Le Città Mistificate di Andrea Vannini

 

Ricordate le città che Marco Polo descrive  al monarca  Kublai Khan, nel romanzo di Italo Calvino?

Descrivendole, il viaggiatore pone un’attenzione particolare su dettagli che altri non avrebbero neppure considerato, ma che a lui appaiono  fondamentali.

Così  meticolosamente raccontate, quelle città sembrano reali.

E invece, non sono che il  frutto della sua immaginazione.

 

 È dalle “Città Invisibili” di Calvino che voglio partire,  per accompagnarvi in un viaggio molto particolare, in quelle città che invece Andrea Vannini, sceglie di “mistificare”.

Sono certa che, dopo aver letto, capirete per quale ragione ho ritenuto opportuno salpare da questa citazione letteraria.

 

L’orrore della frenesia metropolitana prende le sembianze di un clown, mentre il chiosco di un’edicola si trasforma in un temibile mostro dai bicipiti voluminosi.

Dettagli di un contesto urbano conoscibile e consueto, si pongono quali scaturigini di una nuova dimensione: quella di una città sospesa tra l’onirico e l’immaginario.

 È la realtà urbana mistificata da Vannini.

 

Perito informatico di origine toscana, oggi neoesponente della digital art, Vannini vive,  nell’apparente tranquillità di una quotidianità uguale a se stessa,  lo scalpitio di una creatività che  inaspettatamente si risveglia.

È l’inverno del 2009.

È  la solita sveglia che suona ogni mattina alla stessa ora riportandolo alla realtà. È  il solito adempimento ad un dovere. È la fretta di dover essere puntuale in ufficio. È la routine dell’uomo contemporaneo.

Ogni mattina, il solito, prevedibile percorso. Il solito scorcio urbano. I soliti edifici dalle ormai apprese tonalità.

Il solito brandello di città.

Eppure, in quella gelida mattina del 2009, l’intuizione spinge più  forte contro le pareti della consuetudine. Qualcosa si rompe. Una crepa, una fenditura: una nuova possibilità.

 Andrea vede  qualcosa. Qualcosa di diverso, qualcosa che rende quel giorno decisamente nuovo. Un orizzonte che improvvisamente non è  più lo stesso.

Da quella fenditura qualcosa cola: il flusso imprevedibile di un’immagine inedita.

 Una città nella città. Una visione nella visione.

 La realtà si intride di un onirismo post-surrealista e neo-visionario.

Trent’anni trascorsi  trangugiando  cartoon, film, fumetti, programmi televisivi e infine pagine web. Trent’anni pregni di variegatissimi incipit iconici.

Trent’anni affollati di  immagini.

La memoria di Andrea è un calice ricolmo di stimoli visivi. E quella mattina accade che il calice  trabocca. Trabocca inaspettatamente. Per chissà quale motivo, probabilmente per una scossa più forte, che dagli abissi dell’anima raggiunge con impazienza la superficie. Ma trabocca, ed è un evento salvifico. Perché la ricchezza di quel serbatoio sta finalmente incontrando la sensibilità creativa di chi la custodisce.

In quel preciso frangente, la città di Firenze muta.

Muta agli occhi di Andrea. Che rallenta il passo, si ferma, e con la fotocamera del suo cellulare cattura quello scorcio di città.

Poche ore dopo, quell’immagine verrà  manipolata mediante l’uso di un software di grafica digitale, e ne uscirà “mistificata”:

Mistificata. Ovvero, adulterata, manipolata, traslata.

Resa “altra”,  pur restando se stessa. Resa ambientazione di un evento visionario.

 

Nasce così il ciclo“Mistificazioni Urbane”.

 

Andrea si aggira per la città, rapina l’orizzonte urbano, e lo immortala ancor prima  di esserne inghiottito.  Con una fotocamera cattura scorci urbani – a volte familiari, altre volte occasionali –, per farne scenario di visioni personali.

Visioni in cui orizzonti di cemento e lamine, o storici angoli di città d’arte, diventeranno scenari di accadimenti immaginari .

