Artissima 17. Ritorno al futuro | Maria Cristina Strati

ARTISSIMA 17, RITORNO AL FUTURO

Di Maria Cristina Strati

 

Si è conclusa lo scorso 7 novembre la diciassettesima edizione di Artissima, com’è noto l’unica fiera in Italia dedicata esclusivamente all’arte contemporanea. L’edizione 2010 era ambientata nella nuova sede dell’Oval, un po’ più complessa da raggiungere, ma di buonissimo impatto rispetto alle tradizionali sale del Lingotto. Le notizie circa l’afflusso di pubblico e sulle vendite confermano infatti l’impressione positiva. Quello di Artissima è apparso però un pubblico variegato, fatto non soltanto di addetti ai lavori e appassionati, ma anche di gente comune che inizia a farsi l’occhio, come si dice, su produzioni culturali di minore impatto estetico e di più forte livello concettuale.

Una delle prime cose che saltava agli occhi era la mancanza di spaesamento, di affollamento di immagini e colori, in altre parole il non voler porre forzatamente l’accento sull’aspetto mercantile esasperato tipico di altre fiere per una scelta di maggiore eleganza. Artissima era costruita come un gioiellino, con una certa armonia nel percorso espositivo tra gli stand come nell’interazione tra sezione espositiva vera e propria della fiera e sezione culturale, con mostre pensate ad hoc per l’occasione.  La direzione artistica di Francesco Manacorda, arrivato ad Artissima dopo Roberto Casiraghi e Andrea Bellini, pare dunque rivelarsi un buon acquisto. Artissima 17 è apparsa molto seria e studiata, colta e concettuale quanto basta, senza risultare spocchiosa o obbligatoriamente filo newyorkese come quella degli scorsi due anni.

Come sempre la fiera comprendeva una Main Section con un centinaio di gallerie internazionali, cui andavano ad aggiungersi una cinquantina, selezionate tra le gallerie giovani di tutto il mondo, nella sezione delle New Entries. A queste si affiancavano uno spazio dedicato alle istituzioni cittadine e le due sezioni speciali di Present Future e Back to the future.

Novità assoluta espressamente voluta dal nuovo direttore artistico ed esperimento tra i più interessanti in fiera, Back to the Future intendeva dare spazio e visibilità ad artisti emersi sulla scena nazionale ed internazionale negli anni dal 1979 al 1990 circa, la cui fortuna con critica e pubblico è poi andata scemando negli anni. Gallerie e personaggi storici, ma oggi meno noti hanno così trovato uno spazio per presentare il loro lavoro in una cornice prestigiosa.

 

 

Present Future presentava invece come di consueto artisti emergenti internazionali. Quest’anno però la sezione era posizionata direttamente all’interno dei corridoi della fiera, come a non voler distinguere nettamente tra proposta espositiva e di ricerca e aspetto fieristico di mercato in senso proprio. Sia in Present Future, sia in Back to the future le gallerie erano invitate a presentare i loro artisti in stand monografici, creati come piccole mostre personali, a sottolineare appunto, ancora una volta, l’aspetto di ricerca.

Tra le varie sezioni espositive si è notata la presenza di molta pittura e molta fotografia rispetto agli anni precedenti. Interessanti le italiane Photo & co, dove spiccava un lavoro di Gariglio su alcune Lap dancer ritratte in primo piano – come a voler costringere il visitatore a guardarle negli occhi, rivalutando gli aspetti più profondi e personali delle loro figure, in un lavoro molto attuale e intenso. Bello anche lo stand di Alberto Peola, dove ad ottimi artisti affermati, come Emily Jacir, si affiancavano la coppia Gioberto Noro e la giovanissima Fatma Bucak. Nel tourbillon delle varie gallerie non sono però certo mancati pezzi discutibili, come, tanto per dirne una, il costosissimo impremeabilone di cellophane di Thomas Bayrle da Cardi Black Box (che pare abbia persino trovato un compratore).

L’aspetto culturale e curatoriale della fiera era però ancor più sottolineato dalle sezioni espositive non di vendita di Poesia in forma di rosa. Un insieme di mostre e un luogo di eventi posto al fondo dell’Oval, dove campeggiava una enorme e bella installazione di Boltanski. Qui la Casa delle contaminazioni riuniva in sé una serie di esperienze espositive affidate a curatori diversi, mettendo in risalto l’idea di contaminazione tra le arti e i generi artistici. In questo caso il risultato d’insieme appariva forse più interessante nella sua totalità, come allestimento e esperienza di fruizione all’interno della fiera, rispetto alle singole opere o performances.

La fiera comprendeva comunque anche un fitto calendario di appuntamenti di programmazione culturale, con vari incontri aperti al pubblico. Originale anche il catalogo costruito con l’inconsueta formula del “fai da te” (in sostanza nient’altro che un raccoglitore, dove ciascun visitatore poteva raccogliere il materiale delle gallerie o mostre preferite) e la rivista Palinsesto, sempre dedicata alla fiera, ma non più tabloid come ai tempi di Bellini. Fuori fiera sono poi spariti i vari, troppi appuntamenti, dal fumetto al teatro (che costringevano il pubblico a un tour de force bulimico di cui alla fine non rimaneva spesso che uno scarno ricordo) mentre sono sopravvissuti Artissima Design, a Palazzo Birago, e la tradizionale notte delle gallerie.

In assenza delle plurime attività fuori fiera delle scorse edizioni, per il visitatore che non si fosse saziato all’Oval  la scena di Torino offriva tuttavia una cospicua varietà di mostre ed eventi: dai russi di Modernikon alla Sandretto, fino a Licini e soprattutto la bella personale di Martha Rosler alla Gam; Exhibition Exhibition già da qualche mese a Rivoli e China Power Station, sulla nuova generazione di arte cinese, alla Pinacoteca Agnelli. Da non dimenticare poi i tradizionali appuntamenti di In sede alla Regione e al Comune, il consueto Luci d’artista e infine ma non ultimi, all’Accademia Albertina, la rassegna Nuovi Arrivi e una suggestiva personale di Paolo Grassino nelle sale della Pinacoteca.

Da ricordare poi il convegno che si è tenuto negli stessi giorni presso il Teatro Vittoria sulle scene della contemporanea creatività giovanile in Italia promosso dal Gai e dall’Anci. Una riflessione su come promuovere e far crescere l’arte giovane  tramite le risorse istituzionali, di sicuro interesse per tutti gli operatori del settore.

 

 

Nota:

(Photo by Max Tomasinelli)

 

Commenti

La casa delle contaminazioni

La casa delle contaminazioni non era un'installazione di Boltanski, anche se la "ricordava" molto, ma un progetto di Raumlabor, collettivo di architettura berlinese.

la casa delle contaminazioni...

...e l'installazione di Boltanski erano due cose diverse!

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