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   Venerdi, 03 Settembre 2010



Interno di Spleen


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ritratto di Spleen

MORFERMA, SCARNARE

Fotografia



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ritratto di Spleen

VI. MORFEMA, INRI

A-Poesia
Alcune geometrie,
e mosche disperse - riproduzione di luce diaccia, insonnolita. Un vociare spaccato e sordo.
Fissavo la semplicità di quei chiodi sospesi, impalliditi nell'aria secca, quando comparve: nel mio compendio di pieghe giostrava una di loro, della cricca alata, dorso in carbone e vetriolo romano, piglio spiccio e migliorato. Cabrava piccoli voli tra i peli di estremità inesauste, mai voltandosi verso occhi inevoluti, alta nelle rive di pelle, ora nei valloni più scuri, ora incocciando alture scabre, l'orchestra di rapina dalla sua scatola di zampe. Riuscivo a fissarla solo per qualche secondo: qua e là sputate due ovaie dall'esagonale trama, scollate da una solare spiegazione del mondo.

Anche tu ubriaca di illusioni,


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ritratto di Spleen

morfema, grave

Fotografia




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ritratto di Spleen

spinal

Fotografia



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ritratto di Spleen

V. XOR, DESTRUDO

A-Poesia
- Brivido riversò su spavento di bestia azzurrastra - A togliergli la fregola del ballo giunge un contabile, che chioccia col tono da bando: «Oggi, nelle stanze di chicchessia, nati 30 maschi e 2 bambine; dall'aia trasportati nel granaio 500.000 moggi di miseria, aggiogati 500 fessi. Stesso giorno: lo schiavo Demofonte crocifisso causa bestemmie contro il nume tutelare dell'Azienda. Stesso giorno: incendi d'acqua nei cementi profumati. Qualche volo d'acciaio. Due insospettate puttane caracollano nei mezzanini del terminal, annoiate dal loro diurno di laboratoriste. Diapason luminosi trasformati in abitacoli da larva in fiore. Dipinto a fresco, un complesso di graffiature, simili alla scenografia d'una lotta frenetica tra due grembi violentati a vicenda.» - «Cosa?» lo interrompe «Quando avrei comprato questi mondi?». «L'anno passato» risponde il contabile, «per questo non c'è firma" - L'Afflitto perde distanza e sbraita molesto l'inedia: «Qualunque vita si prenda,se non ne vengo informato entro sei mesi, vi proibisco d'includerla tra le mie proprietà». Poi si passa alla lettura di certe ordinanze emesse, testamenti di peripatetiche nuotatrici della parola, nei quali l'Afflitto viene citato da certe clausole vergate con umore fresco- Tracciò sul collo magro un cerchio nerastro di pelle d'oca - Vengono letti i nomi dei complici, quello di una liberta ripudiata infante dal padre perché sorpresa a letto col suo specchio, quello d'un portinaio genuflesso su oblunghi idoli moderni e due tali, da una vertenza di camerieri ipocondriaci, nei loro fissaggi d'immagine - Così nuotava nel muco divino - Alla fine arrivano gli acrobati con le dita d'argento. Un raro deficiente tira su una scala e corbella un ragazzo di salirci su, un gradino dopo l'altro, ballando al suono di certe canzonette; di buttarsi attraverso dei cerchi di sterco reggendo un'anfora coi denti. L'unico che seguisse a bocca aperta era l'Afflitto: con mollezza dignitosa usava ribadire l'ingratitudine del mestiere, confortandosi di due sole cose al mondo, cioè l'acrobazia e i bei culi contrarsi sulle scale - Il resto, animali, concerti, religione, politica, erano vaghi tanfi d'ovvietà - «Avevo scritturato anche degli attori di commedia» aggiunge, «hmmm improvvisati, più fedeli alla natura e hmmm molto meno compromettenti; al mio flautista (una biancastra creatura dall'occhio semifisso annuisce) ho ordinato di suonare cose delle nostre parti». Nei debutti preferiva una cravatta rossa a righe alternate: rosso e niente. Così dove non c'era colore,una tinta diversa - Assecondava spesso un verde mela. Oppure azzurro malta. O cinabro di porto. L'indubbia predisposizione al sobrio, unita ad una zuccherina malvagità, valeva bene qualche occhiataccia dal contabile: memore di certi prodigi, lui lasciava semplicemente andare. Cocci sbrindellati addobbano il suo castigo d'umiltà - e lo buttan fuori all'inclemenza dei commenti della città senza nome. Una mano di scimmia inguantata rastrema le guglie, non è pioggia resa lucente da trent'anni - Durava strada intorno come un odore di castità. La mia logica ha il soprabito d'ingranaggio del pianeta immoto, l'unghia è segnata dall'aritmetica del bisogno. Spalle strette quando affonda il ferro, lungo lo stelo marcio del solco : sfilo il tocco, tagliuzzo, il suono strappa il moncone: brandendo strasciconi l'ala bagnata del suo cascame. Altri tubi sgorgano. Qualche secondo poi ruzzola, lo inseguo al suolo, non vibra più. Siedo in illusione. Qui non c'è corpo riconoscibile. Sono rigore sottratto da un arazzo. Polpe di vecchio masticano inondazioni di fiamma: in terra, la crosta odora di chiodi. Io sono in pace, sbuccio i miei bianchi tasti. Musica? Inodore, lesti poco ora gli spruzzi pesanti, sfila l'ultimo nervo. Quando la testa ruzzola, inizio a ridere.


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ritratto di Spleen

GLAND

Fotografia



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ritratto di Spleen

Richard Upton Pickman

Fotografia



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ritratto di Spleen

chacune porte sa croix, moi je porte une plume

Fotografia

"spegne non senza ringraziare la candela che gli portano."
(M.)


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ritratto di Spleen

944am,metro

...Raspo quei declivi tra i pezzetti bianchi, canino, incisivo, granelli e cereali a tocchi: la punta della lingua lavora.
Così raggiungo il punto più basso, scendo dall'amica ferrata, quei mostri da un lato e dall'altro mi spettano. Volutamente, sfoco senza occhiali la comunione impossibile dei loro musi. Il suono pare ricurvarsi, <!--break-->si spalma nelle percorrenze opposte, 5 metri pressappoco, latrato di cinghie calde e lubrificante tra i vagoni. A due metri vaneggio se un corpo, per una bizzarra possibilità fisica, immezzo nella sezione sospeso tra i due sensi, possa vedersi scorrere l'impresente, futuro, le anelate verticalità di successo.: con braccia distese rasentando l'inaudito di metallo, vetro, free-press smozzicati da veloci caparbietà di sintesi, biglietti disarticolati da timbrature multiple, confessioni della mattina dopo, vanità da coito sommesso: l'inferno brucia e comunica, svanirebbe...


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