Trasferisce quegli  scatti nel suo Mac e lentamente  li decostruisce, contaminandoli di icone avulse dal loro originario contesto, e traslate in quella nuova ambientazione, per divenire portatrici di un nuovo messaggio.

Nascono così fondali in cui icone del mondo del fumetto,  della cronaca o  del gossip contemporaneo, interagiscono tra loro, intessendo relazioni disorientanti per lo spettatore, ma capaci di spiazzare e smuovere le coscienze.

Vannini altera lo scorcio urbano immortalato. Lo smonta, lo domina. Lo arreda di strutture, fenomeni e sostanze. Fa in modo che improbabili presenze – sospese tra il fantastico, il fantasmatico e l’horror – vengano ad abitarlo.

E a quel punto, ogni luogo rielaborato, diventa suo e di chi lo osserva.

La realtà trasfigurata si fa più reale della realtà stessa.

E la città immaginata, non è ora più invisibile.

 

Si tratta di veri e propri assemblage digitali, in cui la realtà viene rielaborata, deformata, decostruita, reinventata.  In una parola, appunto, ”mistificata”.

 

In alcune occasioni, il  linguaggio e le scelte contestuali di Vannini, sono state paragonate quelle  dei writer. Come se il mouse agisse allo stesso modo della bomboletta.

Personalmente, ammetto di non cogliere questa comunanza.

Vannini non agisce sul territorio. Non firma una parte del tessuto urbano con la sua tag, non opera direttamente sulla città come può fare un esponente della Street Art.  Piuttosto, prende in prestito la città e la investe delle proprie scariche emotive, ambientandovi infine le proprie visioni.

Tutto questo, però, non contamina concretamente l’ambiente. Accade davanti al monitor di un pc. Accade in una dimensione altra e  parallela, una dimensione che, per mezzo della fantasia, può  finalmente “esistere”.

 

 Io farei piuttosto qualche passo indietro.

Scivolerei un po’ più a ritroso, nella storia delle arti visive.

Andrei a rivisitare la produzione  di artisti che, pur utilizzando la tradizionale tecnica pittorica dell’olio o dell’acquerello, hanno saputo trovare un linguaggio nuovo e capace di rendere  visionaria la figurazione, evocando  realtà  immaginarie, oniriche, occulte. 

Mi riferisco qui, a quella fase del periodo Preromantico sviluppatasi in Inghilterra e Spagna tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento, e nei manuali di storia dell’arte annoverata sotto il nome di Arte Visionaria.

Arte Visionaria: un’accezione altisonante nei nomi di artisti come Goya, Füssli e Blake. Il filone dei pittori dell’immaginario, tra il sublime e il terrifico.

Questi tre grandiosi esponenti della corrente visionaria agirono secondo una particolare consapevolezza: nella mente umana esisteva una dimensione razionalmente inesplorata, dunque sconosciuta alla  ragione,  che nella visione figurata era capace di riportare a galla personificazioni, in chiave simbolica, di particolari stati emotivi.

Perché c’è sempre stato nell’uomo- e in misura sovrabbondante nell’artista – il bisogno di lasciar riaffiorare, sottoforma di immagini oniriche o fantastiche, le dinamiche emotive che agiscono in ognuno. C’è sempre stato nell’uomo – e nell’artista – il bisogno di dare corpo, sembianza, consistenza a determinati stati d’animo.

E se più di due secoli fa il bagaglio iconografico attingeva alla  dimensione onirica, al mito, o ancora, traeva spunto dalle pagine delle più grandi opere letterarie di tutti i tempi  – dalla “Divina Commedia” di Dante al “Paradiso Perduto” di Milton, al “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare –, è chiaro che oggi, nella vertigine di stimoli visivi che caratterizza il nostro tempo, vanno a delinearsi ben altre fonti.

Nel caso di Vannini, le improbabili presenze inserite  in  scorci urbani, derivano da un prolifico calderone di frames, in cui icone del  cinema si impastano a quelle dei  videogames, e immagini   del fumetto si mescolano a quelle della cronaca contemporanea, altalenante tra gossip e politica.

