vedevo un simbolo ripetersi sui muri. Non era la solita tag da writer più o meno comprensibile, ma un disegno. Il disegno di un’oca. Un uccellino, che mi faceva venire in mente il mio cult-book infantile Cipì[2]. Si ripeteva qua e là, a volte formando delle vere e proprie piste lungo i muri, come i sassolini luminosi nel bosco di Pollicino. Era tracciata con un tratto da bimbo, semplicissimo, spesso aveva pomelli sulle guance e le zampine lunghe e snodate. Era come una costellazione: un simbolo enigmatico, perché portava ad interrogarsi sul suo significato e sul perché della sua ubiquità, e potente, perché connetteva la nostalgia dell’infanzia con quella del futuro prossimo. Era come la promessa, di qualcosa di bellissimo e sconosciuto che sarebbe arrivato da lì a poco. Su quest’oca sentivo fiorire leggende. “La disegna una tipa. È la protesta contro la stupidità al potere, e contro la televisione.” “Sì, ho sentito dire che una volta ha preso una cartina topografica della città e ci ha disegnato sopra un’oca. Poi è andata a dipingerla sui muri seguendo il tracciato della cartina. È venuta fuori un’enorme oca, visibile da una prospettiva aerea, però  nello stesso tempo virtuale.”

Quasi quindici anni sono passati da allora, ma a livello affettivo Peabrain rimarrà sempre il simbolo della mia giovinezza.

 

Monica Cuoghi e Claudio Corsello sono una coppia di bellissime teste, ben dischiuse e sintonizzate su frequenze molto difficili da captare. Sempre alla ricerca di sentieri nascosti, di luoghi privi di mappature ufficiali, di interstizi in fermento. La loro arte è stata mille cose: un modo per riappropriarsi della città, un inchino di fronte alla potenza della natura, una risposta criptata all’enigma della morte. Un gioco, una presa in giro di se stessi, un poema per la bellezza dei luoghi. La loro arte è stata soprattutto uno stile di vita magico, ovvero capace di generare nuove realtà.

L’oca Peabrain  è la loro interfaccia più nota.



[1] Marinare la scuola in quel di Modena.

[2] Novella per bambini che racconta gli escamotage di sopravvivenza di un passerotto. Crudele quanto basta, animistico, ultra-poetico.

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