Un serbatoio tendenzialmente neo-pop, se lo si vuole incastonare all’interno di una delle correnti artistiche pittorico-digitali del momento, ma che amalgamato alla realtà, offre un risultato puramente visionario.

Provate a pensare alla più nota opera di Füssli, “l’Incubo”.

Il contesto è estremamente reale, certo non si tratta di uno scorcio urbano, ma è comunque una realtà verosimile. Si tratta di una stanza da letto. Dalla parete di fondo scende un drappo rosso-scuro. E c’è una donna sdraiata. Il suo corpo addormentato, in posa assai lasciva. Sin qui, tutto potrebbe essere reale. Ma  qualcosa ci dice che siamo ben oltre la realtà: la giumenta che si affaccia dal drappo oscuro sul fondo a destra, è una presenza già di per sé improbabile. Ma soprattutto, quell’essere sinistro che vediamo seduto sull’addome della donna, a schiacciarle il diaframma e frantumarle il respiro, trasforma la scena in una “visione”.

Quell’essere mostruoso non è che la personificazione dell’incubo che agita la dormiente. Non è che l’allegoria della paura.

Prendiamo ora una delle opere di Andrea Vannini: “Funny Melodies”.

Lo scorcio urbano è quello di un’alba londinese. Dunque si tratta di un contesto reale e plausibile. Eppure c’è qualcosa di imponente che stravolge la realtà, la destruttura,  rendendo la città improvvisamente surreale. Cos’è?

È la sinistra e minacciosa figura del clown, che sembra nascere dallo sfilacciarsi delle nuvole  aranciate all’orizzonte. Non è una figura rassicurante. Giganteggia, con la sua policromia,  su  edifici dalle tonalità quasi monocrome. E non ha  un’espressione festosa. Al contrario, è l’emblema di quello scompenso psicologico-emotivo che può, nel cittadino attanagliato dallo stress, generare il risveglio del suo lato oscuro.

Ansie e fobie alienanti.

 Il Clown le personifica: è  l’incubo dal quale – o nel quale – la città di Londra si risveglia.

Vannini racconta di aver intuito questa mistificazione una mattina in cui venne svegliato dal fragore roboante della city. Si trovava li in occasione della sua esposizione alla Brick Lane Gallery. Affacciatosi alla finestra dell’hotel in  cui pernottava,  lo sguardo gli cadde immediatamente sull’edificio che gli si presentava di fronte. Poco più tardi, quell’edificio sarebbe diventato  la  fisarmonica suonata dal clown.

Un clown in stile Resident Evil, che  racconta l’aspetto temibile  e minaccioso della frenetica alienazione metropolitana, e lo fa allo stesso modo in cui la creatura mostruosa dipinta da  Füssli,  personifica l’orrore dell’incubo.

 

Certamente, il momento  storico è diverso. È un altro. Ed è tremendamente distante da quello in cui nacquero le cupe visioni della  “Quinta del Sordo” di Goya, o dei vari incubi di Füssli.

E anche  la tecnica, la scelta della contestualizzazione e delle presenze sovrapposte è un’altra.

Ma le dinamiche intrinseche e la visionarietà, a mio avviso, sono le stesse.

 

Nelle opere di Andrea Vannini, presenze inverosimili invadono ambientazioni reali, percorribili, indagabili.

Vannini è il risultato di una creatività cresciuta nell’era delle immagini.

È una delle tante vittime di questo perpetuo  bombardamento di stimoli visivi.

Ceneri e macerie vanno a creare una coltre di tasselli iconici, sui fondali dell’anima.

Si depositano lì, in quel luogo che tutto raccoglie e tutto conserva, senza alcun ordine e criterio.

Un archivio sregolato, un tappeto di immagini,  in cui ogni stimolo percettivo è rimando ad un qualche  brandello emotivo.

E le emozioni sono, si sa, ancor meno catalogabili.

 

Le immagini sono petali di memoria che si raccolgono nel nostro bagaglio iconografico-mnemonico, sedimentano proprio perché sono cariche di un qualche significato profondo, realmente legato all’immagine stessa (pensiamo al volto di una persona realmente conosciuta e che ha avuto una certa importanza nella nostra vita), oppure perché la nostra sensibilità le ha saturate di un determinato valore simbolico.

Possiamo allora pensare alla nostra memoria visiva come ad un archivio niente affatto ordinato, ma in cui ogni immagine ha un particolare peso, un particolare valore emotivo, e  una carica simbolica che la contraddistingue.

E può dunque accadere che immagini della realtà fenomenica, schegge del mondo esterno,  ci arrivino nello sguardo con una violenza creativa inaspettata, riacciuffando, in quel disordine mnemonico che  ci portiamo dentro – come un serbatoio prolifico ma ingestibile – icone simboliche o sembianze di ricordi.

La realtà effettiva entra, allora, in contatto con quella latente e mnemonica.

Le  due realtà  si stratificano.

Il brandello urbano, fa da sfondo all’icona che casualmente (o sarebbe meglio dire “inspiegabilmente”) è stata  riacciuffata dalla memoria.

 

Da questo cortocircuito, da questo contatto, da questa istantanea sovrapposizione delle due realtà,  affiora  l’embrione di una nuova “Mistificazione Urbana”.

 

Vannini non progetta freddamente a tavolino le sue elaborazioni digitali. Non si accomoda alla sua postazione Mac con la razionalità progettuale di un architetto o di un designer. Il ragionamento e la progettualità arrivano dopo. Sono la fase esattamente successiva alla visione.

Ma se non c’è la visione, se non accade che in un determinato e imprevedibile istante una scheggia di realtà attivi questa istantanea sovrapposizione visionaria nella sua mente creativa, allora l’elaborazione grafica, la fase progettuale, non può esistere.

È la visione, il momento.

È la città invisibile che si palesa mediante un dettaglio del reale.

È l’esigenza di catturare con la fotocamera, quel brandello urbano. Perché nella mente  una qualche immagine gli è già  stata sovrapposta.

Ed infine arriva  la tecnica: una sofisticata, attenta e minuziosa sequela di passaggi digitali, per raggiungere il risultato finale.

L’immagine immaginata diventa  reale.

Ciò che alcune  ore prima non era che una visione personale,  è adesso un’immagine  fruibile da parte di chiunque.

 

L’artista consegna al mondo ciò che ha visto in un frangente intimo.

 

Una visione, in fondo, non è altro che un modo diverso di raccontare la realtà, disvelandone i messaggi più nascosti, mediante l’intrusione di immagini ad alto contenuto comunicativo.

Nel caso di Vannini, il frame che riemerge all’improvviso non va a creare mondi fantastici, ma reimposta in chiave simbolica la  realtà effettiva,  senza discostarsene troppo.

Può allora accadere che un edificio, una strada, una panchina, un parchimetro, si comportino come  link di un ipertesto visuale. Un ipertesto che genererà  una nuova mistificazione.

 

Il  primo link mistificatore fu proprio una panchina.

Una delle panchine che Andrea vedeva ogni mattina lungo il percorso che lo portava in ufficio. Inverno 2009.

Una mattina come tante.

Il dovere di recarsi a lavoro.

La creatività da annodare e mettere a tacere, perché non c’è tempo, non adesso, non ancora.

E poi la rabbia, per non poter ascoltare e lasciar stridere quel grido inespresso che in cattività rischia di diventare cancerogeno. La rabbia, che un tempo era energia creativa. Ma che ora sta diventando una belva da tenere blindata  in una gabbia di doveri…

Ingiusto.

Se qualcosa ci parla da dentro, è ingiusto non ascoltare.

E se poi si mostra ai nostri occhi con una visione, allora è davvero impossibile fingere di non vedere.

Permeato dal gelo tagliente di una mattina d’inverno – e dalla sensazione agghiacciante di chi improvvisamente sente in che direzione la sua vita dovrebbe andare –, Andrea si sentì  investito da un’improvvisa scarica emotiva. E quella panchina diventò il contesto. Il pretesto. La scheggia di realtà. Il link.

Su quella panchina Andrea Vannini elaborò  la prima Mistificazione Urbana.

Una visione registrata all’alba, e andata in loop per tutto l’arco della giornata. Sino al momento in cui ha finalmente potuto elaborarla, e darle  vita .

È nata così “ Evoluzione o involuzione?”:

su quella panchina un’improbabile, ma necessario, dialogo-non-dialogo tra un uomo del passato, uno contemporaneo e uno del futuro. L’uomo  contemporaneo,  posto al centro della panchina in giacca e cravatta, appare completamente assorto in pensieri doverosi che lo allontanano imperdonabilmente dalle proprie reali attitudini, incastonandolo in una realtà impiegatizia, o manageriale,  tragicamente omologante e dimentica di quella dimensione creativa che rende più viva la vita stessa. E in quest’ottica, l’uomo del futuro appare completamente denudato di peculiarità che potrebbero  renderlo “se stesso”. È più che mai anonimo e impietrito. È esattamente un “nessuno” e un “qualunque”. Giace su quella panchina, con il capo reclinato in segno di inevitabile sconfitta.

La soggettività è andata completamente persa.

 

Mistificare, allora,  è travisare il reale per metterne a nudo le scabrosità .

E del resto le presenze che si aggirano nei contesti urbani scelti da Vannini, hanno spesso un aspetto  sinistro o inquietante. E anche quando questo aspetto non è reso esteticamente esplicito, è nelle riflessioni cui l’immagine rielaborata ci accompagna, che possiamo ritrovarlo.

 

Un opera esemplificatrice di questa seconda circostanza è, a mio avviso  “GhostBusters Theme ”.

È ancora la città di Firenze ad essere plasmata.

La vediamo qui, congestionata dal traffico, mentre in  alto a desta, sul ponte di Piazza Alberti, si erge un fantasma dal sorriso subdolo e ambiguo. Una presenza a primo acchito divertente, ma ad uno sguardo più attento, inquietante.

Si tratta di uno dei personaggi del film  GhostBusters, che nella mistificazione di Vannini agisce secondo il ruolo che originariamente ha avuto  nel film: con il potentissimo laser dei suoi occhi, disintegra senza pietà il caos generato dall’uomo.

I cittadini, chiusi nelle loro auto e imbottigliati nel traffico, non hanno modo di difendersi né di sottrarsi alla mira letale del fantasma. Sono spacciati.

 

Un’altra città invisibile ha preso forma mediante mistificazione.

 

Nella metodica creativa di Vannini, l’inizio è sempre una sorpresa.

E’ un lampo. Un’intuizione.

Una verità scoperchiata da metafore iconografiche.

Le  Mistificazioni sono inganni visivi che denunciano inganni effettivi.

Sono visioni che abilmente smascherano la realtà.

 

Una visione contiene sempre una grande verità.

Anche quando è visibile solo a chi la concepisce.

 

“D'una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà ad una tua domanda.”

(Italo Calvino -  Le Città Invisibili)

 

 

Tra le esposizioni collettive di maggior rilievo , vanno menzionate, per il 2011: The Brick Lane Gallery - Londra; Galleria Famiglia Margini – Milano;  Wanna Bee Gallery – Milano; The Gagliardi Gallery – Londra; Pep Marchegiani Contemporary Art Space – Pescara; Fonlad Digital Art Festival Coimbra (Portogallo); La Citè - Florence (Italy). Per il 2010:   Florence Design Week – Firenze;
Chianciano International Exihibition for Digital Art, 2°Premio – Siena;  Contemporary art in a factory - Varese .

 

Per un approfondimento sulla produzione artistica-digitale di Andrea Vannini consultate il sito  www.mistificazioneurbana.com.


 

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